Il fenomeno migratorio dalla Libia tra esternalizzazione e sfruttamento delle persone migranti
C’è una diretta interconnessione tra le politiche di esternalizzazione e lo
sfruttamento dei migranti lungo la rotta libica, che acclara una scarsa
attenzione, se non addirittura un aperto contrasto, nei confronti dei principali
valori democratici di cui l’UE si proclama portatrice. E’ quanto si sottolinea
nel report commissionato ad ASGI (https://www.asgi.it/) dall’Università degli
Studi di Milano nell’ambito del progetto di ricerca “Traces of mobility,
violence and solidarity. Reconceptualizing cultural heritage through the lens of
migration”.
Nella sua prima parte, il report ricostruisce le trasformazioni dei flussi
migratori dalla Libia nel periodo 2017–2025: l’evoluzione delle rotte, le
modalità di viaggio, i dati sugli arrivi e sulle nazionalità coinvolte. Al
centro dell’analisi vi sono i centri di detenzione libici, le logiche economiche
che li governano e il ruolo cruciale e corresponsabile dei finanziamenti
italiani ed europei alla Guardia Costiera libica nel consolidare un sistema di
sfruttamento sistematico delle persone in movimento.
La seconda parte esamina, invece, il quadro delle responsabilità internazionali,
ricostruendo l’interesse della Corte Penale Internazionale per i crimini
commessi in Libia e analizzando i possibili profili di corresponsabilità
italiana, tanto sul piano della responsabilità statale quanto su quello della
responsabilità penale individuale.
Vengono, infine, presentate le iniziative multilivello nazionali, europee e
internazionali, attivate per far valere tali responsabilità, dal risarcimento
dei danni ai visti d’ingresso, fino al riconoscimento degli obblighi residui di
soccorso in mare.
Ciò che emerge con forza dalla ricerca, e che ASGI ritrova confermato nella
propria esperienza di contenzioso, è la diretta connessione tra le scelte
politiche dei governi europei e le violenze subite dai migranti lungo la rotta.
Il finanziamento e la legittimazione della Guardia Costiera libica, la
sistematica intercettazione delle persone in fuga, la detenzione in condizioni
disumane: tutto ciò non avviene nonostante le politiche europee, ma in buona
misura grazie ad esse.
Come si sa, l’Europa e i Paesi Membri dal 2015 hanno scelto di finanziare Paesi
che violano sistematicamente i diritti delle persone straniere, come Libia e
Tunisia, trasformando la detenzione arbitraria e la deportazione in strumenti di
governo ordinari. In questi anni, il progetto Sciabaca & Oruka di ANGI ha
lavorato per contrastare le violenze di cui le istituzioni europee si rendono
complici, per far emergere violazioni spesso consumate nel silenzio, e per
portare le responsabilità istituzionali di fronte alla giustizia.
Questi i risultati raggiunti nell’ultimo anno. I cosiddetti respingimenti
delegati sono operazioni di intercettazione e ritorno forzato condotte nel
Mediterraneo dalla Guardia costiera libica o dalla Guardia nazionale tunisina,
ma coordinate o sostenute dallo Stato italiano.
Dopo la condanna della Corte europea dei diritti dell’uomo nel caso Hirsi Jamaa
e altri c. Italia (2012), che ha dichiarato illegittimi i respingimenti diretti
verso la Libia, l’Italia ha adottato una strategia alternativa: fornire supporto
logistico, tecnico ed economico a Libia e Tunisia affinché siano loro a
intercettare e riportare indietro le persone in fuga, nonostante le sistematiche
violazioni dei diritti delle persone straniere in quei Paesi siano ampiamente
documentate. Nel 2025, quindi, con il progetto Sciabaca & Oruka è stata
accertata la responsabilità Italiana.
Nei casi Asso 29 e Vos Triton, il Tribunale civile di Roma ha riconosciuto la
responsabilità italiana per i respingimenti delegati alla cosiddetta Guardia
costiera libica e ad attori privati. Il Tribunale ha stabilito che la
giurisdizione italiana si estende a operazioni compiute da terzi su mandato o
con supporto dello Stato.
A seguito del riconoscimento dell’illegittimità della condotta italiana, per la
prima volta, due persone respinte illegalmente nel Mediterraneo centrale sono
arrivate in Italia con un regolare visto d’ingresso. Questo risultato ha aperto
un nuovo spazio di azione legale contro la “deresponsabilizzazione” delle
violazioni dei diritti fondamentali.
Inoltre, sono state denunciate le responsabilità di Frontex. Attraverso
l’analisi legale, il progetto ha ricostruito il ruolo operativo di Frontex nel
coordinamento delle intercettazioni da parte delle autorità libiche. Questa
documentazione, che identifica il ruolo fondamentale di Frontex, sarà la base di
un ricorso alla Corte di Giustizia dell’UE per il risarcimento del danno.
Sono stati impugnati anche i finanziamenti alla Garde Nationale tunisina.
Insieme ad altre organizzazioni, il progetto ha impugnato il finanziamento di
4,8 milioni di euro per il trasferimento di sei motovedette italiane alla Garde
Nationale tunisina. Nonostante il rigetto nel merito, il Consiglio di Stato ha
riconosciuto l’obbligo di vigilanza delle amministrazioni italiane sulle
modalità di utilizzazione dei mezzi ceduti—un precedente che consente ulteriori
azioni di accesso civico.
Il progetto ha incrinato l’accettazione tacita dei programmi di Rimpatri
“Volontari” Assistiti da paesi terzi come Libia e Tunisia, contestando la loro
presunta volontarietà quando rappresentano l’unica via di fuga da detenzioni
arbitrarie e torture. Un ricorso amministrativo ha impugnato il finanziamento di
7 milioni di euro stanziato dal MAECI per i rimpatri dalla Libia, soprattutto
considerando che avvengono dai centri di detenzione libici e coinvolgono persone
vulnerabili e minori.
E’ stata poi lanciata la Campagna di sensibilizzazione “Voluntary Humanitarian
Refusal – Una scelta che non puoi rifiutare”, che ha promosso una riflessione
pubblica sull’impatto reale dei RVA. E per contrastare l’incremento della
segretezza amministrativa che caratterizza le politiche di esternalizzazione,
sono state presentate 24 istanze FOIA (Freedom of Information Act) a diverse
amministrazioni (MAECI, Ministero dell’Interno, Guardia di Finanza) per
tracciare l’utilizzo dei fondi pubblici destinati a programmi di
esternalizzazione, inclusi i cosiddetti rimpatri volontari assistiti.
Il progetto ha rafforzato le reti legali e di advocacy, portando il contenzioso
a livello internazionale. È stato presentato un ricorso d’urgenza al Comitato
ONU per i diritti umani, che ha richiesto alla Tunisia misure ad interim per la
tutela di richiedenti asilo sudanesi trasferiti forzatamente al confine con
l’Algeria.
Inoltre, prosegue il lavoro per la costruzione di un caso strategico da
presentare alla Corte Africana dei Diritti dell’Uomo e dei Popoli per denunciare
le gravi violazioni derivanti dalle politiche di esternalizzazione in Nord
Africa.
Queste azioni contribuiscono a una cultura giuridica capace di mettere in
discussione le prassi di esternalizzazione e a promuovere un cambiamento
strutturale nelle politiche migratorie
(https://www.asgi.it/sciabaca-oruka/#progetto).
Qui il Report:
https://www.asgi.it/wp-content/uploads/2026/06/Report-Traces-of-Mobility_IT.pdf.
Giovanni Caprio