E’ morta Frances Stonor Saunders, la giornalista che smascherò gli intellettuali europei al soldo della CIA
Frances Stonor Saunders è morta il 31 agosto 2026, all’età di 60 anni, vittima
di un tumore al cervello.
Nata il 14 aprile 1966 a Windsor, nel Berkshire, era figlia di Julia Stonor e
Donald Saunders, nato Donald Slomnicki vicino a Bucarest, giunti in Gran
Bretagna come rifugiati dopo la Seconda Guerra Mondiale. I suoi genitori si
separarono quando lei aveva otto anni. Studiò Letteratura inglese al St. Anne’s
College di Oxford, laureandosi nel 1987. Dopo aver trascorso un periodo a Roma e
aver conosciuto la scena culturale britannica della fine degli anni ’80, iniziò
a lavorare come documentarista televisiva. Ha lavorato anche come redattrice
culturale per il settimanale britannico New Statesman, ha prodotto numerosi
documentari radiofonici per la BBC e ha presentato “Meeting of Minds “, un
programma dedicato agli incontri cruciali tra figure della storia intellettuale.
Nel 2018 è stata eletta membro della Royal Society of Literature.
Con la sua scomparsa, se ne va una di quelle ricercatrici che hanno raggiunto un
traguardo raro: scrivere un libro epocale che ha svelato come non solo esistesse
una guerra fredda tra blocchi del mondo per il dominio dell’influenza economica
e geopolitica, ma come questa guerra portasse con sè l’idea di colonizzare le
menti dei cittadini. Stonor Sauders svelò al mondo che vi era un’altra guerra
fredda parallela a quella economica: la guerra fredda culturale.
«Dicerie», «porcate dietrologiche», «fantasie complottarde» furono le reazioni
dei media quando, a metà degli anni Sessanta, il New York Times pubblicò le
prime rivelazioni sui finanziamenti della CIA ad alcune delle più prestigiose
riviste letterarie europee. Oggi sappiamo che quel “complotto” non era una
fantasia, ma un’operazione strategica reale: i servizi segreti USA hanno
utilizzato fondi neri, fondazioni fantasma e intellettuali d’élite per
disarticolare l’egemonia culturale della sinistra hegelo-marxista nel secondo
dopoguerra, strumentalizzando l’arte e la cultura come “armi culturale” in
favore del capitalismo neoliberista e del liberal-progressismo (1). Insomma,
un’operazione maccarthista attraverso il soft power.
L’inchiesta di Sauders, dal titolo “Chi ha pagato il pifferaio magico? La CIA e
la guerra fredda culturale” – pubblicata nel 1999 e nota nella sua versione
spagnola come “La CIA y la guerra fría cultural” – non era semplicemente
un’indagine sulle operazioni di spionaggio, ma una ricostruzione meticolosa,
elaborata e senza compromessi di uno dei più grandi meccanismi noti di
intervento politico nella cultura e nella vita intellettuale occidentale. Con La
guerra fredda culturale, Frances Stonor Saunders ha rivelato per la prima volta
come, nel secondo dopoguerra, gli Stati Uniti – attraverso la CIA – abbiano
sostenuto e orientato una vasta rete di iniziative culturali in Europa, con
l’obiettivo di contrastare l’influenza sovietica e influenzare il dibattito
intellettuale occidentale. Dopo i due decenni caratterizzati da nazismo,
fascismo e seconda guerra mondiale, gran parte degli intellettuali europei era
su posizioni critiche anticapitaliste. Per arginare il richiamo del comunismo e
la crescita delle sinistre, la CIA, con finanziamenti occulti, promosse
fondazioni, riviste, premi e istituzioni artistiche, trasformando la cultura in
uno dei principali terreni di confronto tra i due blocchi.
Il suo libro vinse il premio Gladstone della Royal Historical Society, fu
tradotto – secondo The Guardian – in 17 lingue, e rese un’autrice di poco più di
trent’anni un’autorità internazionale.
Fu la televisione a condurla per caso sull’argomento che avrebbe segnato la sua
vita intellettuale. Nel 1995, produsse la serie di documentari Hidden Hands: A
Different History of Modernism per Channel4. Indagando sui rapporti tra
l’Espressionismo astratto americano, le sue istituzioni culturali e i servizi
segreti statunitensi, Saunders scoprì i primi fili di un complotto ben più
ampio: una CIA che non aveva bisogno di portare una pistola.
Saunders scoprì un’altra sfaccettatura del potere imperiale americano: non si
trattava più di colpi di Stato, operazioni paramilitari, “rivoluzioni colorate”,
interventi militari o spionaggio convenzionale. Si trattava di una lotta per
determinare quali libri venissero letti, quali riviste acquisissero prestigio,
quali scrittori viaggiassero per il mondo, quali mostre raggiungessero le
principali capitali europee e quali idee politiche potessero essere presentate
come espressione spontanea degli intellettuali occidentali.
La storia ufficiale dell’agenzia l’avrebbe poi definita come una delle sue
operazioni segrete più audaci ed efficaci della Guerra Fredda: l’ “Operazione
Packet”, ovvero una rete di finanziamenti occulti (spesso veicolati tramite
fondazioni di comodo) con cui gli Stati Uniti comprarono il consenso
dell’intellighenzia europea. Con sede a Parigi e sotto la direzione
amministrativa di Michael Josselson, un agente della CIA, quell’organizzazione
ha impiegato anni a costruire una rete internazionale di intellettuali, riviste,
conferenze, concerti, traduzioni, mostre e organizzazioni culturali. Al suo
apice, era presente in decine di Paesi e sosteneva oltre venti prestigiose
pubblicazioni. Il fulcro di quell’enorme operazione fu il Congress for Cultural
Freedom, un copertura creata e finanziata segretamente dalla CIA nel 1950 che
sostenne riviste come «Encounter» in Gran Bretagna, «Preuves» in Francia, «Der
Monat» in Germania e, in Italia, «Tempo Presente», diretta da Ignazio Silone e
Nicola Chiaromonte. Riviste che facevano parte di quel mondo. La CIA organizzava
o finanziava conferenze, finanziava viaggi, promuoveva pubblicazioni e si
serviva di fondazioni e organizzazioni intermediarie per nascondere la
provenienza del denaro.
Saunders seguì le tracce del denaro, esaminò documenti declassificati, fascicoli
privati e corrispondenza, e intervistò per anni figure chiave di quel mondo. Il
risultato dimostrò che dietro una parte considerevole dell’apparente spontaneità
della vita culturale occidentale si celava un’autentica politica manipolatoria
dell’opinione pubblica.
Dalle grandi manifestazioni musicali del dopoguerra – come la Conferenza
internazionale della musica del ventesimo secolo a Roma nel 1954 – alle tournée
della Boston Symphony Orchestra nelle capitali europee; dalle mostre
sull’espressionismo astratto americano alla diffusione di un’estetica celebrata
come “arte della libera impresa”, emerge così una strategia capillare, volta a
ridefinire l’immaginario dell’Europa occidentale. Dall’inchiesta emerse come
l’Espressionismo astratto poteva essere presentato all’Europa come prova che gli
Stati Uniti erano la terra della libertà creativa, in contrasto con il realismo
socialista sovietico (e di conseguenza il neorealismo come corrente
cinematografica diffusa in tutta Europa). L’artista Jackson Pollock divenne
così, involontariamente senza bisogno di istruzioni da parte di un agente dei
servizi segreti, una figura di spicco di quella rappresentazione culturale della
superiorità americana.
Stonor Sauders fece i grandi nomi degli intellettuali europei al soldo della CIA
che aveva – volontariamente o inconsapevolmente – il compito di colonizzare e
condizionare la vita intellettuale occidentale. In quelle pagine erano presenti
alcuni tra i più importanti scrittori, filosofi, storici, critici e artisti del
XX secolo. Arthur Koestler, Sidney Hook, James Burnham, Melvin Lasky, Irving
Kristol, Stephen Spender, Ignazio Silone, Nicolas Nabokov, Isaiah Berlin, Hannah
Arendt, Robert Lowell, Leonard Bernstein, Bertrand Russell, Mary McCarthy,
Arthur Schlesinger Jr. e Jackson Pollock compaiono, con relazioni di natura e
intensità molto diverse, all’interno dell’enorme rete culturale indagata da
Saunders. L’edizione americana di La guerra fredda culturale (pubblicata con il
titolo Who Paid the Piper?) menzionava esplicitamente Arendt, Berlin, Bernstein,
Lowell, Orwell e Pollock come figure che divennero strumenti ideali di quella
guerra culturale.
Ma proprio per rispetto del rigore di Saunders, è necessario fare una
distinzione cruciale: non tutti quegli intellettuali erano agenti diretti della
CIA, né tutti conoscevano la provenienza del denaro. Questa sfumatura rende la
storia ancora più inquietante. Michael Josselson era effettivamente un agente
della CIA e per anni ha diretto l’apparato congressuale; mentre altri
intellettuali furono fortemente coinvolti in organizzazioni, conferenze o
riviste finanziate clandestinamente dall’agenzia, sebbene il loro livello di
conoscenza in merito alla provenienza dei finanziamenti rimanga oggetto di
dibattito storico. La stessa CIA riconosce, ad esempio, che Arthur Koestler
inizialmente agì senza sapere di contribuire a un’operazione sponsorizzata
dall’agenzia e che Sidney Hook partecipò ad attività precedenti di cui ignorava
il sostegno segreto. In “Incontro con il Congresso”, negarono di sapere che la
CIA fosse dietro al Congresso. Persino George Orwell, il cui nome compare nella
ricerca e nelle successive presentazioni dell’opera, insiste su questo
chiarimento. Non era esattamente un “agente della CIA”. I suoi noti legami erano
principalmente con l’apparato di propaganda anticomunista britannico. Saunders
lo ha integrato in una ricostruzione molto più ampia di quella rete
transatlantica di istituzioni, intellettuali e servizi occidentali. Lo stesso
vale per numerosi artisti e intellettuali il cui lavoro è stato promosso o
sfruttato senza che sapessero necessariamente chi si celava dietro certi
meccanismi di finanziamento.
Infatti, la scoperta di Saunders non si può ridurre ad un elenco di scrittori
“comprati” dalla CIA, ma al contrario: l’obiettivo era sottolineare come anche
molti di loro fossero stati coinvolti in modo inconsapevole e come loro stessi
fosse stati manipolati. Il tema verteva proprio su cosa sapesse ciascuno loro
realmente dell’operazione di cui erano parte attiva. La sua scoperta era ben più
profonda: chi deteneva il potere non aveva necessariamente bisogno di dire a un
romanziere cosa scrivere, poichè poteva selezionare quali romanzieri avrebbero
ricevuto traduzioni, pubblicazioni, viaggi, conferenze, premi, visibilità
internazionale e accesso a certi circoli prestigiosi. Era la CIA che aveva il
potere di creare il palcoscenico, lasciando che gli intellettuali agissero al
suo interno senza aggiungere altro.
Saunders non si limitò a scoprire che Washington facesse “propaganda” – come
faceva l’Unione Sovietica – ma dimostrò piuttosto la contraddizione tra il
discorso di una cultura occidentale presumibilmente indipendente dallo Stato e
il funzionamento effettivo di una formidabile politica clandestina progettata
per guidare e manipolare quella cultura. Questa è forse la rivelazione più dura
di “La CIA e la guerra fredda culturale”: la potenza manipolatoria degli
strumenti dei servizi segreti americani. In questo risiedeva l’enorme
significato politico dell’opera di Stonor Sauders.
Persino la CIA, decenni dopo, avrebbe prontamente ammesso che il Congresso era
stata una sua operazione segreta e che il suo scopo era quello di contrastare
l’influenza comunista tra artisti e intellettuali, molto più di un semplice
libro.
Lo straordinario impatto di quella ricerca rischiava talvolta di mettere in
ombra il resto del lavoro di Saunders. Nel 2004 pubblicò Hawkwood: Diabolical
Englishman, sulla figura del mercenario inglese del XIV secolo John Hawkwood.
Sei anni dopo uscì The Woman Who Shot Mussolini, la biografia di Violet Gibson,
l’aristocratica anglo-irlandese che nel 1926 sparò a Benito Mussolini, ferendolo
gravemente. Saunders possedeva una straordinaria capacità di individuare, dietro
figure apparentemente secondarie, una chiave di lettura per le grandi strutture
della storia.
Ma il suo ultimo libro importante sarebbe stato molto diverso da tutti quelli
che lo avevano preceduto. In “La valigia: sei tentativi di attraversare un
confine“, pubblicato nel 2021, la ricercatrice – che aveva trascorso decenni ad
aprire gli archivi segreti di potenti istituzioni – ha finalmente aperto
l’archivio della propria famiglia. Una vecchia valigia appartenuta a suo padre
conteneva lettere, fotografie e documenti che la condussero alla storia del
giovane Donald Slomnicki, un rifugiato dell’Europa orientale che alla fine
sarebbe riuscito a ricostruirsi una vita in Gran Bretagna. Il libro divenne una
riflessione sull’esilio, sui confini, sulla memoria e sul graduale declino del
padre a causa dell’Alzheimer. Nel 2022, “La valigia” ha vinto il premio PEN
Ackerley, dedicato alle memorie e alle autobiografie letterarie. Dopo aver
indagato su come gli Stati costruiscono la memoria e la narrazione, Saunders si
chiedeva come una famiglia ricostruisca la propria quando tutto ciò che rimane è
una valigia, alcune fotografie e pochi documenti sparsi.
Frances Stonor Saunders (2) sapeva, prima di morire, che “Chi ha pagato il
pifferaio?” sarebbe stato ristampato. Il 26 maggio 2026 Fazi Editore ha
rieditato in Italia il suo libro con il titolo “La guerra fredda culturale Come
la CIA ha influenzato l’immaginario europeo”. È difficile immaginare un destino
più appropriato per un libro scritto quasi trent’anni fa, la cui domanda
centrale rimane assolutamente attuale: chi paga per ciò che una società, in
definitiva, considera cultura indipendente, libero pensiero e opinione
spontanea? La risposta di Saunders riguardo agli anni della Guerra Fredda era
inquietante perché ci costringeva a guardare oltre la retorica. Dove sembrava
esserci solo una rivista prestigiosa, poteva esserci una Fondazione dietro la
quale poteva esserci un’altra istituzione e dietro quest’ultima poteva esserci
un’agenzia di intelligence pronta ad attivare la macchina della manipolazione
culturale.
Il suo merito consisteva proprio nell’aver seguito questi fili intrecciati fino
alla fine. La lettura del suo libro, “La CIA e la guerra fredda culturale”,
permette ancora oggi di comprendere appieno il ruolo svolto da una parte
significativa dell’intellighenzia europea (liberal-conservatrice o
liberal-progressista che sia) nelle grandi battaglie politiche e ideologiche
della Guerra Fredda.
La «battaglia per la conquista delle menti» – come la definì Edward W. Barrett,
sottosegretario di Stato per i Servizi informativi internazionali – è il cuore
di questo libro, rigoroso e sorprendentemente avvincente. “La guerra fredda
culturale” è uno strumento indispensabile per comprendere non solo la storia del
dopoguerra, ma anche le forme contemporanee del potere culturale, tra soft
power, propaganda e guerra cognitiva. «Un contributo di enorme importanza alla
comprensione della storia del secondo dopoguerra» – l’ha definito The Wall
Street Journal; «Un libro cruciale sui pericoli, i compromessi e le
manipolazioni di un’epoca intera» – secondo The Times; «Il resoconto più
completo dell’attività della CIA tra il 1947 e il 1967» – ha dichiarato The New
York Times; «Un libro straordinario» – l’ha descritto Ian McEwan; «Una grande
opera di indagine storica» – è stato l’elogio di Edward W. Said.
«Una poderosa e inconfutabile ricostruzione dei rapporti, durante la guerra
fredda, tra la CIA e l’intellighenzia anticomunista dell’Europa occidentale». –
dalla prefazione di Giovanni Fasanella nella nuova edizioni di Fazi Editore.
Frances Stonor Saunders ci ha lasciato una lezione fondamentale per comprendere
la natura del potere: non basta mai sapere chi parla, dobbiamo anche scoprire
chi ha costruito il palcoscenico da cui parlano, chi ha aperto loro le porte,
chi si è occupato di “distribuire” il prestigio e, soprattutto, chi si è
occupato di pagare ogni pifferaio prima che apra la bocca.
(1) La guerra fredda culturale, conosciuta anche come Operazione Packet attuata
dalla CIA, fu una massiccia operazione di guerra psicologica che ha gettato le
basi per la nascita di quella che oggi chiamiamo “sinistra liberal” o “sinistra
neoliberale”, che conosciamo oggi: ovvero la causa della distruzione interna
della sinistra di stampo socialista e comunista, nonchè l’arma più formidabile
delle oligarchie USA per la loro presa sul continente europeo.
https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-il_piano_segreto_della_cia_per_distruggere_la_sinistra_europea_operazione_packet/65974_67493/
(2) Frances Stonor Saunders non era una militante marxista-leninista. Ma il suo
lavoro ha fornito documentazione preziosa a chi rifiuta l’idea ingenua di una
cultura occidentale completamente autonoma dai rapporti di potere
imperialistici.
Fonti:
https://www.storiauniversale.it/11-L-ARTE-E-LA-CULTURA-DI-MASSA-AL-SERVIZIO-DEL-CAPITALISMO.htm
http://www.cubadebate.cu/noticias/2026/09/21/murio-frances-saunders-la-
investigadora-que-destapo-la-red-de-intelectuales-al-servicio-de-la-cia/
https://fazieditore.it/libro/9791259678218
Lorenzo Poli