Reggio Emilia: c’era una volta Bosco Ospizio, ora è il tempo delle ruspe della Conad
A Reggio Emilia, chiuso tra reti di cantiere e sottratto alla vista da una cinta
di alti pannelli, c’era un bosco: un bosco urbano in un quartiere di periferia,
“tra la via Emilia e il West”, come direbbe Guccini. E’ un meraviglioso,
insostituibile polmone verde, sorto intorno ai ruderi dell’antico Ospizio
comunale, da cui prende il nome: il “Bosco Ospizio” appunto.
Del passato rimangono gli alberi secolari, ai quali, oltre ad un folto,
impenetrabile sottobosco, si sono aggiunte nuove varietà, figlie della natura
che sa rigenerare le rovine e farne giardini.
Ci raccontano un luogo pieno di vita vegetale ed animale, ricco di biodiversità,
che conserva nella sua parte più segreta una zona umida, punto di sosta per gli
uccelli migratori, popolata da diverse varietà di anfibi ed abitata da
salamandre e libellule.
Dunque una realtà preziosa per la città, da proteggere e difendere ad ogni
costo.
Invece l’area è stata dichiarata edificabile e messa in vendita, grazie alle
amministrazioni comunali succedutesi negli ultimi vent’anni, a partire
dall’amministrazione Del Rio, già sindaco nei primi anni 2000: sponsor di quella
cattedrale nel deserto che è la stazione del TAV con annesse superstrade a
cementificare una campagna fertilissima, poi ministro delle infrastrutture e
paladino del progetto TAV Torino-Lyon.
Ora il proprietario è Conad, la maggior catena italiana di supermercati. Oltre
al danno, anche le beffe: nel tentativo di rendere commestibile l’amaro piatto,
il gigante commerciale, in omaggio al motto pubblicitario “Persone oltre le
cose” di cui si fregia, concorda con il Comune di ospitare nell’area anche
edifici di pubblico interesse (una biblioteca e una Casa di Quartiere), nonché
un’ampia spianata di parcheggi. Risultato? Cemento e asfalto dove c’era vita e
bellezza.
Ma il quartiere non ci sta e nasce cosi l’Assemblea Permanente Bosco Ospizio,
che dallo scorso agosto, nell’imminenza degli annunciati lavori, occupa con un
presidio il terreno a rischio e ferma le ruspe che si accingono al
disboscamento. Denunciati dalla Conad per “violenza e invasione di area privata”
e diffidati con ordinanza della Prefettura, gli attivisti resistono ed hanno
ricostruito il presidio fuori dal perimetro del bosco, a ridosso delle barriere
che ne impediscono la vista e l’accesso. Ora l’interno del parco è visibile solo
attraverso gli spiragli praticati nella recinzione: attraverso quei varchi il
bosco ci parla, vestendosi di tutti i colori dell’autunno: i gialli e i rossi
sui quali va ad infrangersi la malinconia del pomeriggio che si fa sera.
Al presidio ci sentiamo tra compagni: la nostra storia nel movimento NO TAV si
fa racconto, dialogo serrato, scambio di esperienze. I presidianti si preparano
ad affrontare i rigori invernali con un piccolo campeggio di tende ed una cucina
allestita sotto un gazebo.
Le loro richieste di consigli ci risvegliano nel ricordo i giorni e le notti di
Venaus 2005, il presidio sotto la neve tra i bidoni roventi di fuochi accesi
contro il gelo, i minestroni fumanti e una moltitudine che nel pericolo e nella
lotta si ritrova e diventa comunità.
Tra le poche suppellettili del presidio c’è un piccolo scaffale-biblioteca:
libri che fanno compagnia, libri per pensare e per ingannare il tempo che, di
notte, non passa mai.
Mi ha colpito l’ennesima analogia con la lotta No TAV. Chiomonte 2011, Libera
Repubblica della Maddalena: attesa dell’esercito del TAV, che prima o poi
sarebbe arrivato con blindati, lacrimogeni e manganelli; il grande tendone
attrezzato a cucina dove, tra fornelli e provviste, ha trovato spazio un piccolo
scaffale di libri.
Anche in questo senso, nel presente rivive il passato e le lotte si
ricompongono, sentendosi sorelle nella materialità della vita, figlie dello
stesso amore e della stessa rabbia, unite nel conflitto irriducibile contro il
sistema che sulla guerra e sulla devastazione sociale e ambientale fonda il
proprio dominio e lo chiama pace.
E invece ieri, di buon mattino, al Bosco Ospizio sono arrivate le ruspe. Per
permetterne l’accesso l’intero quartiere è stato militarizzato. Bloccata nei due
sensi la via Emilia. Inseguiti dagli agenti, portati in Questura e denunciati
gli attivisti che hanno cercato di opporre resistenza salendo sugli alberi.
Una delegazione si è recata in Comune, chiedendo di incontrare il Sindaco, ma
non ha avuto risposta, se non dal Capo di Gabinetto. Silenzio anche da parte
dell’ASL e dell’ispettorato del lavoro a cui gli attivisti hanno denunciato la
totale assenza di misure di sicurezza all’interno e all’esterno del cantiere.
Nal tardo pomeriggio di ieri è stata convocata l’assemblea permanente che
decidere il da farsi. Così mi ha scritto una compagna del Presidio, a commento
delle foto e di un video che documentano la devastazione:
> “In questa porzione di terra fino a stamattina c’erano alberi adulti, platani,
> tigli, pioppi, cedri del Libano. Uccelli e fauna varia avevano la propria
> casa.
>
> Quello che ci resta è la possibilità di andare a fare la spesa fino alla
> propria morte. Ammesso che si riuscirà ancora a riempire gli scaffali e se ci
> saranno ancora i mezzi per acquistare qualcosa…”
E invece stamattina, proprio mentre stavo per chiudere queste note, ecco un post
su Facebook che dice “i nostri hanno bloccato le ruspe…” e sollecita rinforzi.
Tutta Reggio Emilia è con loro, stanno arrivando messaggi di solidarietà da
tutt’Italia: Bosco Ospizio non si arrende, anche lì la lotta continua, vedremo
che succede nelle prossime ore.
Alcuni appresentanti dell’Assemblea Permanente Borgo Ospizio saranno con noi
alla marcia NO TAV il 3 ottobre.
Redazione Italia