La discussione apertasi sul libro “Salario o reddito. Il conflitto nella società
del lavoro senza fine” di Toni Casano, Antonio Minaldi e Sergio Riggio continua
a offrire nuovi spunti di approfondimento sulla proposta politica di cui è
permeato il testo: la necessità di introdurre il reddito di base universale e
incondizionato.
L’ultimo incontro si è svolto presso l’Istituto Gramsci all’interno dei Cantieri
Culturali alla Zisa di Palermo il 24 settembre scorso ed ha visto la
partecipazione, oltre al pubblico accorso numeroso nonostante le tante
iniziative in corso nel capoluogo siciliano, di Giovanni Di Benedetto, docente e
attivista dei Cobas, Francesco Maria Pezzulli, sociologo e ricercatore
indipendente che scrive sulla rivista SudComune e Barbara Evola, co-segretaria
del Partito della Rifondazione Comunista a Palermo.
Il dibattito è stato moderato da Daniela Musumeci, della redazione di Palermo
dell’Agenzia Pressenza, la quale ha aperto i lavori mettendo in relazione il
messaggio evangelico della parabola della vigna, in cui il padrone paga a tutti
lo stesso salario indipendentemente dalle ore di lavoro fatte, con
l’affermazione resa celebre da Marx da ciascuno secondo le sue capacità, a
ciascuno secondo i suoi bisogni. Ed in effetti il parallelismo, che ai più può
sembrare forzato, trova ampia conferma nel fatto che il principio enunciato
nella Critica al programma di Gotha risale ad un passo degli Atti degli
Apostoli! (At 4,35)
Da qui in poi il dibattito si è sviluppato sulla ricerca di un modello che
superi la funzione del lavoro salariato instauratasi nel sistema
capitalistico-industriale per dare vita a uno strumento di piena distribuzione
della ricchezza prodotta dalla cooperazione sociale.
Non vi è dubbio come un tema del genere, rimanendo all’interno di un sistema
fondato sul mercato e sullo sfruttamento del lavoro salariato, apra una serie di
contraddizioni non facilmente risolvibili, come messo in evidenza da Di
Benedetto il quale, evocando le possibili strumentalizzazioni a cui si presta la
proposta del reddito di base universale e incondizionato, a partire da dove
trovare le fonti di finanziamento (i più rispondono dalla fiscalità generale),
arriva persino ad immaginare che una tale idea possa favorire, paradossalmente,
più la conservazione che il cambiamento, in quanto depotenzierebbe la spinta
propulsiva – del marxismo tradizionale – verso una reale trasformazione della
società.
Anche Pezzulli, in qualche modo, pur richiamando le ragioni argomentative della
funzione del reddito – già elaborati nei famosi Grundrisse di Marx e ripresi con
vigoria dal filone teorico operaista, costituitosi attorno alla rivista dei
Quaderni Rossi,sin dagli inizi degli anni sessanta – egli afferma che esso (il
RBI) non sarebbe altro che la restituzione di un valore prodotto da ciascun
individuo attraverso la produzione immateriale di plusvalore, mediante le
transazioni commerciali e finanziarie (citando, ad esempio, il funzionamento
delle “Carte Fedeltà” dei supermercati), tuttavia non può fare a meno di
sottolineare la grande capacità del sistema capitalistico di condizionare le
coscienze: infatti, anziché liberarci dal lavoro, la salarizzazione che è dentro
di noi ci spinge ad usare il tempo libero che ci rimane per cercare altro
lavoro!
E allora si arriva al tema dei temi, quello di cui oggi quasi non si può più
parlare e che più di quanto accadeva centosettanta anni fa si agita non solo in
Europa, ma nel villaggio globale: il superamento del sistema capitalistico per
costruire una società che superi la logica del profitto e del mercato,
recuperando in chiave critica l’attualità del comunismo marxiano.
Su questo punto, Barbara Evola ci ricorda che il dibattito sul reddito non è
nuovo ed ha conosciuto molte declinazioni alcune delle quali rese concrete da
scelte politiche di alcuni governi in Europa come in Italia, anche se mai è
arrivato a realizzarsi nell’ottica dell’universalità e dell’incondizionabilità.
Così come è risalente nel tempo il dibattito sulla riduzione dell’orario di
lavoro, sempre nell’ottica che alla liberazione del lavoro debba necessariamente
seguire la liberazione dal lavoro. Ma per Evola tale prospettiva non può che
vedere la luce soltanto attraverso il superamento del capitalismo.
In conclusione, ai tre autori del libro, che partendo da analisi e punti di
vista diversi hanno tracciato una linea comune per affermare la necessità di
superare la logica estrattivista in favore della redistribuzione della
ricchezza, va senz’altro riconosciuto il merito di aver posto una questione che
stimola tante domande, arrivando ad una sola risposta: l’idea di una società
fondata sulla giustizia sociale e sulla libertà sostanziale non può trovare
dimora all’interno delle mura del sistema capitalistico fondato sul profitto e
sullo sfruttamento dell’uomo sull’altro uomo. Ma può trovare piena legittimità
nel conflitto dualistico contemporaneo e che nella lotta sul reddito e
sull’appropriazione del tempo liberato la moltitudine sociale può riconoscere il
nuovo terreno fertile del processo antagonista, inverando pratiche – ora e
subito – di autonomia diffusa del comune per il soddisfacimento dei bisogni
singolari e collettivi.
Siamo ancora, per quanto lunga sia, nella fase di transizione e l’idea del
reddito universale e incondizionato, inteso come redistribuzione della
ricchezza, non può che essere un percorso attraversato – in modo permanente – da
stadi intermedi di conquista di spazi politici e sociali autodiretti e che,
grazie alle lotte stesse, contribuiscano alla sperimentazione costante e
concreta della società sempre più liberata dalla sfera eteronoma dominante,
sovrapponendo ad essa l’allargamento della sfera dell’autonomia.
Enzo Abbinanti