L’Intelligenza Artificiale al servizio del nuovo tecno-colonialismo
DATA COLONIALISM, SLOW VIOLENCE E TECNOFASCISMO
Zeus è uno studente di medicina nigeriano che, dopo una lunga giornata in
ospedale, torna a casa e si fissa l’iPhone alla fronte per filmarsi mentre fa le
faccende di casa.
No, non è un “creatore di contenuti” o un “influencer“, bensì un lavoratore di
un’azienda statunitense con sede a Palo Alto, in California, la Micro1, che
raccoglie dati reali da vendere ad aziende di robotica.
Zeus è solo una delle migliaia di persone che in questo momento – in Nigeria, in
India, in Cina, negli Stati Uniti – stanno prestando il proprio corpo al nuovo
mercato dei dati di movimento umano.
E Zeus è anche uno dei più fortunati: lui guadagna 15 dollari all’ora, mentre a
migliaia di chilometri di distanza, in India, mentre lavorano pagati un paio di
dollari all’ora miriadi di operai e magazzinieri indossano le telecamere per
‘addestrare’ la macchina che probabilmente un giorno li sostituirà, e lascerà
senza impiego (MIT Technology Review, 2026 – 1 ).
Nel gradino ancora più basso di questa filiera, troviamo i ghost workers, ovvero
coloro che etichettano immagini, moderano contenuti, correggono gli errori dei
modelli – un “lavoro invisibile” che permette all’industria di vendere
l’intelligenza artificiale come “autonoma” (Centre for International Governance
Innovation, 2019 – 2 ).
Zeus, i lavoratori indiani e i ghost workers sparsi nel mondo sono il primo
anello di una catena di estrattivismo dei dati che genera valore in modo
profondamente asimmetrico, e i cui impatti negativi si manifestano in modo più
evidente e acuto sulle categorie di soggetti più fragili, sia in termini di
razza, classe e genere.
Siamo di fronte ad una nuova forma di colonialismo che si impadronisce del
flusso quotidiano delle vite, nella forma astratta dei dati digitali: quello che
i teorici Nick Couldry e Ulises Mejias chiamano data colonialism (Institute of
Network Cultures, 2022 – 3 ).
SLOW VIOLENCE: L’ESTRATTIVISMO DEI CORPI
Pur non essendo un caso ambientale in senso stretto, anche il caso di Zeus e
delle migliaia di lavoratori come lui può rientrare nella definizione di slow
violence di Nixon (2011 – 4 ), quella di una violenza graduale e dispersa, che
non è spettacolare né possiede un colpevole visibile, e che per questo colpisce
con più forza chi ha meno potere di reagire.
Il danno di questo nuovo colonialismo è infatti
* differito – si manifesterà solo quando i robot addestrati con questi video
saranno abbastanza abili da sostituire chi li ha filmati, non prima;
* disperso – i suoi impatti negativi non colpiscono un’unica comunità, come
invece accade per una discarica tossica o un inceneritore;
* mediato da un sistema tecnico complesso che rende quasi impossibile
individuare un responsabile diretto, esattamente come accade quando si cerca
di attribuire una responsabilità precisa per il cambiamento climatico.
Inoltre, come la maggior parte delle crisi ambientali, è un’urgenza che si
manifesta ‘al rallentatore’, attraverso forme di violenza che sono prive di
drammaticità immediata e i cui effetti catastrofici si percepiranno sul lungo
termine.
Ma l’estrattivismo del corpo umano e l’estrattivismo ambientale sono due tappe
della stessa filiera, perché il colonialismo dei dati finisce per alimentare
data center che consumano enormi quantità di energia e acqua, e i
robot che quei filmati addestrano funzionano grazie a materie prime estratte a
un costo ambientale e umano altissimo.
L’ASCESA DEL TECNOFASCISMO
Questo meccanismo è reso possibile dal fatto che in comunità con poche
alternative economiche, pochi dollari l’ora sembrano un’opportunità più che uno
sfruttamento.
Non è un caso, infatti, che il corpo/materia venga cercato in Nigeria o in
India, dove è proprio la fragilità a esporre alla violenza chi ha meno potere di
reagire.
Ma anche l’assenza di sensazionalismo gioca un ruolo determinante: il video di
qualcuno che piega il bucato non
produce l’immagine scioccante che media e opinione pubblica richiedono per
accendere l’attenzione e attivare la pressione politica.
Di fatto, se togliamo qualche inchiesta come quella recente di Bloomberg (2026 –
6 ), il fenomeno resta sostanzialmente invisibile.
Ma c’è una terza condizione che rende il fenomeno l’ennesima espressione di un
sistema tecnofascista: l’assenza totale di un contrappeso politico.
Nessuna delle aziende coinvolte ha reso pubbliche politiche chiare su come
questi dati vengano conservati, anonimizzati o riutilizzati. Tralasciando lo
scopo dichiarato – già problematico per le ragioni viste sopra – cosa sappiamo
di quelli non dichiarati? E se questi dati facessero parte di una strategia più
ampia di sorveglianza di massa, nel senso più letterale del termine?
Un pugno di aziende private – e di miliardari con il potere politico ed
economico pari a quello di uno Stato – sta decidendo il destino lavorativo di
intere categorie professionali, mentre dispone di una quantità di dati personali
che potrebbe vendere o cedere a governi autoritari senza che nessun processo
democratico, nessuna negoziazione collettiva e nessun quadro normativo sia mai
stato interpellato.
Fragilità economica, silenzio mediatico e potere privato senza mandato si
sommano così in un unico dispositivo, che rende la violenza lenta ma soprattutto
invisibile persino a chi, come Zeus, la sta vivendo in prima persona.
LA SINERGIA TRA IA, VIOLENZA E TECNOFASCISMO
Slow violence, IA e tecnofascismo agiscono insieme, in una sequenza perfetta.
Osserviamola in azione in un esempio concreto: sappiamo che nella fascia andina
tra Cile, Argentina e Bolivia – il cosiddetto triangolo del litio – le falde
acquifere vengono prosciugate e i terreni contaminati per estrarre il litio
(Rigeneriamo il Territorio, 2024 – 7 ) che alimenta le batterie dei data center
e dei robot di cui abbiamo parlato.
L’acqua, di cui le comunità indigene non possono più disporre, serve per
alimentare, metaforicamente, i
modelli che un giorno potrebbero rubare il lavoro ai loro figli.
Contestualmente, avviene anche un’altra forma di estrazione: i dati ambientali e
demografici di quelle stesse comunità alimentano dataset di addestramento –
senza che ci sia alcuno strumento di compensazione né di consenso –
sovrapponendo un secondo strato di estrattivismo al primo: non solo viene
rubata la materia prima, ma anche la conoscenza su come estrarla.
È a questo punto che il tecnofascismo completa il cerchio, grazie al controllo
della narrazione.
Attraverso una retorica ambientalista, aziende e governi promuovono l’estrazione
come necessaria per la transizione verde (Orizzonti Politici, 2021 – 8 ) e
presentano come antagonista del progresso chiunque provi a denunciarne i danni
ambientali.
Ed è qui che il ciclo della slow violence si chiude su sé stesso: il danno
ambientale alimenta l’IA, l’IA normalizza la propria esistenza, e le proprie
conseguenze, grazie alla narrazione del progresso inevitabile, mentre la
complessità del suo sistema tecnico diluisce la responsabilità umana fino a
renderla impercettibile.
Siamo di fronte alla versione digitale della violenza lenta di Nixon.
COME RESISTERE?
Esistono già tutte le strategie, normative e risposte possibili, sia sul fronte
politico, sociale e culturale che su quello tecnico, ma nessuna di esse, da
sola, è commisurata alla velocità e alla scala del fenomeno descritto fin qui.
Ciò che manca – secondo l’autrice di questo articolo – è la coesione che tenga
insieme tutti gli strumenti che già esistono e funzionano nell’arginare il
problema: abbiamo bisogno di una base culturale condivisa su cui fondare un
movimento di rivendicazione unico e compatto, che possa dare forza a ciascuna di
queste leve. Ma soprattutto che lo possa fare in fretta, perché la finestra in
cui la direzione di marcia è ancora negoziabile si sta chiudendo.
Ognuna delle risposte esistenti agisce su uno dei fronti analizzati in questo
articolo, ma nessuna sull’intersezione dei tre insieme:
* le tecnologie decentralizzate – blockchain, IA open-source così come i
progetti community-driven nati attorno a Hugging Face – possono ridurre il
controllo centralizzato sui dati e sui modelli, ma non fermano la slow
violence provocata dallo sfruttamento delle risorse per i data center e dal
mancato utilizzo di fonti di energia rinnovabile;
* gli strumenti legislativi come il GDPR europeo o l’AI Act cercano di porre
limiti all’uso arbitrario dell’IA, ma non intaccano la narrazione del
progresso inevitabile;
* l’attivismo – grazie ad organizzazioni come AlgorithmWatch, l’AI Now
Institute o Fight for the Future – monitora e denuncia gli abusi, rendendo
almeno parzialmente visibile ciò che il sistema tende a nascondere, ma non
costruisce infrastrutture.
L’assenza di un fronte unico fa sì che ciascuna di queste risposte resti isolata
e, quindi, strutturalmente più lenta del fenomeno che dovrebbe contrastare…
… e Zeus?
Lui continua a legarsi l’iPhone alla fronte, un gesto piccolo e privo di
drammaticità: un uomo che piega il bucato davanti a una telecamera. Ma dentro
quel gesto ripetitivo e in apparenza insignificante si trovano addensati tutti i
temi di questo articolo – un corpo reso materia prima, un danno differito e una
narrazione che lo edulcora.
Rendere visibile la connessione fra questi temi è, forse, il primo atto per
costruire il fronte comune di cui abbiamo bisogno: perché solo ciò che si vede
può essere contestato.
1. MIT Technology Review – The gig workers who are training humanoid robots at
home, Michelle Kim, 2026
2. CIGI –The “Ghost Workers” Underpinning the World’s Artificial Intelligence
Systems, Ronald Orol / 2019
3. Institute of Network Cultures – How to Resist Data Colonialism? Interview
with Nick Couldry & Ulises Mejias, Geert Lovink / 2022
4. Harvard University Press – Slow Violence and the Environmentalism of the
Poor, Rob Nixon / 2011
5. Rob Nixon – https://doi.org/10.2307/j.ctt2jbsgw
6. Bloomberg – How India Is Training the Robots of the Future / 2026
7. Rigeneriamo il Territorio – L’impatto ambientale dell’estrazione del litio,
Mattia Mezzetti / 2024
8. Orizzonti Politici – Il dilemma del litio: transizione ecologica e danni
ambientali / 2021
Redazione Italia