Luigi Marinelli / Il senso della Polonia per la verità
Vittima di una collocazione geografica per molti versi infausta, schiacciata fra
le mire di realtà politiche e dittatoriali più forti di lei, la Polonia ha
subito una storia particolarmente tormentata, foriera di uno sviluppo
intellettuale altrettanto notevole. Cancellata dalle mappe fra il 1795 e il 1918
e in seguito fagocitata dall’enorme macchinario dell’Unione Sovietica, la
nazione polacca ha sviluppato una spiccata sensibilità nei confronti del vero.
Partendo da una conoscenza approfondita di queste tematiche Luigi Marinelli, nel
suo libro Rapporto sulla verità assediata, definisce le coordinate di un ambito
culturale che per lungo tempo ha alimentato una luce nel bel mezzo della
tenebra. La dicotomia fra l’idea polacca, legata a una società di uomini liberi,
e quella russa, segnata dal terrore e dalla tirannia, definisce il pensiero di
Adam Mickiewicz.
Le grida dei popoli oppressi chiedono una nuova incarnazione della verità. Il
romanticismo letterario rifiuta qualsiasi imposizione dottrinaria per farsi
azione. Come Lord Byron si schierò contro il dominio ottomano e trovò la morte
in Grecia così lo scrittore polacco, seppure non più giovanissimo, vagheggiò una
improbabile spedizione in Crimea per fronteggiare l’esercito russo. Territori
contesi, adesso come allora. I suoi slanci libertari prefigurano l’europeismo
contemporaneo, mai come oggi minacciato. Il suo utopismo messianico trova degno
successore in Cyprian Kamil Norwid, autore ingiustamente negletto il quale pone
alla base della propria poetica il rapporto fra verità e bellezza. Nelle sue
poesie randagie enuncia una donchisciottesca lotta contro la menzogna. In
quest’ottica Mickiewicz e Norwid trascendono la limitata realtà della Polonia
oppressa, confezionando un messaggio destinato all’umanità intera.
Partendo da queste premesse, Marinelli ricostruisce l’evoluzione della cultura
polacca tramite alcuni dei suoi più illustri rappresentanti. Riflessioni
filosofiche non appesantiscono il discorso, ma chiariscono il contesto
all’interno del quale il concetto di verità viene analizzato, sezionato in tutte
le sue componenti più minime. Ci addentriamo nelle prospettive di Leopoli e nei
paesaggi della Galizia orientale, luoghi di confine particolarmente tormentati
ma fecondi di pensiero. Agglomerati urbani che ospitarono personalità di
particolare rilievo per la storia polacca, costrette a emigrare dopo
l’annessione di tali territori all’Unione Sovietica. La scure dello stalinismo
castra il libero pensiero. Chi non si adegua alla dottrina imposta dall’alto
viene costretto a tacere: “il silenzio degli oppressi”, per usare un’espressione
di Izydora Dąbska, nel quale c’è molta più verità che nelle espressioni verbali
preconfezionate.
Lavoro e libertà si fondono nel fecondo seminario di Leopoli. Città di confine,
dicevamo, nella quale il problema della verità diviene vero e proprio
interrogativo identitario. Cosa significa nascere o studiare in un luogo
destinato a essere eternamente conteso, a passare di mano in mano attraverso
violenti stravolgimenti? La città di Leopoli diede i natali anche ad Adam
Schaff, teorico del marxismo in Polonia e voce ufficiale del regime. Domina la
posizione del partito, il presunto interesse del proletariato. La manipolazione
delle masse e la soppressione del dissenso trovano in tale contesto ampia
giustificazione. Dalla filosofia alla letteratura. Witkiewicz teorizza il
concetto di paura in un’Europa che si sta consegnando ai nazionalismi più nocivi
e alle più sanguinose dittature. Figura proteiforme, capace di frantumare la
struttura del romanzo in senso avanguardista, lo scrittore vede nella perdita
del senso metafisico l’eclissi del pensiero critico. Il tema del doppio permea
il suo capolavoro, Insaziabilità, nel quale risalta l’estremo cinismo del
consorzio umano. Alla frammentazione dell’atto narrativo corrisponde la
frammentazione del sé, che è centrale anche in Witold Gombrowicz. La poetica
dello sberleffo mira alla caduta delle maschere sociali. La società massificata
deforma la verità.
I milioni di menti ignoranti di cui parla Gombrowicz sono oggi ancor più
attuali, in un’epoca dominata dai social media, potenti veicoli di notizie false
diffuse ad arte, con tutte le conseguenze che questo comporta. Secondo Bruno
Schulz e Tadeusz Kantor bisogna “maturare verso l’infanzia”, unico luogo nel
quale è possibile attingere alla verità. Particolare attenzione viene dedicata
alla letteratura concentrazionaria, con l’analisi di testi di Czapski, Wat e
Grudziński che approfondiscono il tema della menzogna nei regimi totalitari. Il
potere falsifica il passato, il presente e anche il futuro. Il suddito, ormai
totalmente asservito, non riesce più a distinguere fra realtà e finzione. Si
giunge, ad esempio, al paradosso per cui persino le vittime del regime sovietico
continuano a credere nella verità della rivoluzione bolscevica. Argomenti di
perturbante attualità.
L’analisi di Marinelli spazia in diversi ambiti culturali. Troviamo così il
compositore Witold Lutosławski, il quale concepiva la musica in senso etico,
quale espressione della propria verità interiore contro ogni costrizione
esterna. Anche la figura di Karol Wojtyła entra nella disamina in quanto
artefice della “lotta vittoriosa contro la menzogna dell’ideologia”, e di quella
ben più ardua contro il relativismo contemporaneo. Nella sua visione, fede e
ragione innalzano l’uomo verso la verità. Marinelli non manca di evidenziare
anche i lati oscuri del suo pontificato, edificando un quadro complesso e
fecondo di riflessioni per il lettore attento. Una verità sempre opinabile anima
le pagine di Kapuściński, viaggiatore e testimone di narrazioni sempre diverse e
a volte discordanti. La verità impossibile, allora, coincide con l’ascolto
sensibile dell’altro, con l’empatia verso la sofferenza umana, in particolare in
contesti di guerra.
Marinelli scardina l’illusione della vicinanza fra gli uomini, fittizia nel
mondo di internet. In realtà la tecnologia sta minando le basi della convivenza
umana, e le sempre più forti conflittualità nel mondo lo testimoniano. Un libro
ricco, complesso, stimolante, colmo di riflessioni sul linguaggio, sulla
tecnologia, sui media, sull’intelligenza artificiale di cui il lungimirante
Stanisław Lem, nel lontano 1964, già intuiva le insidie. Il titolo del volume
allude a quel Rapporto dalla città assediata di Zbigniew Herbert nel quale si
rifletteva sulle verità in mano ai potenti e precluse agli ultimi. Il labirinto
caotico della contemporaneità rischia di precipitare l’umano nell’orrore.
Sull’orlo del baratro ci aggrappiamo ai concetti di libertà e verità. La loro
definitiva eclissi rappresenterebbe la fine.
L'articolo Luigi Marinelli / Il senso della Polonia per la verità proviene da
Pulp Magazine.