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CESVI: “Le disuguaglianze nella protezione dell’infanzia sono strutturali e non si correggono da sole”
In Italia oltre 2 milioni di bambini e ragazzi con meno di 16 anni vivono in famiglie a rischio di povertà o esclusione sociale. Il dato nazionale del 26,7%, raggiunge il 43,6% nel Sud e nelle Isole,  a dimostrazione che le condizioni di vita dei minorenni sono la diretta conseguenza del territorio in cui nascono e crescono. A preoccupare non è solo l’esposizione alla fragilità sociale, ma anche la persistenza delle disuguaglianze nella capacità dei territori di prevenire, intercettare e contrastare il maltrattamento all’infanzia. Le forme più diffuse sono la patologia delle cure, la violenza assistita e il maltrattamento psicologico. Dal 2018 al 2026, attraverso sette edizioni dell’Indice regionale sul maltrattamento e la cura all’infanzia in Italia, la mappa della protezione dei minorenni non si è modificata nella sostanza: le regioni più fragili sono rimaste tali, mentre quelle più attrezzate hanno consolidato il proprio vantaggio. È quanto emerge dalla nuova Dashboard dell’Indice regionale sul maltrattamento e la cura all’infanzia in Italia, a cura di CESVI. Si tratta del primo strumento digitale interattivo in Italia dedicato a questo tema, che rende navigabili, confrontabili e consultabili i dati raccolti nelle diverse edizioni dell’Indice, trasformando otto anni di ricerca in una risorsa permanente a disposizione di istituzioni, operatori, ricercatori, organizzazioni del Terzo Settore, giornalisti e cittadini. L’analisi storica resa possibile dalla Dashboard restituisce un quadro netto: la Campania ha occupato stabilmente l’ultima posizione della classifica in tutte le sette edizioni dell’Indice, risultando sistematicamente ventesima sia per fattori di rischio sia per disponibilità di servizi. Accanto a essa, Calabria, Sicilia e Puglia hanno costituito in ogni rilevazione il nucleo delle regioni con le maggiori criticità strutturali. All’estremo opposto, l’Emilia-Romagna ha conquistato il primo posto in sei delle sette edizioni, cedendolo solo nel 2021 al Trentino-Alto Adige. Nel tempo si è consolidato un gruppo stabile di regioni con le migliori performance: Emilia-Romagna, Trentino-Alto Adige, Friuli-Venezia Giulia, Veneto, Toscana, Liguria e Valle d’Aosta. Particolarmente significativa è l’ascesa del Veneto, che nel 2026 raggiunge il secondo posto assoluto, migliorando progressivamente sia nei fattori di rischio sia nella dotazione di servizi.  “Otto anni di monitoraggio, ha sottolineato Stefano Piziali, Direttore Generale di CESVI, ci restituiscono una certezza scomoda: le disuguaglianze nella protezione dell’infanzia in Italia sono strutturali e non si correggono da sole. Con la Dashboard mettiamo a disposizione di amministratori, ricercatori, decisori politici, operatori e giornalisti uno strumento che consente di verificare, confrontare e valutare l’evoluzione della capacità di ciascuna regione di proteggere i propri bambini. Non si tratta più di una fotografia isolata, ma di un film che mostra tendenze, arretramenti e progressi. E la prima lezione che questo film ci consegna è chiara: dove si investe nei servizi territoriali i risultati arrivano, dove si disinveste le disuguaglianze si cronicizzano. Servono politiche continuative di prevenzione, non interventi emergenziali. Mettere in luce le differenze tra le regioni non significa porle in competizione, ma comprendere meglio le diverse condizioni in cui crescono bambini e bambine. Conoscere le fragilità e le risorse dei territori aiuta a riconoscere i bisogni, definire le priorità e rafforzare le azioni di prevenzione. Le ultime edizioni dell’Indice mostrano alcuni segnali positivi, ma confermano anche che il divario territoriale resta una delle principali sfide per le politiche di tutela dell’infanzia. Partire da una conoscenza più approfondita dei contesti è essenziale per costruire comunità e sistemi di protezione più efficaci e vicini ai bisogni di ogni bambino.” La Dashboard consente di osservare non solo le classifiche regionali, ma anche l’evoluzione dei singoli indicatori nel tempo. Ed è proprio sul fronte dei servizi che emergono alcuni dei dati più rilevanti. I servizi a sostegno della genitorialità mostrano una ripresa dopo la contrazione dovuta alla pandemia: gli utenti sono passati da 135.527 nel 2018 a 131.630 nel 2020, fino a raggiungere 144.627 nel 2022. Tuttavia, il divario territoriale resta molto ampio: nel Nord il servizio raggiunge 741 utenti ogni 100.000 abitanti target, contro 322,1 al Centro e appena 271 nel Mezzogiorno. In altre parole, al Sud la copertura dei servizi di sostegno alla genitorialità resta inferiore a un terzo rispetto al Nord. Anche i servizi sociali professionali registrano un aumento dopo la pandemia, passando da 725.440 utenti nel 2018 a 775.220 nel 2022, con un incremento del 6,9%. Ma la ripresa non basta a colmare le distanze tra territori: nelle regioni con reti sociali più solide e servizi più strutturati i miglioramenti risultano più evidenti, mentre nei contesti segnati da fragilità economiche, minore disponibilità di servizi e debolezza del tessuto sociale persistono condizioni di rischio più elevate. Preoccupa inoltre la diminuzione in termini assoluti dei pediatri di libera scelta, passati da 7.499 nel 2018 a 6.962 nel 2022. Il lieve miglioramento del rapporto ogni 10.000 minorenni non indica un rafforzamento reale della rete pediatrica, ma è legato soprattutto al calo della popolazione infantile. Particolarmente significativo è il dato relativo alle dimissioni ospedaliere per disturbi psichici tra minorenni: l’indicatore passa da 5,51 ogni 10.000 abitanti nel 2019 a 8,1 nel 2023, con un aumento del 47%. Un segnale che conferma la crescita del disagio mentale tra bambini e adolescenti e la necessità di rafforzare reti di prevenzione, ascolto e presa in carico precoce. Qui per approfondire: https://indiceinfanzia.cesvi.org/.    Giovanni Caprio
July 23, 2026
Pressenza
La correlazione tra povertà relazionale e maltrattamento infantile
Instabilità economica, inflazione e disoccupazione stanno amplificando la vulnerabilità dei nuclei familiari più fragili, con pesanti ricadute sulla salute mentale degli adulti e sulla sicurezza dei minorenni, sempre più esposti al rischio di maltrattamento. Parallelamente, si fa strada la minaccia della “povertà relazionale”. L’assenza di figure di riferimento, legami significativi e spazi protetti sta privando i minorenni di ogni rete di tutela, stringendoli in una morsa di doppia fragilità. È quanto emerge dalla settima edizione dell’Indice regionale sul maltrattamento e la cura all’infanzia in Italia elaborato dalla Fondazione CESVI (Cooperazione Emergenza SVIluppo), l’organizzazione laica e indipendente che opera per la solidarietà mondiale. Il rapporto analizza i fattori di rischio e la capacità delle regioni italiane di prevenire e contrastare il maltrattamento all’infanzia, mettendo in evidenza un’Italia a due velocità: nelle regioni del Nord, con reti sociali più solide e servizi più strutturati, emergono miglioramenti, mentre nei territori caratterizzati da fragilità economica, minore disponibilità di servizi e debolezza del tessuto sociale, come alcune regioni del Meridione, persistono condizioni di rischio più elevate a cui non corrisponde un’adeguata risposta attraverso servizi di supporto. I servizi a sostegno della genitorialità, che in Italia raggiungono complessivamente oltre 144.000 utenti (copertura media: 495 utenti ogni 100.000 abitanti target) sono molto più diffusi al Nord (741 utenti/100.000 abitanti) rispetto al Centro (322,1) e al Mezzogiorno (271,0). Il focus di questa edizione dell’Indice, che è intitolata “GENERAZIONE SOLA”, è dedicato alla povertà relazionale e al suo legame con il maltrattamento infantile. Ne emerge un quadro netto: la povertà non è solo mancanza di risorse materiali, ma anche carenza o deterioramento di relazioni significative, spazi sicuri, adulti di riferimento e comunità capaci di proteggere. La povertà relazionale può manifestarsi nella solitudine, nell’assenza di ascolto, nella fragilità dei legami familiari, nella mancanza di amici, nel bullismo, nella scarsa presenza di adulti capaci di intercettare il disagio. È una forma di vulnerabilità meno visibile, ma decisiva: quando si indeboliscono le relazioni, diminuiscono anche i fattori protettivi che aiutano bambine e bambini a crescere in sicurezza. Per questo il CESVI invita ad adottare un approccio integrato e multidimensionale per contrastare povertà relazionale e maltrattamento, rafforzando gli spazi educativi e di aggregazione, sostenendo le famiglie, valorizzando il ruolo della scuola e promuovendo reti territoriali integrate tra servizi, terzo settore e comunità locali. Per il CESVI è necessario superare una logica emergenziale e investire con continuità in un sistema integrato di protezione dell’infanzia che coinvolga istituzioni, Terzo Settore, scuola, servizi sanitari e comunità educante. Dall’approfondimento di questa edizione del report (che ha coinvolto bambini e bambine tra i 9 e i 12 anni, equamente distribuiti per genere, in quattro focus group svolti all’interno delle Case del Sorriso di CESVI) emerge che il benessere di un bambino si costruisce, o si incrina, nel quadro relazionale che lo circonda: la famiglia, i coetanei, gli adulti di riferimento, gli abitanti del quartiere in cui cresce. L’Indice regionale sul maltrattamento e la cura all’infanzia di CESVI analizza, per ciascuna Regione italiana, fattori di rischio e servizi di prevenzione e cura, classificando le Regioni in quattro cluster: regioni a elevata criticità, reattive, virtuose e stabili e mettendo in evidenza le differenze territoriali nella prevenzione e nel contrasto del maltrattamento all’infanzia. Dall’analisi di quest’anno risulta che la regione italiana con la migliore capacità complessiva di fronteggiare il tema del maltrattamento all’infanzia è l’Emilia-Romagna, seguita da Veneto, Trentino-Alto Adige e Friuli-Venezia Giulia. Le Regioni che presentano maggiori criticità sono, invece, Campania, Puglia, Calabria e Sicilia. L’analisi delle sei capacità mostra alcune peculiarità specifiche: * l’Emilia-Romagna risulta prima nella capacità di cura e di accesso alle risorse, * il Veneto nella capacità di lavorare, * il Friuli-Venezia Giulia nella capacità di acquisire conoscenza e sapere, * la Toscana nella capacità di vivere una vita sana, * l’Umbria nella capacità di vivere una vita sicura. Le Regioni che presentano le maggiori criticità (Campania, Puglia, Calabria e Sicilia) oscillano tra la nona e la ventesima posizione per tutte le capacità, confermando, come negli anni precedenti importanti criticità complessive di sistema, ma mostrando comunque anche segnali di progresso su specifici indicatori. In particolare, la Campania risulta ultima sia nella capacità di lavorare che in quella di vivere una vita sana, la Calabria risulta ultima nella capacità di accesso alle risorse, la Sicilia in quella di acquisire conoscenza e sapere e la Puglia risulta penultima nella capacità di vivere una vita sicura. In relazione ai fattori di rischio, le Regioni con una situazione di contesto più favorevole sono Trentino-Alto Adige, Veneto e Valle d’Aosta, seguite da Friuli-Venezia Giulia, Liguria e Toscana. Le maggiori criticità si registrano, invece, in Calabria, Sicilia, Puglia e Campania. Rispetto alle precedenti edizioni dell’Indice, il miglioramento più spiccato è quello della Liguria, che sale di ben quattro posizioni, seguita da Veneto e Valle d’Aosta, che migliorano entrambe di tre posizioni. La Lombardia arretra invece di ben cinque posizioni e l’Emilia-Romagna di quattro. Sul fronte dei servizi di prevenzione e cura, l’Emilia-Romagna si conferma la Regione con la migliore dotazione strutturale, seguita da Veneto, Umbria, Toscana e Valle d’Aosta. Le Regioni con maggiori criticità sono Puglia, Sicilia, Calabria e Campania. Tra le variazioni più significative, il Piemonte avanza di quattro posizioni, mentre Abruzzo e Marche arretrano di tre. Le Regioni italiane che presentano la situazione in assoluto più critica sono quelle in cui fattori di rischio elevati si combinano a servizi sotto la media nazionale. Si tratta di Campania, Sicilia, Calabria, Puglia, Molise, Basilicata, Abruzzo e Lazio.   Generazione sola – Indice regionale sul maltrattamento e la cura all’infanzia in Italia / 2026: https://cesvi.org/wp-content/uploads/2026/06/CESVI_Indice-Maltrattamento_2026.pdf Giovanni Caprio
June 16, 2026
Pressenza
Pirateria di Stato in acque internazionali: un crimine che il governo italiano rifiuta di vedere
Chiamiamola con il suo nome: pirateria di Stato. Nella notte tra il 29 e il 30 aprile 2026, la Marina militare israeliana ha intercettato oltre venti imbarcazioni civili della Global Sumud Flotilla, cariche di cibo e medicinali diretti a Gaza a oltre 960 chilometri da Gaza, in acque internazionali al largo di Creta, quindi fuori da qualsiasi giurisdizione territoriale israeliana e in vicinanza del territorio europeo. Un atto che non ha alcun fondamento nel diritto internazionale e che configura, senza giri di parole, una violazione gravissima della sovranità dei mari_ Il diritto internazionale non è un optional La Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS), firmata e ratificata da quasi tutti gli Stati del mondo, stabilisce con chiarezza che le acque internazionali sono res communis omnium: nessuno Stato può esercitarvi giurisdizione su navi battenti bandiera di un altro Stato, salvo le ipotesi tassativamente previste: pirateria, tratta di esseri umani, traffico di stupefacenti. Le barche erano a 20 miglia da Creta, in acque internazionali ma di competenza greca, e alcuni degli attivisti erano a bordo di imbarcazioni battenti bandiera italiana. Ciò significa, come ha precisato la delegazione italiana della Flotilla, che prelevare quei passeggeri equivale, agli occhi del diritto del mare, ad averli sottratti illegalmente da una porzione di territorio italiano. Israele, che non ha mai ratificato l’UNCLOS, non può invocare il proprio blocco navale su Gaza come legittimazione dell’azione: un blocco applicato a 960 chilometri di distanza, su imbarcazioni di Paesi terzi, in acque che non gli appartengono, è un non sequitur giuridico di proporzioni abissali. Ostaggi, non terroristi Thiago Ávila, brasiliano, è stato trascinato a faccia in giù sul pavimento e picchiato così violentemente da perdere conoscenza due volte: i lividi sono visibili sul volto, compresa l’area intorno all’occhio sinistro. Saif Abukeshek, spagnolo di origini palestinesi, nato in un campo profughi della Cisgiordania, è stato bendato e con le mani legate, costretto a rimanere a faccia in giù per tutte le ore di navigazione da Creta a Israele. I loro avvocati dell’ONG Adalah hanno denunciato gravi abusi fisici assimilabili a torture, tra cui percosse, isolamento e bendaggio degli occhi per giorni in mare. Il tribunale di primo grado di Ashkelon ha esteso la loro detenzione al centro di Shikma, dove si trovano in isolamento, senza che siano state ancora presentate accuse formali contro nessuno dei due attivisti. Due persone detenute senza capo d’imputazione, in isolamento, dopo essere state sequestrate in acque internazionali. Nel vocabolario del diritto, questa si chiama detenzione arbitraria, e costituisce una violazione dell’articolo 9 del Patto internazionale sui diritti civili e politici, nonché dell’articolo 5 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. La Procura di Roma ha aperto un fascicolo per sequestro di persona, rapina e danneggiamento con pericolo di naufragio, e il gruppo legale della Global Sumud Flotilla ha depositato un ricorso urgente alla Corte europea dei diritti dell’uomo contro lo Stato italiano per non aver protetto i propri cittadini e le proprie bandiere. L’inerzia del governo italiano diventa così essa stessa oggetto di un procedimento internazionale. Il governo italiano: una complicità silenziosa Di fronte a tutto questo, 𝐢𝐥 𝐠𝐨𝐯𝐞𝐫𝐧𝐨 𝐌𝐞𝐥𝐨𝐧𝐢 𝐡𝐚 𝐬𝐜𝐞𝐥𝐭𝐨 𝐢𝐥 𝐬𝐢𝐥𝐞𝐧𝐳𝐢𝐨 o peggio. Laddove la Grecia, Stato membro UE che ha visto i propri mari violare, ha pubblicamente fatto appello alla moderazione e al rispetto del diritto internazionale, chiedendo a Israele di ritirare le sue navi dall’area, l’Italia ha lasciato che due persone prelevate da imbarcazioni sotto la propria bandiera marcissero in un carcere straniero. E poi è arrivato Ignazio La Russa, seconda carica dello Stato. Il presidente del Senato, lo stesso che tiene un busto di Mussolini in casa e che ha definito l’eccidio nazista di via Rasella una “pagina non nobile della Resistenza”, ha liquidato la vicenda come “propaganda a scarso rischio e alto ritorno mediatico”, aggiungendo che “essere fermati è il massimo a cui possono aspirare” e che se gli attivisti avessero “la fortuna di essere fermati gridano poi alla tortura”. Le torture, però, non sono slogan: sono i lividi documentati dai medici, sono i corpi portati in ospedale, sono le dichiarazioni sotto giuramento degli avvocati di Adalah. Che il presidente di un’assemblea parlamentare repubblicana derida le vittime di violenze fisiche accertate, mentre sono ancora in isolamento in un carcere straniero, è un fatto di una gravità istituzionale senza precedenti. 𝐄̀ 𝐮𝐧 𝐢𝐧𝐬𝐮𝐥𝐭𝐨 𝐚𝐥𝐥𝐚 𝐂𝐨𝐬𝐭𝐢𝐭𝐮𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐜𝐡𝐞 𝐞𝐠𝐥𝐢 𝐞̀ 𝐜𝐡𝐢𝐚𝐦𝐚𝐭𝐨 𝐚 𝐭𝐮𝐭𝐞𝐥𝐚𝐫𝐞, 𝐚𝐥𝐥𝐚 𝐬𝐭𝐞𝐬𝐬𝐚 𝐬𝐭𝐫𝐞𝐠𝐮𝐚 𝐝𝐢 𝐜𝐡𝐢 𝐪𝐮𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐂𝐨𝐬𝐭𝐢𝐭𝐮𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐥’𝐡𝐚 𝐜𝐨𝐦𝐛𝐚𝐭𝐭𝐮𝐭𝐚 𝐞 𝐩𝐨𝐢 𝐧𝐞 𝐡𝐚 𝐟𝐚𝐭𝐭𝐨 𝐢𝐥 𝐭𝐫𝐨𝐟𝐞𝐨 𝐝𝐢 𝐮𝐧𝐚 𝐜𝐚𝐫𝐫𝐢𝐞𝐫𝐚 𝐩𝐨𝐥𝐢𝐭𝐢𝐜𝐚. 𝐄’ 𝐚𝐥𝐭𝐨 𝐭𝐫𝐚𝐝𝐢𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨. Il diritto non può tacere Due persone sono prigioniere oggi, 5 maggio 2026, nel carcere di Shikma. Sono lì perché hanno cercato di portare aiuti umanitari a una popolazione sotto assedio. Sono lì dopo essere state sequestrate in acque internazionali, picchiate, bendate, incatenate in aula. Il governo italiano non ha mosso un dito. La seconda carica dello Stato le ha derise. > 𝑳𝒂 𝒄𝒐𝒎𝒖𝒏𝒊𝒕𝒂̀ 𝒈𝒊𝒖𝒓𝒊𝒅𝒊𝒄𝒂 𝒊𝒏𝒕𝒆𝒓𝒏𝒂𝒛𝒊𝒐𝒏𝒂𝒍𝒆, 𝒍𝒂 > 𝒔𝒐𝒄𝒊𝒆𝒕𝒂̀ 𝒄𝒊𝒗𝒊𝒍𝒆, 𝒐𝒈𝒏𝒊 𝒑𝒂𝒓𝒍𝒂𝒎𝒆𝒏𝒕𝒂𝒓𝒆 𝒄𝒉𝒆 > 𝒂𝒃𝒃𝒊𝒂 𝒂𝒏𝒄𝒐𝒓𝒂 𝒓𝒊𝒔𝒑𝒆𝒕𝒕𝒐 𝒑𝒆𝒓 𝒍𝒂 𝑪𝒂𝒓𝒕𝒂 𝒅𝒆𝒍𝒍𝒆 > 𝑵𝒂𝒛𝒊𝒐𝒏𝒊 𝑼𝒏𝒊𝒕𝒆 𝒆 𝒑𝒆𝒓 𝒍𝒂 𝒑𝒓𝒐𝒑𝒓𝒊𝒂 𝒄𝒐𝒔𝒄𝒊𝒆𝒏𝒛𝒂, > 𝒉𝒂 𝒊𝒍 𝒅𝒐𝒗𝒆𝒓𝒆 𝒅𝒊 𝒂𝒍𝒛𝒂𝒓𝒆 𝒍𝒂 𝒗𝒐𝒄𝒆. 𝑵𝒐𝒏 𝒇𝒂𝒓𝒍𝒐 > 𝒏𝒐𝒏 𝒆̀ 𝒏𝒆𝒖𝒕𝒓𝒂𝒍𝒊𝒕𝒂̀: 𝒆̀ 𝒄𝒐𝒎𝒑𝒍𝒊𝒄𝒊𝒕𝒂̀. > > 𝐓𝐇𝐈𝐀𝐆𝐎 𝐀́𝐕𝐈𝐋𝐀 𝐄 𝐒𝐀𝐈𝐅 𝐀𝐁𝐔𝐊𝐄𝐒𝐇𝐄𝐊 𝐃𝐄𝐕𝐎𝐍𝐎 > 𝐄𝐒𝐒𝐄𝐑𝐄 𝐋𝐈𝐁𝐄𝐑𝐀𝐓𝐈 𝐈𝐌𝐌𝐄𝐃𝐈𝐀𝐓𝐀𝐌𝐄𝐍𝐓𝐄. 𝐈𝐋 𝐑𝐄𝐒𝐓𝐎 > 𝐄̀ 𝐒𝐓𝐎𝐑𝐈𝐀, 𝐄 𝐋𝐀 𝐒𝐓𝐎𝐑𝐈𝐀 𝐆𝐈𝐔𝐃𝐈𝐂𝐀. Aurelio Angelini
May 5, 2026
Pressenza
Attivisti della Global Sumud Flotilla maltrattati dalle forze di sicurezza israeliane dopo 40 ore in mare
I partecipanti alla Global Sumud Flotilla sono appena sopravvissuti a 40 ore di crudeltà deliberata a bordo di una nave della marina delle forze di sicurezza israeliane nelle acque greche. È stato loro negato cibo e acqua a sufficienza. Sono stati costretti a dormire su pavimenti che venivano deliberatamente e ripetutamente allagati. Quando i militari hanno cercato di rapire due partecipanti, Saif Abukeshek (Spagna / origini palestinesi) e Thiago Ávila (Brasile), l’equipaggio ha opposto resistenza pacifica e la risposta è stata di pura violenza. I partecipanti sono stati presi a pugni e calci e trascinati sul ponte con le mani legate dietro la schiena. Hanno riportato fratture al naso, costole incrinate e ferite da percosse. Nel caos sono stati persino sparati dei colpi contro di loro. La polizia greca sta ora trattenendo l’equipaggio malconcio sugli autobus, negando loro la libertà di andarsene, mentre Saif e Thiago sono stati rapiti e portati nella Palestina occupata contro la loro volontà. 60 partecipanti hanno immediatamente iniziato uno sciopero della fame. Chiediamo a tutti i governi di fare tutto ciò che possono per esercitare pressione sul regime israeliano affinché liberi tutti i rapiti in modo illegale. Il governo greco sta favorendo un’operazione internazionale di rapimento di cittadini provenienti da Paesi terzi e sta acconsentendo a palesi violazioni del diritto internazionale umanitario e del diritto del mare. Global Sumud Flotilla
May 1, 2026
Pressenza
Gli avvocati di Adalah denunciano il trattamento brutale riservato agli attivisti delle flottiglie
Nella serata di mercoledì 8 ottobre, e per tutta la notte, gli avvocati di Adalah hanno fornito assistenza legale a circa 100 dei 145 partecipanti della Freedom Flotilla Coalition e della Thousand Madleens to Gaza, le cui imbarcazioni sono state intercettate illegalmente in acque internazionali dalla Marina israeliana, mentre si dirigevano verso Gaza nelle prime ore di mercoledì. Le navi sono state trainate fino al porto di Ashdod. Dopo le procedure di identificazione e interrogatorio, la maggior parte dei partecipanti – come già accaduto per la Global Sumud Flotilla – è stata trasferita nella prigione di Ketziot, tristemente nota per le sue condizioni dure e per i trattamenti abusivi. Tre partecipanti con cittadinanza israeliana sono stati portati a un interrogatorio dalla polizia: restano attualmente in stato di detenzione e dovrebbero comparire oggi in tribunale. Secondo le prime informazioni, alcuni parlamentari turchi sarebbero stati deportati tra la tarda notte di mercoledì e le prime ore di giovedì. Adalah sta verificando la notizia con le autorità israeliane. Numerosi partecipanti della flottiglia hanno denunciato maltrattamenti fisici, umiliazioni e trattamenti disumani durante e dopo l’intercettazione: – calci, schiaffi, strattoni ai capelli e prese violente da parte dei soldati; – obbligo di rimanere per ore in ginocchio, con la testa bassa e le mani legate dietro la schiena, o seduti sulle ginocchia sotto il sole; – insulti, derisioni e coercizioni psicologiche, compreso l’essere costretti a ripetere frasi degradanti, come dichiarazioni d’amore per Israele o di disprezzo verso il proprio Paese. Le udienze dei tribunali sono previste per oggi, giovedì 9 ottobre. Le persone con cittadinanza israeliana compariranno al tribunale di Ashkelon. Aggiornamento Gli avvocati di Adalah si trovano attualmente alla prigione di Ketziot e presso il tribunale per assistere alle udienze, visitare i partecipanti e richiedere l’accesso ai cinque membri ancora detenuti della Global Sumud Flotilla. Questa mattina, 9 ottobre 2025, gli avvocati di Adalah hanno partecipato a oltre 50 udienze presso il tribunale interno alla prigione di Ktzi’ot, dove sono detenuti numerosi partecipanti alla missione della Freedom Flotilla. Gli avvocati hanno potuto anche visitare diversi altri prigionieri, continuando a ricevere segnalazioni di comportamenti aggressivi e violenti da parte delle autorità israeliane, sia durante che dopo l’intercettazione illegale delle imbarcazioni. Le condizioni di detenzione restano estremamente precarie: accesso limitato all’acqua potabile e, in alcuni casi, maltrattamenti fisici e verbali. Le udienze sono iniziate senza la presenza degli avvocati difensori e, al momento, più di 20 persone tra i detenuti non hanno ancora potuto incontrare i propri legali, in palese violazione del diritto di difesa. Diversi partecipanti, tra cui parlamentari di vari Paesi, sono già stati deportati (immunità parlamentare ndt). Adalah ha inoltre rappresentato oggi davanti al Tribunale della Magistratura di Ashkelon tre partecipanti con cittadinanza israeliana (alcuni con doppia nazionalità), arrestati e interrogati con l’accusa di “infiltrazione in area militare non autorizzata”. Le autorità avevano richiesto un’estensione della detenzione per altri sette giorni, ma il tribunale ha proposto il rilascio con condizioni restrittive: divieto di ingresso a Gaza per sei mesi, obbligo di presentarsi agli interrogatori su convocazione e una cauzione sospesa di 4.000 NIS (circa 1.060 euro) ciascuno. I detenuti hanno rifiutato di firmare tali condizioni arbitrarie, basate su accuse false, poiché sono stati di fatto rapiti in acque internazionali, a circa 120 miglia nautiche da Gaza. L’applicazione di questa legge in tali circostanze non ha alcun fondamento legale, nemmeno secondo la legislazione israeliana. In base al diritto internazionale, i partecipanti avevano pieno diritto di dirigersi verso Gaza, e la loro detenzione continua rappresenta una grave violazione dei diritti umani fondamentali. Adalah presenterà ricorso contro questa decisione nelle prossime ore.   Redazione Italia
October 9, 2025
Pressenza
I maltrattamenti di bambini e adolescenti sono aumentati in Italia del 58% in cinque anni
In Italia risultano in carico ai servizi sociali 374.310 minorenni, di cui 113.892 sono vittime di maltrattamento, ovvero il 30,4%. Si tratta, al 31 dicembre 2023, di un aumento del 58% rispetto alla precedente indagine del 2018, in cui i minorenni in carico ai servizi sociali vittime di maltrattamento rappresentavano il 19,3%. Sul totale della popolazione minorenne residente in Italia questo significa un passaggio da 9 a 13 minorenni maltrattati ogni mille. Un’impennata registrata nell’arco di soli cinque anni. È quanto emerge dalla III Indagine nazionale sul maltrattamento di bambini e adolescenti in Italia, condotta da Terre des Hommes e Cismai per l’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza, che prende in considerazione 326 Comuni italiani, selezionati da ISTAT, a fronte dei 196 considerati nell’edizione precedente del 2021, comprese 12 città metropolitane, coprendo così un bacino di 2.733.645 minorenni. L’indagine analizza il fenomeno con dati al 31 dicembre 2023 e rappresenta l’unica fotografia post pandemia da Covid-19 del maltrattamento ai danni di infanzia e adolescenza. Al Sud l’aumento delle vittime di maltrattamento è del 100% con 10 minorenni su mille rispetto ai 5 del 2018. Significativo altresì è l’aumento del 45% del Centro-Nord. L’intercettazione delle situazioni a rischio avviene principalmente solo a partire dai 6 anni. Al 31 dicembre 2023, il 18% dei minorenni in carico per maltrattamento, ha tra 0 e 5 anni, il 32% tra 6 e 10 anni e il 50% tra 11 e 17 anni. Questo dato, già emerso nelle precedenti indagini, solleva interrogativi sulla capacità di intercettare il fenomeno precocemente e di attivare azioni efficaci di prevenzione primaria e secondaria da parte dei servizi su questa fascia d’età. La presa in carico, pertanto, avviene più frequentemente tra i 6 e i 17 anni, quando le situazioni di disagio risultano spesso già consolidate. Un elemento chiave che contribuisce a questa difficoltà è rappresentato dalla bassa frequenza di bambini e bambine nei servizi educativi per la prima infanzia. Attualmente, solo il 28% di bambini e bambine sotto i tre anni trova posto nei nidi o in altri servizi educativi analoghi, con forti disparità territoriali, soprattutto al Sud, dove in alcune regioni la copertura scende sotto il 15%. Il neglect/trascuratezza, nelle sue tre forme, rappresenta la tipologia di maltrattamento più frequente (37%), seguita dalla violenza assistita (34%). La violenza psicologica e il maltrattamento fisico invece incidono rispettivamente per il 12% e l’11%. Meno diffusi risultano la patologia delle cure (4%) e l’abuso sessuale (2%). Più nel dettaglio sui tipi di trascuratezza: il neglect educativo è la forma più ricorrente con il 17%, seguito dal neglect emozionale e dal neglect fisico, entrambi al 10%. Mentre per le patologie delle cure l’ipercura conta l’1% dei casi e la discuria il 3%. Da sottolineare come l’abuso sessuale, oltre a incontrare maggiori difficoltà nell’essere riconosciuto e intercettato, non necessariamente arriva all’attenzione dei servizi sociali poiché può procedere direttamente per le vie giudiziarie senza che venga attivato nessun percorso di sostegno e intervento. Un dato allarmante ci dice poi che nell’87% dei casi il maltrattante appartiene alla cerchia famigliare ristretta, senza differenze a livello territoriale, mentre nel 13% dei casi è esterno alla cerchia familiare. A segnalare il caso ai servizi sociali nel 52% dei casi è l’autorità giudiziaria. Si tratta di un dato emblematico di un sistema di protezione che si attiva tardi, spesso solo quando il danno è già conclamato e viene formalmente rilevato. Le istituzioni educative – in particolare la scuola – contribuiscono solo nel 14% dei casi. Ancora più marginale è il ruolo delle famiglie (12%) e, soprattutto, delle strutture sanitarie, come ospedali e ambulatori, che nel complesso segnalano solo il 4% dei casi. Infine, i medici di base e i pediatri, pur essendo figure potenzialmente strategiche nella prevenzione e nell’individuazione precoce del maltrattamento, risultano pressoché assenti, con una percentuale dell’1%. L’indagine per la prima volta prende in considerazione anche il contesto sportivo quale fonte di segnalazione, che però non raggiunge una stima statisticamente diversa da zero. L’indagine rileva che i minorenni di genere maschile in carico ai Servizi Sociali per maltrattamento risultano essere 57.963, rappresentando il 51% in carico per maltrattamento; mentre le femmine risultano essere 55.929, pari al 49%. La distribuzione è in linea con l’andamento demografico della popolazione minorile italiana.  Sul totale dei minorenni residenti in Italia, il maltrattamento colpisce indistintamente maschi e femmine con 13 vittime su mille in entrambe le popolazioni di riferimento.  Si notano inoltre differenze di genere nelle forme di violenza: i maschi sono più frequentemente vittime di neglect educativo, (54%), violenza assistita (52%) e patologia delle cure (54%), mentre le femmine sono più esposte ad abuso sessuale (77%) e violenza psicologica (53%). Per quanto riguarda la durata della presa in carico da parte dei servizi sociali, nella maggioranza dei casi (56%) essa è superiore ai due anni e dimostra la complessità delle situazioni trattate e la necessità di interventi continuativi. Tuttavia, si registrano forti differenze territoriali: al Sud e nelle Isole, i percorsi di presa in carico sono più brevi e in media durano meno di due anni. Questo potrebbe riflettere una minore disponibilità di risorse, una maggiore discontinuità nei servizi o un approccio meno strutturato all’accompagnamento delle situazioni. Per quanto attiene poi alla tipologia dei servizi attivati, si riscontra una certa disomogeneità: la categoria “altro servizio” rappresenta quasi un terzo degli interventi (29%) e potrebbe comprendere interventi diretti del servizio sociale professionale o interventi svolti in collaborazione con altri servizi sociosanitari. L’assistenza domiciliare (18%), l’inserimento in comunità (13%) e l’assistenza economica (13%) rappresentano le forme più strutturate di sostegno, ma anche in questo caso la distribuzione varia significativamente tra aree geografiche e tipologie comunali.  L’affidamento familiare, che rappresenta un modello preferibile e centrato sulla continuità affettiva e sociale, riguarda appena l’8% dei minorenni presi in carico, con incidenze più alte solo nel Nord-Ovest (10% dei casi). Inoltre, in una percentuale non trascurabile di casi (12%) non viene attivato alcun servizio specifico. Quest’ultimo dato non necessariamente va letto come assenza di interventi concreti offerti; in esso infatti potrebbero confluire quelle situazioni per le quali si è in fase di valutazione o in attesa di un provvedimento. Qui la terza Indagine nazionale sul maltrattamento di bambini e adolescenti in Italia dell’AGA: https://www.garanteinfanzia.org/sites/default/files/2025-06/iii-indagine-maltrattamento.pdf.       Giovanni Caprio
June 15, 2025
Pressenza