PFAS: livelli record di TFA, tossico per la riproduzione, nel sangue dei cittadini europei
Centodieci volontari, nove Paesi europei, nessuna eccezione: in ognuno dei
campioni di sangue raccolti tra Italia, Belgio, Francia, Croazia, Germania,
Lussemburgo, Spagna, Danimarca e Finlandia c’è il TFA, l’acido trifluoroacetico,
il più piccolo dei PFAS e uno dei più persistenti. Lo ha certificato lo studio
esplorativo promosso dall’eurodeputata Cristina Guarda e dal gruppo dei
Verdi/ALE, presentato oggi al Parlamento europeo di Bruxelles. La concentrazione
mediana è di 21,2 nanogrammi per millilitro, da quattro a cinque volte la somma
dei quattro PFAS “storici” (PFOS, PFOA, PFHxS e PFNA), già colpiti dai divieti
europei. Da solo, il TFA vale oltre l’80% di tutti i PFAS misurati.
Per anni è rimasto ai margini dei controlli: troppo piccolo per accumularsi
nell’organismo, dicevano le aziende di settore dell’inquinante che nasce dalla
degradazione di pesticidi, gas refrigeranti, farmaci e altri PFAS, viaggia
nell’acqua e finisce nelle colture. Poi, in pochi mesi, il quadro si è
ribaltato. Il 5 giugno il comitato di valutazione dei rischi dell’ECHA ha
raccomandato di classificarlo come tossico per la riproduzione di categoria 1B:
può nuocere al feto ed è sospettato di compromettere la fertilità. A luglio
l’EFSA ne ha ridotto di circa tre volte e mezzo la dose giornaliera accettabile,
per gli effetti sugli ormoni tiroidei osservati negli animali.
«Solo un paio di studi hanno misurato il TFA nel siero umano», ha spiegato
Majorie van Duursen, tossicologa della Vrije Universiteit di Amsterdam, che ha
interpretato i dati dello studio. I valori emersi da questa campagna si
collocano tra i più alti mai riportati: soltanto un’altra ricerca europea, di
qualche anno fa, ne aveva registrati di superiori. Che il TFA stia aumentando
nell’ambiente è noto; secondo la ricercatrice, questi risultati suggeriscono che
lo stesso stia accadendo dentro di noi. Una prima stima colloca l’assunzione dei
partecipanti tra il 20 e il 90% di quella che l’EFSA considera sicura. Una
forbice larga, perché nessuno sa ancora con quale velocità il corpo se ne
liberi.
Nemmeno i vecchi PFAS se ne sono andati: almeno un partecipante su quattro
supera la soglia di sicurezza fissata dall’EFSA per i quattro composti a catena
lunga (6,9 ng/ml), almeno tre su quattro oltrepassano i 2 ng/ml oltre i quali le
National Academies statunitensi raccomandano un follow-up clinico. Nel campione
ci sono quarantasei donne in età fertile, una trentina delle quali reclutate
perché incinte, in allattamento o in cerca di una gravidanza, rispondendo
all’appello lanciato in primavera dalla stessa Guarda. Quattro superano il
limite europeo, la più esposta di due volte e mezzo, ed è proprio pensando a
loro che quella soglia è stata costruita: serve a proteggere il sistema
immunitario dei figli.
Cristina Guarda è veneta e di Lonigo, nel Vicentino, uno dei comuni travolti
dalla contaminazione dell’ex Miteni di Trissino, e di PFAS si occupa da dodici
anni. «Le interrogazioni parlamentari non bastavano, servivano dati concreti per
rompere il muro di silenzio», ha detto. Il bersaglio sono le lobby, che hanno
sempre sostenuto l’innocuità del TFA perché non si accumulerebbe nel corpo.
«Questi risultati dimostrano che non è vero». Rispondendo ai giornalisti,
l’eurodeputata ha parlato apertamente di una «manipolazione della conoscenza
politica e pubblica sui PFAS»: si racconta che siano indispensabili, ignorando i
comparti europei già pronti a farne a meno, dai gas fluorurati all’agroindustria
fino all’energia, e che oggi non ricevono alcun sostegno. Una convinzione
maturata, ha raccontato, anche ascoltando i colloqui tra alcuni lobbisti
italiani e i suoi colleghi. Chi decide, è la sua richiesta, deve poter contare
sui dati di ricercatori indipendenti e università, non soltanto su quelli
dell’industria che difende i PFAS.
Secondo una stima del Consiglio nordico dei ministri, i PFAS costano ogni anno
tra i cinquantadue e gli ottantaquattro miliardi di euro in danni sanitari nello
Spazio economico europeo, mentre lo studio pubblicato a gennaio dalla
Commissione calcola che il conto possa arrivare fino a millesettecento miliardi
entro il 2050. Vietarli, è la tesi, costa meno che non farlo. La proposta di
restrizione universale presentata nel 2023 da cinque Paesi è ancora all’esame
dell’ECHA, ma l’ultima parola spetterà a Commissione e Stati membri. «Se
voteranno contro – ha avvertito Guarda – saranno ricordati come complici di un
crimine ambientale e sanitario». Intanto annuncia un vertice dei comuni alle
prese con la contaminazione, spesso lasciati soli da Regioni e governi: i PFAS,
dice, non sono un tema verde, ma politico.
Il croato Gordan Bosanac ha portato in sala il caso di Gospić, dove circa 37mila
tonnellate di rifiuti sono state smaltite illegalmente, in gran parte interrate,
e una perizia della procura anticorruzione USKOK ha rilevato PFAS nelle acque
sotterranee. Bonificare serve, ha detto, ma poi bisognerà agire sui divieti. Da
qui la richiesta di una strategia europea sui rifiuti contenenti PFAS e di fondi
per la ricerca in tutti i ventisette Stati membri.
Lo studio ha limiti evidenti, e chi lo ha condotto non li nasconde. Il campione
è piccolo e volontario, comprende anche residenti nei pressi di impianti chimici
e i questionari compilati da settantanove partecipanti non bastano a risalire
alle fonti di esposizione: ecco perché servono indagini più ampie. Ma aspettarle
a braccia conserte, ha avvertito van Duursen, significa arrivare sempre in
ritardo: «Se i livelli continuano a crescere, mancheremo sempre il bersaglio».
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