Venezuela, Stati Uniti e petrolio: il dito e la luna
La presidente incaricata della Repubblica Bolivariana del Venezuela Delcy
Rodríguez ha illustrato in un discorso alla nazione di fine agosto i dettagli
dell’accordo petrolifero con gli Stati Uniti che non poco clamore ha suscitato a
livello internazionale: «Il Venezuela conserva la proprietà e la sovranità sulle
proprie risorse, utilizzando capitali, tecnologie e capacità operative per
favorire la ripresa di un settore strategico gravemente colpito dalle sanzioni».
Il nucleo dell’accordo prevede che, prendendo come riferimento un prezzo di 65
dollari al barile, il Venezuela riceverà 209 miliardi di dollari di entrate
nell’arco di durata dell’accordo. In concreto, ciò significa che per ogni barile
venduto, circa 19 dollari netti entreranno nelle casse venezuelane.
«Quando Trump afferma di aver “acquisito” 65 miliardi di barili, si rivolge ai
suoi sostenitori per conquistare voti. La realtà è che la nostra Costituzione
(art. 12, 302 e 303) e la Legge sugli Idrocarburi stabiliscono che le risorse
del sottosuolo sono inalienabili, intrasferibili e appartengono al Venezuela».
Strumento operativo dell’accordo sarà la North American Blue Energy Partners
(NABEP), una joint venture nella quale gli Stati Uniti hanno una quota di
minoranza bloccata, attraverso l’Office of Strategic Capital del Dipartimento
della Difesa, pari al 35% nella società controllante, la NABEP, ma con diritto
di veto sulle nomine del consiglio di amministrazione.
Nelle parole di Delcy Rodríguez, «Rispetto alla IV Repubblica, dove le
multinazionali pagavano una vergognosa royalty dell’1%, questo accordo
venticinquennale su 17 giacimenti garantisce allo Stato 209 miliardi di dollari,
con una royalty minima del 16% e un’imposta sul reddito del 34%. Si tratta di
100 miliardi di investimenti che contribuiranno a recuperare i danni causati
dalle sanzioni». Presentato come un risultato della Diplomazia Bolivariana di
Pace, l’accordo, in questa cornice, va dunque letto non solo sul lato economico,
ma anche sul versante politico. Da un lato garantisce risorse e porta con sé una
contraddizione nel meccanismo delle sanzioni; dall’altro, i valori economici
riconosciuti sono fuori mercato (il costo del barile è superiore ai 90 dollari),
sebbene sia rispettata la Costituzione Bolivariana. A differenza del passato, il
capitale privato entra in maniera significativa nel mercato petrolifero interno,
pur nel rispetto della sovranità del Venezuela sulle proprie risorse. Il Paese
mantiene la proprietà dei giacimenti, non vi sono cessioni di territorio e
vengono rispettate tutte le disposizioni pertinenti della Costituzione e della
Legge sugli Idrocarburi.
Riguardo ai 17 giacimenti petroliferi, 8 di questi sono “greenfield” (giacimenti
vergini) nella Cintura Petrolifera dell’Orinoco. Si tratta di giacimenti
inesplorati che devono essere portati in produzione e pertanto richiedono
investimenti significativi per diventare produttivi. L’accordo prevede un
periodo iniziale di 25 anni, rinnovabile previo accordo tra le parti. Durante
questo periodo, si prevede una produzione di 11 miliardi di barili, pari a un
sesto delle riserve totali di questi 17 giacimenti. Il contributo di capitale
nella durata dell’accordo sarà di 100 miliardi di dollari, interamente
finanziato dai partner privati, per cui lo Stato non impiegherà risorse
pubbliche o costi in debito. Alla scadenza, le infrastrutture e le attività
diventeranno proprietà del Venezuela.
Dal punto di vista economico, l’accordo si tradurrà nella riattivazione dei
settori industriale, metallurgico, edile e dei servizi tecnici del Paese,
stimolando la creazione di posti di lavoro, la formazione tecnica e la
possibilità di dinamizzare l’economia delle regioni interessate. Sotto il
profilo politico, l’accordo non revoca il blocco, ma è considerato un successo
politico-diplomatico. Istituendo meccanismi di commercializzazione e
sfruttamento con il più grande mercato energetico del continente, il Venezuela
punta a riacquistare la sua posizione di attore indispensabile sulla mappa
energetica globale, diversificando le proprie entrate e garantendo stabilità
macroeconomica, riducendo inoltre i costi associati all’elusione del blocco.
Anche in questo caso, si tratta di un panorama di luci e ombre, da valutare nel
contesto geopolitico complessivo.
Secondo le parole di Delcy Rodríguez, il tutto rientra nel quadro di una nuova
dottrina petrolifera in cinque punti. Il primo. «Avere risorse nel sottosuolo
non basta». Il Venezuela possiede le maggiori riserve petrolifere al mondo, ma
queste riserve necessitano di «investimenti, tecnologie, infrastrutture e
capacità produttiva» per tradursi in entrate e prosperità. Il secondo. La
sovranità non necessariamente implica che lo Stato debba finanziare e gestire
direttamente ogni giacimento. Lo Stato manterrà la proprietà del petrolio e
delle risorse, utilizzando anche capitali privati per lo sfruttamento. Il terzo.
La legislazione sancisce il principio fondamentale per cui i giacimenti restano
proprietà del Venezuela.
Questa distinzione (proprietà/gestione) aiuta a comprendere anche l’accordo con
gli Stati Uniti. Il Venezuela conserva la proprietà del petrolio, mentre il
capitale straniero partecipa ampiamente alla produzione. Il quarto. Non si
tratta di negare la necessità di capitali stranieri. Si tratta di utilizzarli
senza rinunciare alla proprietà delle riserve petrolifere. Il quinto. L’accordo
con Washington non è e non sarà l’unico. Delcy Rodríguez ha indicato nuovi
accordi con società come Chevron, Repsol, Eni e BP, e delineato un obiettivo che
va oltre il petrolio. La visione del gruppo dirigente è cioè quella di
un’economia più orientata all’energia nel suo complesso che esclusivamente al
petrolio, in cui petrolio, gas e petrolchimica costituirebbero parte di un’unica
strategia per attrarre investimenti e aumentare la capacità produttiva.
Secondo quanto riferito dagli organi di stampa, i lavoratori del settore degli
idrocarburi hanno espresso sostanziale sostegno alle azioni intraprese da Delcy
Rodríguez, in merito agli accordi energetici e alla nuova rotta per l’industria
petrolifera. Alejandro Fuentes, Responsabile delle Relazioni Istituzionali per
la Gestione dello Sviluppo Sociale, Divisione di Ayacucho, nella Cintura
Petrolifera dell’Orinoco, ha dichiarato che le azioni intraprese dal potere
esecutivo aprono una finestra di opportunità per posizionare il Venezuela come
produttore strategico di petrolio e Paese produttivo con le maggiori riserve di
idrocarburi al mondo.
Occorre dunque, in definitiva, tenere conto del contesto e valutare tale
strategia nell’insieme: guardare il dito o la luna. Se si guarda il dito,
l’accordo sul petrolio conserva non pochi elementi discutibili e iniqui; se si
guarda la luna (con il Presidente costituzionale, Nicolás Maduro, sotto
sequestro e un Paese già aggredito il 3 gennaio e sotto costante minaccia di
aggressione), l’accordo va letto nel contesto della Diplomazia Bolivariana di
Pace, con il tentativo, anch’esso dagli esiti non scontati, di preservare le
istituzioni, garantire la continuità dello Stato e delle sue articolazioni
politiche e sociali, difendere il processo bolivariano e le sue straordinarie
conquiste, sia di tipo politico (a partire dalla nuova geometria del potere
basata nei Consejos Comunales e nelle Comunas Socialistas) sia di carattere
sociale (con le Missioni e le Grandi Missioni bolivariane).
Riferimenti:
Presidenta Delcy Rodríguez habla sobre el gran acuerdo energético con los EEUU
que marcará el futuro de Venezuela:
www.psuv.org.ve/temas/noticias/presidenta-delcy-rodriguez-habla-sobre-gran-acuerdo-energetico-eeuu-que-marcara-futuro-venezuela
Presidenta Delcy Rodríguez y la nueva doctrina petrolera: «Tener recursos bajo
tierra no es suficiente»:
www.psuv.org.ve/temas/noticias/analisis-presidenta-delcy-rodriguez-y-nueva-doctrina-petrolera-tener-recursos-bajo-tierra-no-es-suficiente
Clase obrera petrolera respalda acciones impulsadas por la presidenta Rodríguez:
www.psuv.org.ve/temas/noticias/clase-obrera-petrolera-respalda-acciones-impulsadas-por-presidenta-rodriguez
Gianmarco Pisa