Sanzioni USA, Big Tech e potere: chi controlla la rete?
Alcune centinaia di persone si sono ritrovate a Piazza Santi Apostoli, a Roma,
per protestare contro le sanzioni imposte dagli Stati Uniti. Al microfono si
sono alternati attivisti, associazioni, movimenti e rappresentanti politici.
Nelle stesse ore un’altra iniziativa si è tenuta a Firenze, davanti al consolato
statunitense.
Al centro delle mobilitazioni c’erano vicende concrete: quella di
Autistici/Inventati, le sanzioni contro Francesca Albanese e contro esponenti
della Corte penale internazionale e, più in generale, la possibilità che
decisioni prese a Washington producano conseguenze anche nei confronti di
persone e organizzazioni che operano fuori dagli Stati Uniti.
Considerare tutto questo soltanto una questione di politica estera sarebbe
riduttivo. Se una decisione presa da un governo straniero può limitare anche in
Europa l’accesso a servizi finanziari e tecnologici, il problema riguarda la
libertà, la democrazia e il controllo delle infrastrutture dalle quali dipende
una parte crescente della nostra vita.
Il caso di Autistici/Inventati lo dimostra concretamente. Il progetto, che da
circa venticinque anni offre servizi digitali indipendenti ad associazioni,
movimenti e attivisti, nell’agosto scorso è stato inserito dall’amministrazione
statunitense nelle liste sanzionatorie dell’OFAC (Office of Foreign Assets
Control), l’ufficio del Dipartimento del Tesoro che gestisce le sanzioni
economiche e finanziarie statunitensi. Washington accusa Autistici/Inventati di
aver fornito infrastrutture, strumenti e servizi tecnologici anche a
organizzazioni considerate terroristiche dagli Stati Uniti e ha disposto la
sanzione nell’ambito della normativa antiterrorismo.
Gli effetti sono arrivati anche in Italia. Banca Etica ha spiegato di aver
dovuto innalzare il profilo di rischio dell’associazione e sospendere
temporaneamente l’operatività del conto, contestando quello che considera un
utilizzo improprio degli strumenti antiterrorismo e chiedendo una risposta delle
istituzioni italiane ed europee.
Un conto corrente, un server, un dominio, un servizio cloud o un sistema di
pagamento non sono più semplici strumenti tecnici. Senza di essi
un’associazione, un giornale o un movimento possono continuare formalmente a
esistere, ma diventa molto più difficile svolgere la propria attività. Il potere
non passa più soltanto dalle leggi e dai divieti: passa anche dal controllo
delle infrastrutture.
Anche la censura ha cambiato forma. Non occorre necessariamente chiudere un
giornale o vietare una manifestazione. Si può rendere più difficile essere
ascoltati, rendere irraggiungibile un sito, privare un’organizzazione degli
strumenti necessari per funzionare. Gli stessi algoritmi delle piattaforme
incidono sulla circolazione dei contenuti e quindi sulle condizioni nelle quali
si forma l’opinione pubblica.
Internet aveva promesso di rendere l’informazione più libera e, in parte, lo ha
fatto. Ma nel frattempo la rete è cambiata. Una parte enorme delle nostre
comunicazioni passa attraverso poche piattaforme; pochi operatori controllano
quote rilevanti dei servizi cloud, mentre sistemi operativi, app store, motori
di ricerca e circuiti di pagamento sono fortemente concentrati. Una rete nata
per essere decentralizzata convive oggi con enormi concentrazioni di potere
economico.
E sarebbe sbagliato pensare che sorveglianza e controllo digitale riguardino
soltanto regimi autoritari lontani da noi. European Digital Rights ha
documentato l’impiego di spyware commerciali in almeno 14 Stati dell’Unione
europea. Amnesty International ha denunciato nel 2025 casi relativi allo spyware
Graphite che hanno coinvolto giornalisti e difensori dei diritti umani in
Italia.
Il V-Dem Institute dell’Università di Göteborg registra nel rapporto 2026 un
arretramento della libertà di espressione e degli spazi della società civile nei
Paesi interessati da processi di autocratizzazione, un fenomeno che coinvolge
anche democrazie europee e nordamericane. È un dato che assume un peso
particolare mentre in molte parti del mondo crescono destre autoritarie e
nazionaliste. L’ondata nera, infatti, non riguarda soltanto quello che accade
nelle urne: riguarda anche il restringimento degli spazi nei quali possono
vivere informazione indipendente, movimenti e conflitto sociale.
La libertà, quindi, non può essere soltanto formale. Le Costituzioni
garantiscono il diritto di esprimersi, associarsi e partecipare alla vita
politica, ma servono anche le condizioni materiali per esercitare questi
diritti. Se posso parlare ma non ho gli strumenti per raggiungere gli altri, il
mio diritto rimane sulla carta ma diventa più fragile nella realtà.
Questo non significa chiedere zone franche dalla legge. Chi commette un reato
deve risponderne davanti a un giudice, con accuse precise, prove, diritto alla
difesa e possibilità di ricorso. Una decisione di un governo straniero o di un
soggetto privato non dovrebbe invece produrre conseguenze così pesanti sulla
vita civile e politica senza adeguate garanzie.
Su un piano diverso, lo stesso problema emerge dalle sanzioni contro Francesca
Albanese e contro esponenti della Corte penale internazionale. Chi esercita un
mandato nell’ambito delle Nazioni Unite o della giustizia internazionale deve
poterlo svolgere senza che la pressione economica di una grande potenza finisca
per condizionare l’indipendenza delle istituzioni internazionali.
Non occorre immaginare un’unica regia che tenga insieme governi, banche e
multinazionali tecnologiche. Il punto è un altro: la crescita di culture
politiche che tendono a considerare il dissenso come qualcosa da contenere si
intreccia con la concentrazione nelle mani di pochi degli strumenti attraverso i
quali ci informiamo, comunichiamo e ci organizziamo.
Le sanzioni statunitensi mostrano inoltre la dipendenza europea da
infrastrutture tecnologiche e finanziarie controllate in larga parte da grandi
gruppi privati, molti dei quali statunitensi. Ma invocare semplicemente una
maggiore “autonomia europea” non risolve il problema. Una multinazionale europea
con lo stesso potere di una statunitense non rende la rete più democratica.
La questione vera è chi possiede e controlla le infrastrutture dalle quali
dipende la nostra vita collettiva.
Qui entrano in gioco mercato e proprietà. Quando miliardi di persone utilizzano
le stesse piattaforme, amministrazioni e imprese dipendono dagli stessi servizi
cloud e gran parte dei pagamenti passa attraverso pochi circuiti, non siamo più
davanti a un mercato come gli altri. Chi possiede queste infrastrutture dispone
di un potere che non è soltanto economico.
È uno dei paradossi del capitalismo digitale. Una rete nata per essere
decentralizzata è diventata anche il terreno sul quale sono cresciuti alcuni dei
più grandi monopoli della nostra epoca.
Per questo l’alternativa non può essere un nazionalismo tecnologico europeo o la
semplice sostituzione di multinazionali americane con multinazionali europee.
Occorre ricostruire uno spazio pubblico anche nella rete: infrastrutture
pubbliche e indipendenti, standard aperti, interoperabilità, software libero,
protezione dei dati, sostegno alle esperienze cooperative e non commerciali.
Se acqua, energia, trasporti e sanità sono troppo importanti per essere affidati
interamente al mercato, dobbiamo porci lo stesso problema per le infrastrutture
digitali. Anche per questo Autistici/Inventati non è soltanto un singolo caso:
riguarda la possibilità che nella rete continuino a esistere spazi indipendenti
e non commerciali.
Le persone presenti a Piazza Santi Apostoli protestavano contro sanzioni
precise. Ma Roma e Firenze hanno sollevato una questione più grande: vogliamo
che gli strumenti attraverso i quali comunichiamo, ci informiamo e ci
organizziamo rimangano concentrati nelle mani di poche multinazionali e
governati soprattutto dalla logica del profitto?
Per chi voglia interrogarsi davvero su dove risiede oggi il potere, questa non è
una questione per specialisti. Riguarda la libertà concreta delle persone.
Perché avere il diritto di parlare non basta. Bisogna avere anche gli strumenti
per organizzarsi e farsi ascoltare.
Giovanni Barbera