Wamu / Ho un rigurgito psichedelico
Stanislaw Vonderak è uno stuntman acclamato dal pubblico ma con un ostacolo che
non riesce a superare: i fantasmi del suo passato. Una madre opprimente, un
fratello omosessuale con il quale non è mai riuscito ad avere un rapporto
sereno, i compagni di scuola che non accettano il suo modo di vivere e per
questo lo bullizzano continuamente. Durante uno spettacolo, mentre sta compiendo
un salto da record con la sua moto, Stanislav finisce dritto in un wormhole che
si rivela l’inizio di una traversata psichedelica ricca di personaggi, creature
e situazioni che in qualche modo richiamano la sua infanzia e la sua
adolescenza, alla mercè di un aspirante fumettista demiurgo, che sbarca il
lunario come giardiniere alla mercè di una moglie autoritaria, che mette sulla
sua strada una serie di prove che lo portano ad affrontare tutti gli irrisolti
che lo hanno portato a essere l’uomo che è, nel tentativo di far pace con sé
stesso e i suoi affetti per provare a diventare, se non proprio l’uomo che
avrebbe sempre voluto essere, almeno una versione più serena di sé stesso. Nel
mezzo, c’è la riscrittura di un intero universo interiore che passa per
l’attraversamento delle porte del Samsara.
Nessun uomo è un’isola, così recitavano i versi del poeta John Donne, e se ciò è
vero per le persone, il concetto è applicabile anche alle opere degli esseri
umani che raramente, o forse mai, nascono dal niente e del tutto isolate da
altre opere. Esse per lo più sono create in un flusso di creazioni che sono
venute prima e a loro volta contribuiranno influenzando, forse, creazioni che
verranno dopo. Tutto ciò per dire che Wamu e le pelose avventure di Stanislaw
Vonderak è pieno di elementi che richiamano, se deliberatamente o meno a chi
scrive non è dato sapere, le opere di Filippo Scozzari. Il tratto, l’uso del
colore e la sfrontatezza tagliente dei personaggi e della narrazione ricordano
da vicino il padre di Suor Dentona, un padre nobile per chi vuol fare un’opera
divertente e cazzara ma solo all’apparenza, perché dietro all’umorismo surreale
di Wamu c’è tecnica a pacchi, e tanto studio del medium fumetto. Il risultato è
una versione incattivita di Midnight Gospel, meno sognante e più carica di
cazzimma, in cui l’autore conduce il suo protagonista in un doloroso viaggio a
ritroso nel suo passato in cui lo stereotipo del macho viene smontato senza
pietà ma al tempo stesso senza compiacimento, senza voglia di infierire
gratuitamente ma con una lucidità che non rende l’operazione esente da una certa
sua durezza.
Con il procedere della narrazione la logica degli eventi si sfalda e il surreale
prende piede, non che la storia trabocchi di razionalità fin dal principio,
molto è anticipato proprio da un uso del colore caleidoscopico e straniante, ma
man mano che le vignette si accumulano l’apparente nonsense, in realtà tutto ha
un perché, costruisce un universo ad alta densità simbolica che sfocia nel
mistico per un viaggio di decostruzione e ricostruzione sovrabbondante per
quanto riguarda i livelli di lettura dell’opera, che si trovano sia all’interno
del testo che nei disegni sempre ricchi di dettagli significativi per un tratto
che, nel suo essere così marcatamente onirico, è anche tridimensionale nel
costruire un’ambientazione se non sempre realistica quantomeno credibile.
Certo, così descritta l’opera di Wamu avrebbe tutte le premesse per essere
pesante e non d’immediata fruibilità ma, al contrario, Wamu e le pelose
avventure di Stanislaw Vonderak è divertente come un cartone animato anni ’70,
come se Yellow Submarine e Fritz il gatto si fossero accoppiati sotto acido e
avessero partorito un figlio, più ritmato e più attuale ma questo ci sta, il
tempo cambia e gli artisti a esso si adattano. Il ritmo, infatti, è certamente
scorrevole e piacevolmente contemporaneo, si arriva alla fine del volume in poco
tempo ma soddisfatti ma il fumetto si presta a venir riletto più volte proprio
per divertirsi a trovare il senso lasciato lì nei dettagli dopo essersi goduti
la storia nel suo insieme.
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