Anche a Pistoia nessuno è straniero
Si è svolto stamattina di fronte al liceo scientifico di Pistoia un flash mob,
organizzato dal collettivo studentesco della scuola e da alcuni docenti, per
protestare contro il Decreto Legge 30 settembre 2026, n.170[1], recentemente
approvato dal Consiglio dei Ministri, che introduce norme discriminatorie nei
confronti degli alunni stranieri della scuola italiana. Alunni e studenti del
liceo pistoiese, di cui molti con indosso una maglietta bianca con la scritta
“qui nessuno è straniero”, hanno esposto all’ingresso della scuola un drappo
bianco di pari contenuto. Nella notte, paradossalmente e forse non a caso,
Azione Studentesca (movimento giovanile di estrema destra, oggi vicino a
Fratelli d’Italia) aveva incollato sulla parete appena riverniciata della
scuola, uno striscione con la scritta “+ integrazione – immigrazione”. Una
rappresentante del collettivo studentesco ha letto il seguente comunicato “Il 24
Settembre il consiglio dei ministri ha approvato un decreto-legge d’urgenza che
prevede un massimo di 30% di studenti stranieri per classe e il divieto di
indossare il burqa all’interno degli edifici scolastici. La mattina dopo in una
scuola di Genova è apparso uno striscione come quello da noi esposto che è stato
tolto da due agenti di polizia. Come collettivo studentesco, insieme ai nostri
professori e professoresse, oggi siamo qui per ribadire che la scuola non sarà
mai un luogo di discriminazione e che il nuovo decreto legge è l’ennesima
dimostrazione di come il nostro governo sia distante dai problemi reali degli
istituti. Nella scuola nessuno è straniero”. Il riferimento è a quanto è
successo il 25 settembre scorso davanti alla scuola primaria Daneo di Genova[2]
ove due agenti in borghese della Digos hanno rimosso, senza dare spiegazione
alcuna, uno striscione appena appeso dai bambini sulla facciata dell’edificio,
con la scritta in molte lingue “Nessuno è straniero”. L’episodio ha suscitato
grande sdegno in molte parti del paese, tanto che davanti a diverse scuole si
sono svolte iniziative di protesta. Per capire però le ragioni della protesta è
opportuno analizzare la norma in questione. Il Decreto Legge, immediatamente
vigente, da convertire poi in legge entro 60 giorni, all’articolo 12 prevede che
i Dirigenti Scolastici segnalino ai servizi sociali territoriali i genitori di
minori stranieri che non abbiano una sufficiente conoscenza della lingua
italiana. I servizi sociali sono tenuti ad avviare tali genitori a un percorso
di alfabetizzazione obbligatoria, finalizzata al raggiungimento del livello
linguistico A2; il mancato assolvimento dell’obbligo comporta una sanzione fino
a 1000€. La conoscenza della lingua è fondamentale, innanzitutto per lo stesso
adulto immigrato. Raggiungere però tale obiettivo in modo coercitivo, sotto
minaccia di una sanzione e su segnalazione del Dirigente Scolastico (fatta sulla
base di non si sa quale criterio di valutazione della conoscenza linguistica)
palesa il carattere discriminatorio della norma, con effetto respingente nei
confronti degli interessati.
Nello stesso articolo 12 si dispone il divieto di indossare a scuola burka e
niqāb, pena una sanzione fino a 1000€ per le famiglie delle ragazze interessate.
Fortunatamente burka e niqāb sono indumenti estremamente rari da vedere, non
solo a scuola, ma anche nelle nostre strade. E’ ragionevole immaginare che i
casi concreti si possano ridurre in Italia a qualche decina o al massimo a poche
centinaia, riguardanti ovviamente famiglie iper integraliste che nel concreto,
invece di togliere il burka alle figlie, per paura della sanzione, potrebbero
essere tentate di ritirarle dalla scuola, con un effetto opposto a quello che la
norma si proporrebbe. Da segnalare al riguardo che in Italia esistono già norme
anti travisamento, che proibiscono di indossare tali indumenti.
All’articolo 13 il decreto dispone poi che, a partire dall’anno scolastico
2027-28 nelle classi prime della scuola primaria, non superi il 30% il numero
degli alunni con cittadinanza non italiana che non siano nati in Italia; ciò ad
eccezione degli alunni stranieri che hanno frequentato almeno due anni di scuola
dell’infanzia. Nelle classi prime della scuola secondaria di primo e di secondo
grado è introdotto il medesimo limite per gli studenti stranieri, ad eccezione
di coloro che hanno già frequentato con esito positivo, per almeno tre anni la
scuola italiana. Il tema è ovviamente ancora la mancata conoscenza della lingua,
in questo caso degli alunni, che genererebbe bisogni educativi speciali, il cui
soddisfacimento assorbirebbe risorse per l’istruzione degli italiani; vediamo
però quali sono i numeri reali del fenomeno. Secondo i dati più aggiornati del
Ministero, relativi all’anno scolastico 2022/23[3], su un totale di circa
330.000 classi statali (esclusa la scuola dell’infanzia), considerando tutti gli
alunni con cittadinanza non italiana, il 7,6% (circa 25.080 classi) superava il
tetto previsto del 30%. La maggioranza degli alunni non italiani sono però nati
in Italia e quindi hanno frequentato scuole italiane, parlano la lingua e non
rientrano nelle fattispecie del decreto. Considerando invece soltanto gli alunni
con cittadinanza non italiana nati all’estero, e che quindi probabilmente non
hanno frequentato scuole italiane e possono avere problemi di lingua, la
percentuale scendeva allo 0,6% delle classi totali (circa 1.980 classi). Queste
ultime però sono spalmate su tutti gli anni dei tre gradi di istruzione, mentre
le previsioni del decreto riguardano solo le prime, che sono circa 75.407, di
cui lo 0,6% corrisponde a circa 452 classi. In pratica il Governo ha ritenuto di
procedere con una norma (il decreto legge), la cui emanazione richiede il
presupposto dell’urgenza, per intervenire su un numero davvero risibile di
alunni. La norma appare poi di difficile applicazione, specialmente nelle
periferie o nei piccoli centri, dove le varie scuole sono distanti tra loro. Chi
accompagnerà infatti gli alunni indirizzati a scuole con meno immigrati, ma che
sono distanti? Gli alunni che saranno costretti a frequentare scuole lontane
dalla residenza saranno penalizzati dal disagio del trasporto e dalla difficoltà
di frequentare i compagni. Tali criticità sono peraltro state segnalate anche
dai Dirigenti Scolastici[4], che, in generale, hanno espresso comunque un parere
non negativo sul complesso del Decreto. Da segnale al riguardo la circolare
della Ministra Gelmini[5] che nel 2010 già prevedeva il suddetto limite del 30%,
rimanendo però in gran parte disattesa. Meglio sarebbe stato prevedere, per i
casi specifici di criticità, un rafforzamento dell’insegnamento dell’italiano
L2, col potenziamento dell’organico dei docenti specificatamente formati. Tale
vicenda evidenzia semmai che nella scuola italiana ci sono circa 600 mila alunni
nati in Italia e perfettamente integrati, soprattutto grazie ad anni di
frequenza scolastica, che però non hanno la cittadinanza. Nel complesso quindi
il Decreto, tanto sbandierato dalla Meloni e da Valditara come misura a favore
dell’integrazione e a difesa della formazione degli alunni italiani, visti gli
effetti, per certi aspetti risibili, per altri fortemente negativi, appare come
l’ennesimo spot elettorale, fatto stavolta a carico della scuola, che avrebbe
bisogno di ben altro.
.
[1]
https://www.gazzettaufficiale.it/atto/serie_generale/caricaDettaglioAtto/originario?atto.dataPubblicazioneGazzetta=2026-09-30&atto.codiceRedazionale=26G00190&elenco30giorni=false
[2]
https://www.rainews.it/tgr/liguria/articoli/2026/09/digos-rimuove-striscione-contro-tetto-stranieri-a-scuola-polemica-a-genova-94e9de82-4264-4871-a281-e5d073599781.html
[3]
https://www.tecnicadellascuola.it/wp-content/uploads/2024/08/NOTIZIARIO_Stranieri_2223.pdf?utm_source=chatgpt.com
[4]
https://www.orizzontescuola.it/decreto-scuola-i-presidi-anp-bene-alcune-misure-ma-restano-dubbi-su-integrazione-tecnici-e-latino/
[5] https://www.istruzione.it/archivio/web/ministero/cs080110.html
Enrico Campolmi