LFI e la gioventù “manipolata”: il ritorno di un vecchio ritornello
Da una parte della sinistra socialista fino all’estrema destra, numerose voci
accusano il movimento Insoumis (LFI), il partito di Mélenchon) di essere dietro
i blocchi dei licei. Si tratta di una strategia di attacco infantilizzante,
vecchia quanto la mobilitazione della sinistra contro le disuguaglianze
scolastiche.
Da tre giorni, ogni mattina, Aurélie Trouvé si mette alla guida della sua auto e
cambia direzione in base ai messaggi che riceve sul telefono. Spostandosi dai
licei bloccati ai presidi degli insegnanti davanti ai commissariati dove sono
trattenuti i loro studenti, la deputata di La France Insoumise (LFI) percorre i
comuni della sua circoscrizione nella Seine-Saint-Denis. “Qui abbiamo una
sinistra sindacale, associativa e politica solidale e sempre in contatto; quindi
siamo al corrente di tutto e le informazioni ci arrivano direttamente”, spiega a
Mediapart.
È proprio attraverso questi canali che la parlamentare ha appreso, giovedì 1°
ottobre, del blocco del liceo professionale Théodore-Monod di Noisy-le-Sec. Si è
recata subito sul posto, racconta, per “fare da cuscinetto nei confronti della
polizia”, proprio mentre in diverse città venivano segnalati episodi di violenza
da parte delle forze dell’ordine. “Non è il nostro ruolo, ma abbiamo svolto
un’opera di mediazione”, afferma Aurélie Trouvé, affiancata da amministratori
locali socialisti e comunisti, nonché da insegnanti e genitori degli studenti.
Venerdì mattina, la deputata ha fatto il giro dei commissariati per avere
notizie sui giovani fermati il giorno precedente. All’esterno, ha inoltre
trasmesso le informazioni agli insegnanti presenti – per lo più iscritti alla
CGT – affinché potessero a loro volta informare genitori e avvocati. Con le
procure al collasso – il governo ha annunciato quasi duemila fermi in Francia –,
i giovani che lei ha incontrato, alcuni dei quali appena quattordicenni, sono
ancora privi di un avvocato d’ufficio e attendono ancora di essere interrogati
dalla polizia.
Quando gli studenti interessati provengono da istituti situati fuori dalla sua
circoscrizione, Aurélie Trouvé avvisa i deputati della France Insoumise (LFI) di
riferimento. Perché tutti sono mobilitati. LFI ha infatti teorizzato da tempo la
strategia del “un piede dentro, un piede fuori”: esponenti presenti negli organi
decisionali, ma anche sul campo, a sostegno delle lotte sociali. A titolo di
esempio, diversi esponenti di LFI – come David Guiraud a Roubaix (Nord) o Bally
Bagayoko a Saint-Denis (Seine-Saint-Denis) – si sono piazzati davanti alle
scuole, cartelli alla mano, per denunciare la chiusura di classi, già
all’indomani delle elezioni amministrative del marzo 2026.
“Ci accusano di manipolare i giovani, ma il movimento non parte da noi. Noi
interveniamo quando c’è un problema. E ne veniamo a conoscenza rapidamente,
perché abbiamo insegnanti e genitori nei nostri circuiti di comunicazione; i
mesi di scuola persi li viviamo anche noi come genitori, quindi siamo
informati”, ribadisce con forza Aurélie Trouvé, già mobilitatasi l’anno scorso
in licei che da anni chiedevano la presenza di infermieri, assistenti sociali e
consulenti per l’orientamento.
Il ruolo catalizzatore dei social network
Quando, una decina di giorni fa, sono iniziati i blocchi dei licei, i social
network si sono riempiti di video di studenti che descrivevano le loro
deplorevoli condizioni di studio, oltre che di immagini di raduni o di
cassonetti in fiamme. Su questi canali, dove LFI sbaraglia la concorrenza
politica, sono diventati rapidamente virali anche i video di deputati del
movimento intenti a intonare La Marsigliese in mezzo a gruppi di liceali o a
interporsi – con la fascia tricolore a tracolla – tra agenti di polizia e
giovani manifestanti.
A Lilla (Nord), è Aurélien Le Coq a sbarrare la strada a poliziotti in tenuta
antisommossa; ad Argenteuil (Val-d’Oise), Paul Vannier richiama un agente in
borghese armato di pistola: «Dovrebbe indossare un bracciale identificativo»; a
Parigi, Aymeric Caron si mette in mostra davanti a un liceo del IX
arrondissement.
L’attivismo politico degli esponenti di LFI ha fatto emergere, nel pieno del
caso Bardella, un sorprendente consenso trasversale che va da una parte della
sinistra socialista fino all’estrema destra. «Quando c’è qualcosa di marcio, c’è
di mezzo LFI», ha sintetizzato Sébastien Chenu, portavoce del RN, interpellato
mercoledì dalla stampa all’Assemblea nazionale. «L’estrema sinistra è
irresponsabile, soffia sul fuoco, manipola…»
Da Madrid, Emmanuel Macron ha voluto commentare gli eventi, definendo «grave»
che dei responsabili politici «aizzino» i giovani, mentre Marine Le Pen ha
denunciato in un lungo video: «Eletti che, indossando la fascia tricolore, si
credono legittimati a trascinare i nostri liceali in queste logiche violente e,
direi persino, fasciste».
La deputata di Renaissance Il partito di Macron) Prisca Thevenot, vicina a
Gabriel Attal, ha dal canto suo aspramente criticato la «strumentalizzazione
politica» da parte degli esponenti di La France Insoumise (LFI), «i quali per di
più sostengono di non c’entrare nulla». «Chi vediamo ballare mentre i licei
vanno a fuoco? Eletti di LFI!», ha tuonato l’ex ministra, già responsabile per
le politiche giovanili nel governo. «La responsabilità di LFI è piena e totale.
Non si può usare la nostra gioventù come carne da cannone».
Un modo per negare agli studenti qualsiasi iniziativa autonoma, denuncia la
deputata di LFI Marianne Maximi. «Chi pensa che siamo noi a tirare i fili, in
realtà pensa che i giovani siano degli idioti. Poiché sono minorenni, si ritiene
che non abbiano capacità di discernimento né il diritto di fare politica o di
organizzarsi; eppure, si possono avere 14 anni e compiere scelte politiche
ponderate. Questi giovani vivono sulla propria pelle la “Francia di Macron” e
non è un caso che abbiano adottato questa espressione», afferma.
È a Saint-Denis – come spesso accade dalle ultime elezioni amministrative – che
gli attacchi contro il movimento di Mélenchon si sono fatti più accesi. Il
sindaco, Bally Bagayoko, si è mostrato più volte sul campo, al fianco degli
studenti dei licei Paul-Éluard e Bartholdi. Un comportamento che ha scatenato
l’ira dei media di Vincent Bolloré, nonché della destra e dell’estrema destra.
La presidente della regione Île-de-France, Valérie Pécresse (esponente dei
Républicains – LR -destra), gli ha persino inviato simbolicamente una fattura da
100.000 euro per le riparazioni materiali, ritenendolo responsabile dei danni.
Il prefetto di polizia del dipartimento, Patrice Faure, ha a sua volta adito le
vie legali per «presunti atti di istigazione a commettere un reato». In una
segnalazione inviata alla procura di Bobigny ai sensi dell’articolo 40 del
Codice di procedura penale, l’ex capo di gabinetto di Emmanuel Macron ha fatto
riferimento ad affermazioni che presentavano «la reazione violenta come una
possibile risposta comprensibile o legittima all’azione delle forze
dell’ordine». Bruno Retailleau, candidato del partito LR alle presidenziali, è
arrivato al punto di «porre la questione» di una «messa al bando di LFI»,
giovedì su BFMTV. «So che è una questione giuridicamente molto complessa, ma la
lancio nel dibattito pubblico», ha dichiarato l’ex ministro dell’Interno. «Non
si può più far finta di nulla».
«Lotte non violente»
Le espressioni utilizzate dalle autorità pubbliche e dalle forze politiche sono
tutt’altro che originali: si tratta anzi di un vecchio ritornello, intonato a
ogni mobilitazione giovanile. Già nell’estate del 2023, quando le periferie
popolari insorsero dopo la morte di Nahel Merzouk a Nanterre (Hauts-de-Seine),
la risposta di Emmanuel Macron rimase impressa nella memoria: «Ordine, ordine,
ordine», disse allora il Presidente della Repubblica in televisione.
All’epoca, LFI era già percepita come uno dei catalizzatori della rabbia delle
periferie. «L’estrema sinistra ha una responsabilità enorme, poiché ha
chiaramente incitato alla rivolta», aveva affermato Éric Ciotti, allora
presidente di LR e oggi alleato di Marine Le Pen. Anche Gérald Darmanin, allora
ministro dell’Interno, aveva tuonato: «Vergogna a chi non ha invitato alla
calma».
Jean-Luc Mélenchon ha risposto ai suoi detrattori giovedì sera, durante una
conferenza organizzata dal suo movimento. «Da quando esistono le lotte e gli
“insoumis”, ogni volta mi sento dire: “Allora, volete appropriarvi del
movimento?”», ha lamentato il leader del movimento. «Non pretendiamo di guidare
il movimento dei liceali e degli studenti. Non siamo tra coloro che, negli anni
’80 e ’90, manipolavano la rappresentanza delle persone da certe sedi
politiche».
Poco prima, lo stesso aveva ironizzato ai microfoni di Public Sénat: «È il primo
movimento di massa convocato per telepatia, dato che non c’è un volantino, un
discorso, un appello né alcuna iniziativa da parte di un qualsiasi militante
della France Insoumise per mobilitare i licei», ha dichiarato l’uomo che nel
2000 era stato nominato ministro dell’Istruzione professionale da Lionel Jospin,
proprio mentre era in corso una mobilitazione studentesca nei licei.
«L’ho detto, lo dico e lo ripeto: noi siamo favorevoli a metodi di lotta non
violenti», ha aggiunto. «[Attaccare la LFI] è un modo, per loro, di evitare di
affrontare la questione. Fanno finta che il problema non esista. Il problema,
secondo loro, sarebbero Mélenchon e la LFI».
«Per la destra è insopportabile che molti giovani abbiano una coscienza
politica», denuncia anche Aurélie Trouvé.
TRADUZIONE TURI PALIDDA
Redazione Italia