Israele, dual use e finanziamenti Horizon: un’interrogazione parlamentare mette sotto esame l’Università di Bologna
Il 23 settembre 2025 il Senato Accademico dell’Alma Mater Studiorum ha approvato
una mozione che impegnava l’ateneo a interrompere ogni collaborazione formale
con università, istituzioni e aziende israeliane, salvaguardando solo i progetti
in corso non riconducibili al dual use. A dicembre dello stesso anno il
Consiglio di Amministrazione ha ridefinito il perimetro della delibera,
escludendo dall’interruzione le collaborazioni la cui cessazione avrebbe
comportato rischi finanziari, contenziosi con le istituzioni sovranazionali o
perdita di opportunità scientifica.
LE PROTESTE STUDENTESCHE
Sulle scelte dell’ateneo pesa una mobilitazione studentesca che non si è mai
fermata. A ottobre 2025 il rettore Giovanni Molari aveva escluso dall’ordine del
giorno del Senato Accademico una mozione — approvata il 14 ottobre dalle
rappresentanze studentesche dopo essere stata respinta per un solo voto nella
seduta di settembre — che chiedeva la rescissione degli accordi con Israele e la
fine dei rapporti con NATO e Marina Militare. I collettivi universitari
(Cambiare Rotta, Giovani Palestinesi d’Italia, Federazione Giovanile Comunista)
avevano protestato davanti al rettorato di via Zamboni, denunciando quello che
le rappresentanti del Consiglio Studentesco avevano definito “un grave attacco
alla struttura democratica dell’ateneo”.
La tensione si è riaccesa il 15 settembre 2026, in concomitanza con
l’inaugurazione dell’anno accademico UniBo alla presenza della ministra
dell’Università Anna Maria Bernini. Centinaia di studenti hanno organizzato un
corteo con lo striscione «Unibo complice del genocidio. Stop accordi con
Israele», diretto verso il teatro Manzoni dove si teneva la cerimonia. Alcuni
manifestanti sono riusciti a entrare nel teatro e hanno calato una bandiera
palestinese dalla galleria poco prima del discorso del rettore Molari; in via
Indipendenza la polizia ha caricato più volte il corteo. La mobilitazione,
convocata dai Giovani Palestinesi d’Italia insieme ai collettivi universitari, è
arrivata dopo il duplice diniego dell’ateneo alle richieste studentesche di
interrompere le collaborazioni con le istituzioni israeliane.
L’INTERROGAZIONE DELLA DEPUTATA ASCARI
È su questo scarto tra gli impegni assunti dagli organi accademici e la loro
applicazione concreta — un divario che la mobilitazione studentesca denuncia da
quasi un anno — che si concentra un’interrogazione a risposta scritta rivolta ai
Ministri dell’Università e degli Affari Esteri, presentata dalla deputata
Stefania Ascari (Movimento 5 Stelle). Nel testo, Ascari ricostruisce il percorso
delle delibere bolognesi per poi soffermarsi su un punto che l’inchiesta di
Investigate Europe e Reporters United ha reso di stringente attualità: la stessa
delibera del Senato Accademico aveva individuato nel carattere dual use uno dei
criteri determinanti per decidere se interrompere o meno le collaborazioni
esistenti. Un criterio che, alla prova dei fatti — come mostra il caso NeAixt —
non sembra aver orientato le scelte successive dell’ateneo.
L’interrogazione solleva otto quesiti distinti, di cui i più rilevanti
riguardano: la richiesta di una mappatura completa di tutte le collaborazioni
ancora attive tra UniBo e soggetti israeliani, con partner, oggetto, durata e
fonti di finanziamento per ciascuna; la verifica se tra i partner israeliani
figurino soggetti legati alle Forze di difesa israeliane o al comparto militare;
quali siano i criteri concretamente utilizzati per qualificare un progetto come
dual use, e chi sia competente a stabilirlo; se il Governo intenda promuovere
linee guida nazionali sulla trasparenza delle collaborazioni scientifiche
suscettibili di impiego militare, e se intenda intervenire in sede europea
perché Horizon Europe garantisca piena trasparenza su questi progetti.
Ascari chiede infine se corrisponda al vero che «numerosi Atenei italiani
continuerebbero a partecipare a programmi o collaborazioni con soggetti
israeliani nonostante precedenti deliberazioni o impegni diretti a limitarne o
interromperne i rapporti» — una domanda che l’inchiesta di Investigate Europe
sembra confermare, individuando in Italia, Spagna, Paesi Bassi e Belgio 34
atenei che hanno sottoscritto 38 nuovi progetti Horizon con partner israeliani
legati alla difesa dopo aver annunciato politiche di sospensione.
IL CASO NEAIXT
Un’inchiesta di Investigate Europe e Reporters United, pubblicata su Il Fatto
Quotidiano il 9 settembre 2026, offre elementi concreti a supporto dei quesiti
posti. Bologna risulta tuttora partner del progetto Horizon Europe NeAixt,
dedicato allo sviluppo di tecnologie di intelligenza artificiale applicabili al
settore della difesa. Tra i membri del consorzio figura Weebit Nano, produttore
israeliano di semiconduttori, fino a inizio 2026 parte del consorzio Nemo
insieme a Elbit Systems, tra i principali produttori di armi israeliani.
Interpellata dai giornalisti, Weebit Nano ha negato qualunque trasferimento di
proprietà intellettuale a Elbit o ad altri membri del consorzio.
Interrogato sulla contraddizione tra la partecipazione a NeAixt e gli impegni
assunti dal Senato Accademico, l’ateneo ha risposto richiamando gli obblighi
internazionali della Repubblica italiana. L’inchiesta segnala però che
l’Università di Delft, partner dello stesso progetto, è riuscita a ritirarsi nel
dicembre 2025 con il consenso degli altri membri del consorzio, dopo una
decisione formale del proprio Consiglio Esecutivo — un precedente che
indebolisce l’argomento dell’impossibilità giuridica del recesso.
A marzo 2026, inoltre, Bologna ha assunto il ruolo di ente coordinatore di un
nuovo progetto con l’Università israeliana Reichman, dedicato allo sviluppo di
tecnologie protesiche. La Reichman ospita un istituto di antiterrorismo che
offre formazione a clienti militari e di intelligence, e ha dichiarato
pubblicamente di essersi mobilitata a sostegno dello sforzo bellico durante gli
attacchi a Gaza.
IL QUADRO EUROPEO
I casi di Bologna non sono isolati. In Olanda, Groningen ed Eindhoven sono
tornate sui propri annunci di sospensione dei rapporti con il Technion
Institute, dopo la rivelazione che un professore dell’istituto prestava servizio
come tenente colonnello di riserva dell’esercito israeliano. Il Technion
gestisce inoltre l’Advanced Defense Research Institute, dedicato esplicitamente
al collegamento tra ricerca accademica e Forze di difesa israeliane.
Il caso più citato a livello europeo è quello dell’Università di Granada,
impegnata in un contenzioso davanti alla Corte Suprema spagnola per la
sospensione di collaborazioni con enti israeliani, mentre resta partner del
progetto PROACTIF insieme all’azienda israeliana Mellanox (oggi di proprietà di
Nvidia) e ai gruppi della difesa Safran e Leonardo. A Paris-Saclay, una
raccomandazione del Comitato etico per la sospensione dei rapporti con Tel Aviv
University è stata ritirata dopo il parere contrario del Ministero francese
dell’Università. Solo l’Università di Gand, in Belgio, risulta essersi ritirata
con successo da un progetto per la presenza di un partner israeliano, dopo aver
trovato un partner sostitutivo.
Anche la protesta ha una dimensione europea: il 27 marzo 2026 il movimento
pro-Palestina si è mobilitato a Bruxelles, davanti alle istituzioni UE,
chiedendo l’esclusione di Israele da Horizon Europe. Gli organizzatori — tra cui
Justice for Palestine e Brussels Against Genocide — hanno segnalato che lo Stato
israeliano potrebbe incassare 1,11 miliardi di euro dal programma tra imprese,
università ed enti pubblici, e hanno denunciato tra i beneficiari la presenza di
società strettamente connesse alle Forze di difesa israeliane.
LA POSIZIONE DELLA COMMISSIONE EUROPEA
Horizon Europe è il programma quadro dell’Unione Europea per la ricerca e
l’innovazione, con una dotazione complessiva di 95 miliardi di euro. Israele vi
partecipa in qualità di paese associato, in virtù dell’accordo di associazione
con l’UE — uno status che gli permette di accedere ai finanziamenti alle stesse
condizioni degli Stati membri, e che è proprio uno dei nodi giuridici richiamati
da UniBo per giustificare la prosecuzione delle collaborazioni.
Interpellata da Investigate Europe e Reporters United sulle richieste di
interruzione della partecipazione israeliana ai progetti Horizon, la Commissione
ha risposto che ogni richiesta di questo tipo viene valutata “caso per caso”. Un
portavoce ha precisato che «nell’attuazione dei progetti, tutti i beneficiari
devono garantire che tutte le attività siano conformi… ai principi etici e al
diritto nazionale, dell’Unione e internazionale pertinente» — una formulazione
che rinvia la responsabilità della conformità etica ai singoli beneficiari (le
università) piuttosto che a un controllo centralizzato della Commissione stessa.
Il punto più significativo riguarda però l’ammissione sul dual use. La
Commissione ha dichiarato che, «nonostante quanto sopra… non si può escludere
che i risultati possano essere ulteriormente sviluppati in tecnologie con
applicazione dual use». Una dichiarazione che si affianca a quella, ancora più
esplicita, resa a ottobre 2025 dalla commissaria alla Ricerca Ekaterina
Zaharieva, secondo cui i risultati dei progetti finanziati «potrebbero essere
trasformati in tecnologie con un potenziale di doppio uso (civile e militare)» —
pur ribadendo che, fino al 2027, le attività di ricerca e innovazione finanziate
da Horizon Europe devono restare orientate ad applicazioni esclusivamente
civili.
Questa duplice posizione — vincolo formale all’uso civile, ma riconoscimento
esplicito del rischio di riconversione dual use — è al centro di uno dei quesiti
dell’interrogazione di Ascari, che chiede al Governo di intervenire in sede
europea «affinché sia verificato che finanziamenti destinati alla ricerca civile
non possano contribuire, direttamente o indirettamente, allo sviluppo di
tecnologie destinate a impieghi militari».
A rendere il quadro più concreto sono i numeri emersi dall’analisi di
Investigate Europe e Reporters United sul database Horizon: a maggio 2026, su
19.203 progetti Horizon firmati, 793 vedevano la partecipazione di almeno un
ente israeliano (circa uno su 24). Di questi, l’80% coinvolge soggetti
israeliani con legami diretti al settore della difesa o a organismi statali come
il Ministero della Difesa israeliano. Sono inoltre censiti 12 progetti che
coinvolgono direttamente enti statali o pubblici israeliani, con la
partecipazione di 128 istituzioni europee.
Va segnalata anche la posizione della VERA (Association of Israeli University
Heads), che rappresenta le nove principali università israeliane: interpellata
sul tema, ha respinto le critiche affermando che la partecipazione israeliana a
Horizon Europe «si fonda sull’eccellenza scientifica ed è rigorosamente
disciplinata dai meccanismi di conformità civile ed etica supervisionati dalla
Commissione Europea», e che «escludere partner di ricerca o boicottare
scienziati sulla base della loro origine nazionale costituisce una violazione
diretta della libertà accademica e delle norme antidiscriminazione europee».
Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università
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