Burkina Faso, avanti con le nazionalizzazioni: apre la prima raffineria d’oro pubblica
Dopo decenni in cui le ingenti risorse minerarie del Paese sono state
controllate e saccheggiate dalle potenze occidentali, il Burkina Faso si sta
riappropriando dei suoi beni sviluppando nuove aziende e nuovi impianti e
proseguendo così sulla via delle nazionalizzazioni e della sovranità economica.
L’ultimo tassello in questa direzione è rappresentato dall’inaugurazione –
avvenuta il 28 settembre scorso a Ouagadougou – della prima raffineria d’oro
statale del Paese, alla presenza di Traoré e del ministro dell’Energia, delle
Miniere e delle Cave, Yacouba Zabré Goubad. Quest’ultimo, leggendo il discorso
del Capo dello Stato ha affermato che «Per troppo tempo, il sudore dei nostri
lavoratori, l’impegno delle nostre comunità e le ricchezze del nostro sottosuolo
hanno alimentato catene del valore costruite altrove. Ci è stato detto che non
avevamo né la tecnologia, né la capacità, né il diritto di trasformare le nostre
ricchezze», aggiungendo che «Oggi spezziamo questo legame di dipendenza. Il
nostro oro non verrà più utilizzato per creare ulteriore valore per altri, per
costruire le fortune altrui mentre la nostra gente resta nel bisogno».
Sostenuta dal governo burkinabé attraverso la Società Nazionale delle Sostanze
Preziose (SONASP) e da investimenti privati, la costruzione della prima
raffineria del Paese – denominata “RAFFINOR-BF” –ha richiesto un investimento di
oltre undici miliardi di franchi CFA. Nella sua prima fase, l’impianto avrà una
capacità di lavorazione di 164 tonnellate d’oro all’anno, mentre al
completamento della seconda fase di installazione, la capacità aumenterà a 515
tonnellate. La raffineria potrà garantire cento posti di lavoro diretti e circa
5.000 posti di lavoro indiretti, mentre l’oro raffinato prodotto nell’impianto
avrà una purezza del 99,99%, conforme allo standard internazionale “Good
Delivery”. L’amministratore delegato della raffineria, Adama Sawadogo, ha
spiegato che l’impianto è stato costruito secondo i «più elevati standard
internazionali» ed è modulare, in quanto consente l’aggiunta di linee di
raffinazione accanto a quelle già installate. In questo modo, il Burkina Faso si
è dotato di uno strumento in grado non solo di assicurare la lavorazione interna
della sua produzione aurifera, stimata in oltre 94 tonnellate nel 2025, ma anche
di posizionarsi come centro di riferimento per la raffinazione dell’oro e dei
metalli preziosi nell’Africa occidentale. Il Burkina Faso è il quarto produttore
di oro dell’Africa, con una produzione di oltre 57 tonnellate di oro nel 2023.
Il metallo giallo inoltre è il principale prodotto di esportazione del Paese.
Obiettivo di Ouagadougou è quello di mettere le risorse del sottosuolo al
servizio della nazione, contribuendo alla costruzione di scuole, centri
sanitari, strade, fabbriche e allo sviluppo delle competenze, alla creazione di
posti di lavoro e alla «speranza per i nostri giovani», come ha sottolineato il
ministro dell’Energia e delle Miniere. Riportare la catena del valore laddove le
risorse vengono prodotte, nazionalizzandole e impedendone lo sfruttamento da
parte di multinazionali straniere, ha proprio lo scopo di massimizzare i
profitti e porli al servizio del Paese in una logica contraria a quella
neoliberista fondata sulle privatizzazioni. Per questo, il Capitano Traoré ha
asserito che «L’inaugurazione di questa fabbrica è un simbolo potente. Che si
tratti di oro, manganese, rame o zinco, la nostra ambizione non è più essere un
Paese che estrae e porta la materia prima all’estero. Vogliamo raffinare tutti i
nostri metalli sul posto». Inoltre, l’impianto di raffinazione contribuirà anche
a una migliore gestione del settore, permettendo una migliore tracciabilità
della produzione aurifera, un maggiore controllo dei flussi finanziari e una
lotta più efficace contro le pratiche illecite, tra cui frode, commercio
clandestino e riciclaggio di denaro.
Il percorso verso la nazionalizzazione delle ricchezze del Paese è cominciato
soprattutto sotto la guida di Ibrahim Traoré, in seguito al colpo di Stato del
30 settembre 2022 che ha rovesciato il precedente governo filoccidentale,
sostituendolo con una giunta militare antimperialista e sovranista. Già nel
2024, infatti, il Capitano aveva annunciato la volontà di riportare sotto il
controllo statale le miniere d’oro del Paese, ritirando i permessi di
sfruttamento alle multinazionali straniere. Successivamente, la Nazione ha
rivisto il proprio codice minerario e istituito la Société de Participation
Minière du Burkina (SOPAMIB), ente statale incaricato di detenere, gestire e
sviluppare le risorse minerarie strategiche: in questo modo, già nel 2025 ha
potuto nazionalizzare due miniere d’oro e tre licenze di esplorazione,
precedentemente in mano a sussidiarie della compagnia britannica Endeavour
Mining e della società Lilium.
Il programma di nazionalizzazioni è uno dei pilastri della giunta militare del
Paese africano e si inserisce in un più ampio contesto di decolonizzazione che
sta interessando molti Paesi della regione del Sahel, tra cui anche Mali e
Niger. In alcuni di questi Paesi, infatti, dal 2020 in avanti si sono susseguiti
diversi colpi di Stato per rovesciare i governi filoccidentali e insediare
amministrazioni di stampo sovranista e antimperialista. Burkina Faso, Mali e
Niger inoltre hanno dato vita all’Alleanza del Sahel contro il neocolonialismo,
allontanandosi dalla Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale
(ECOWAS). Con la nazionalizzazione delle loro risorse naturali, questi Stati,
oltre alla loro indipendenza politica e militare, stanno riacquistando anche la
loro sovranità economica, a lungo annientata dalle politiche liberiste del Fondo
monetario internazionale (FMI) e dai poteri finanziari occidentali.
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