La benzina scende di pochi centesimi e sembra un affare: la trappola della normalizzazione
Uno, nove, nove: le cifre luminose in cima alla colonnina dicono questo, e
accanto c’è la fila. Auto incolonnate, motori accesi, qualcuno che fa i conti a
mente in attesa del proprio turno. Da lunedì 28 settembre la scena si ripete
davanti ai distributori Eni, dove la benzina non può superare 1,99 euro al litro
e il gasolio 2,19. Nei telegiornali passa come una buona notizia, e in un certo
senso lo è: circa diciassette centesimi in meno rispetto ai prezzi medi dei
giorni precedenti, otto euro e mezzo risparmiati su un pieno da cinquanta litri.
Peccato che a fine luglio del 2025 la benzina self costasse in media 1,72 euro
al litro e il gasolio 1,66. Lo stesso pieno, al prezzo “calmierato” di oggi,
costa tredici euro in più di allora. Sul diesel la differenza sale a ventisei.
Detto in parole povere: facciamo la fila per pagare un prezzo che poco più di un
anno fa avrebbe aperto i telegiornali come uno scandalo. E il sollievo ha pure
una data di scadenza: trenta giorni, forse prorogabili fino a fine anno.
Come ci siamo arrivati? A metà degli anni Novanta Joseph Overton, dirigente di
un centro studi liberista del Michigan, descrisse una finestra invisibile che
delimita ciò che una società considera accettabile in un dato momento. Una
finestra che si può spostare. Sui prezzi il meccanismo ha un nome ancora più
preciso: negli anni Settanta gli psicologi Daniel Kahneman e Amos Tversky lo
chiamarono ancoraggio. Giudichiamo un numero confrontandolo con l’ultimo che
abbiamo visto. Dopo mesi di rincari, con il gasolio che a metà settembre ha
superato il record storico del 2022, l’ancora non è più 1,72. È 2,15, e da lì,
1,99 sembra un regalo.
Già nel 1895 Gustave Le Bon, nella Psicologia delle folle, indicava in
affermazione, ripetizione e contagio gli strumenti per guidare le masse. Il
Novecento ha industrializzato il pricipio: nel 1933 il regime nazista fece
produrre il Volksempfänger, una radio a basso costo pensata per entrare in ogni
casa. Nel 1977 tre psicologi americani ne hanno dato la prova in laboratorio:
un’affermazione già sentita ci sembra più credibile di una nuova. Oggi la radio
in ogni casa è diventata uno schermo in ogni tasca, acceso dalla mattina alla
sera, e la ripetizione è amplificata all’ennesima potenza. Cambia soprattutto la
velocità: uno studio pubblicato su Nature Communications ha misurato che nel
2013 un argomento restava tra i cinquanta più discussi su Twitter per
diciassette ore e mezza, tre anni dopo per meno di dodici. Più rapido il
ricambio, più corta è la memoria, e senza il ricordo sparisce anche il termine
di paragone.
Anche la cronaca di questi giorni ha la sua regia, e non serve immaginare
complotti: basta mettere in fila le date. Sabato 26 settembre il governo ha
dimezzato lo sconto sull’accisa del gasolio, da 12,2 a 6,1 centesimi al litro.
Lunedì è partito il tetto di Eni, società di cui lo Stato controlla circa un
terzo tra ministero dell’Economia e Cassa depositi e prestiti. Poi si è mossa
IP, dal primo ottobre toccherà a Q8: insieme fanno più della metà dei
distributori italiani. Dal 6 ottobre dovrebbero scattare le accise mobili, uno
sconto legato all’extragettito Iva che oggi nessuno è in grado di quantificare.
La presidente del Consiglio ha parlato di un appello raccolto e si è detta
«molto contenta» dell’adesione delle compagnie. Lo Stato riduce il proprio
sconto, le compagnie calmierano e il governo ringrazia. E così il listino che
sul gasolio ha appena battuto ogni record diventa la notizia di un risparmio.
Intanto il gruppo Eni ha chiuso il primo semestre con un utile netto rettificato
di 3,6 miliardi di euro, il 43 per cento in più dello stesso periodo del 2025,
mentre la Figisc, la federazione dei gestori aderente a Confcommercio, parla di
«dumping e concorrenza sleale». Chi gestisce una pompa bianca, con margini
legati ai litri venduti, non ha i mezzi per rispondere a un tetto fissato da
chi, insieme a IP, controlla quasi quattro distributori su dieci. La
solidarietà, insomma, ha anche un ritorno di mercato.
L’inverno, poi, deve ancora arrivare. Il commissario europeo all’Energia Dan
Jorgensen ha avvertito che le forniture non mancheranno, ma i prezzi saranno
molto alti. Secondo il direttore dell’Agenzia internazionale dell’energia, Fatih
Birol, l’Europa è tra le regioni più esposte alla carenza di diesel. Dal primo
ottobre, secondo l’Arera, la bolletta elettrica dei circa tre milioni di clienti
vulnerabili salirà in un solo trimestre del 37,3 per cento. La fila, del resto,
ha una sua logica, anche perché otto euro su un pieno si fanno sentire, eccome;
il paradosso, però, sta tutto qui. Paghiamo la benzina quasi il sedici per cento
in più di un anno fa, il gasolio quasi un terzo, e invece di chiedere conto dei
rincari ci mettiamo in coda per festeggiare lo sconto. Perfino le associazioni
dei consumatori hanno applaudito la scelta di Eni e la rabbia che dovrebbe
montare contro i prezzi si scioglie nella piccola soddisfazione di aver trovato
il distributore giusto: il risultato è che al posto della protesta c’è la fila.
Poi il tetto scadrà, con il freddo alle porte e la domanda di energia in
crescita. E se il listino tornerà a salire, nessuno si ricorderà dei prezzi
precedenti: rimpiangeremo l’1,99 euro al litro. Il prossimo sconto verrà
misurato da lì, e ci sembrerà di nuovo un affare, fino al prossimo rincaro e
alla fila successiva.
The post La benzina scende di pochi centesimi e sembra un affare: la trappola
della normalizzazione appeared first on L'INDIPENDENTE.