C’è un grande patrimonio per il mondo sotto le rovine di Gaza
Non si vedono macerie nella mostra su Gaza che si tiene (solo fino al 27
settembre) alla Fondazione Merz di Torino. Non si vedono case distrutte, bambini
massacrati, alberi divelti. Le uniche rovine esposte sono i reperti archeologici
ritrovati in quell’area chiamata Palestina, terra storica che un tempo non era
definita dagli attuali confini, ma era un amalgama di popoli che attraversavano
questa ricca area mediorientale con i loro commerci e scambi culturali. Non a
caso la mostra è nata in collaborazione con il prestigioso Museo Egizio di
Torino, che di antichità se ne intende, con l’intento di recuperare le radici
profonde di una cultura che al giorno d’oggi è minacciata di sterminio, come
l’intera popolazione che ne è l’erede. “Guardate,” sembra dire la mostra, “non
vedete da dove veniamo? Pensate forse che un bombardamento possa cancellare
millenni di storia?” No, non è possibile, perché il passato nutre il presente
donando a quelle popolazioni la forza di non rimanere sopraffatte e di
resistere.
La mostra infatti si intitola “Gaza. Il futuro ha un cuore antico” e ha
l’obiettivo di ritrovare nei resti del passato quel cuore ancora pulsante nelle
vene della sua popolazione che resta la chiave della sua attuale sopravvivenza e
– chissà – del suo futuro. Ma occorre rendersi conto che questa cultura, nata
tra il fiume e il mare, è un patrimonio per l’umanità intera, non solo per i
palestinesi, perché è la culla dell’intera nostra civiltà occidentale: è lì che
è nata l’agricoltura, è lì che è nata la scrittura. Ma ormai anche queste rovine
sono minacciate dalla distruzione in atto nel presente, che tenta di cancellare
perfino il ricordo di questa esistenza. Anfore, statue, lampade, mosaici sono i
testimoni del tempo e paradossalmente molto di quanto ci è rimasto è stato in
gran parte salvato proprio da quell’esilio che ha costretto la gran parte della
popolazione ad allontanarsi dai suoi territori e che ha portato con sé questi
oggetti nel suo esodo.
La mostra di Torino non è rivolta solo al passato, ma anche al futuro, perché
espone anche i lavori di artisti palestinesi contemporanei che dialogano con la
profondità della storia per riflettere su di sé e la propria identità. Perché è
da qui, da questa continuità, da questo radicamento, che si trae la forza
necessaria alla resistenza. Ridare alla Palestina l’orgoglio delle proprie
radici e la fierezza della sua storia: questo mi è sembrato il senso di questa
mostra, che non vuole focalizzarsi sulle immagini di distruzione, morte,
malattia e miseria con cui tendiamo a guardare il popolo palestinese,
relegandolo nella condizione della vittima. La cultura diventa un aspetto
spirituale profondo, da riconoscere e ammirare. Per questo, in conclusione, mi
piace ricordare almeno tre degli illustri nomi che hanno composto il comitato
scientifico che ha curato la mostra: Suad Amiry, Paola Caridi, Tomaso Montanari.
Nell’orrore del presente ricordiamoci dello splendore del passato per guardare
al futuro di un popolo con radici profonde di cui va orgoglioso.
Redazione Italia