1/ Il corpo come tela. Perché ci tatuiamo, perché continuiamo a farlo e perché oggi lo fanno anche i nostri idoli
Che cosa spinge a fare della propria pelle una tela, fino a ricoprirla quasi per
intero di immagini permanenti? E che cosa succede quando quella tela diventa un
palcoscenico, esibito ogni weekend sotto i riflettori dello sport? Ragionare e
riflettere su una pratica che si è allargata a macchia d’olio può essere un
esercizio utile per entrare nelle relazioni complesse tra individuo e società,
tra vicende personali e messaggio sociale, tra pulsione soggettiva e
conformismo. Ed altro ancora. Nella prima parte di questa analisi sociologica
Aurelio Angelini si sofferma sulle spinte motivazionali del tatuaggio. Esso «non
è, di per sé, segno di devianza, narcisismo o fragilità psicologica. Può essere
arte, memoria, autodeterminazione, appartenenza, elaborazione biografica, o
semplice imitazione di un modello mediatico. Nella società dell’immagine la
pelle non è più solo un confine biologico fra individuo e ambiente: è uno spazio
sociale su cui si scrivono identità, relazioni, memorie, una superficie privata
che, una volta esposta, assume inevitabilmente anche un significato
pubblico»[i.l.]
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Perché una persona trasforma la propria pelle in una superficie narrativa, fino
a coprirla quasi interamente di segni indelebili? La sociologia del corpo
insegue questa domanda da decenni, senza trovare un’unica causa. Costruzione
dell’identità, bisogno di appartenenza, memoria biografica, controllo di sé:
fattori che si intrecciano e pesano diversamente da persona a persona. Ridurre
il tatuaggio a una moda o a un sintomo di disagio significa perdere di vista
questa complessità. Il corpo, scriveva Maurice Merleau-Ponty, «è il nostro mezzo
generale di avere un mondo». Non un involucro biologico, dunque, ma lo strumento
con cui percepiamo la realtà ed entriamo in relazione con gli altri. Intervenire
su di esso significa intervenire anche sulla rappresentazione di sé.
IL CORPO COME AUTOBIOGRAFIA VISIVA
Gli studi sulla comunicazione incarnata offrono una delle chiavi di lettura più
solide. Il corpo tatuato funziona come un medium: racconta non solo chi lo
indossa, ma la cultura e le norme entro cui costruisce la propria identità. Non
è più il supporto di una storia, ma parte del racconto: rende visibile ciò che
resterebbe interiore, un’esperienza, una perdita, un passaggio biografico.
Moltiplicandosi, i segni compongono una trama, un’autobiografia visiva
sedimentata per accumulo più che progettata a tavolino. Anche il significato di
ogni segno resta aperto: un’immagine scelta a vent’anni può essere riletta,
decenni dopo, alla luce di esperienze nuove. La pelle è un archivio dinamico,
stabile nelle immagini, mobile nelle interpretazioni.
RIAPPROPRIARSI DEL CORPO IN UNA SOCIETÀ CHE LO DISCIPLINA
C’è poi l’esigenza di esercitare un controllo simbolico e materiale sul proprio
corpo. Nelle società contemporanee il corpo non è più un dato di natura, ma un
progetto permanente: alimentazione, sport, cosmetica, chirurgia estetica
allineano l’immagine all’identità desiderata, e il tatuaggio vi si inserisce. Ma
questa libertà non è neutra: modelli estetici e aspettative professionali ne
definiscono i confini, e pubblicità e social media amplificano la pressione,
esponendo tutti a immagini idealizzate. «Il corpo è direttamente immerso in un
campo politico», ha scritto Michel Foucault: osservato, valutato, disciplinato
secondo un ambiente sociale che decide quali corpi siano belli, sani,
desiderabili. Tatuarsi può allora diventare un gesto di riappropriazione:
l’individuo interviene sulla propria immagine e ne rivendica il diritto di
definizione. Il corpo ricevuto alla nascita diventa un corpo interpretato e
presentato: una funzione significativa nei momenti di rottura biografica, come
una malattia, un trauma o una gravidanza, quando il segno permanente può valere
come riconquista simbolica di una corporeità percepita come estranea, senza che
ogni tatuaggio nato da un’esperienza difficile debba per questo leggersi come
gesto terapeutico.
UNA FUNZIONE RITUALE IN UNA SOCIETÀ POVERA DI RITI CONDIVISI
Le società contemporanee hanno smontato molti dei riti collettivi che scandivano
le tappe dell’esistenza: maggiore età, lutto, nascita trovano sempre meno una
cornice condivisa. Da una prospettiva antropologica, la seduta di tatuaggio può
assumerne la funzione: scelta dell’immagine, ricerca del tatuatore, attesa ed
esposizione del risultato sono le fasi di una pratica capace di segnare
simbolicamente una trasformazione. Persino il dolore, affrontato
volontariamente, entra in questa dimensione rituale, come prova di resistenza o
componente del processo con cui un’esperienza si iscrive nel corpo. Il tatuaggio
trasforma un evento privato in una traccia durevole, istituendo una cesura tra
un prima e un dopo: il corpo modificato testimonia che un passaggio è avvenuto e
che qualcuno ha scelto di conservarne memoria.
APPARTENENZA E DISTINZIONE: IL CORPO COME SEGNALE SOCIALE
Il tatuaggio parla sempre anche verso l’esterno: persino quando è nascosto,
mostrarlo o meno fa parte della gestione sociale dell’identità. «Quando un
individuo compare davanti agli altri», osservava Erving Goffman, «le sue azioni
influenzano la definizione della situazione che essi si formano». Anche nato da
una motivazione privata, una volta reso visibile il tatuaggio viene osservato,
interpretato, giudicato: il suo significato si costruisce fra autobiografia
individuale, codici culturali e percezione sociale. Può segnalare l’adesione a
una comunità religiosa, professionale, sportiva; richiamare una tradizione
familiare; rafforzare un legame di gruppo o marcare una differenza. Lo stesso
simbolo cambia di segno secondo il contesto: trasgressivo qui, ordinario
altrove. Il corpo tatuato esprime due esigenze solo apparentemente opposte,
distinguersi come individui ed essere riconosciuti come gruppo. La sua
diffusione ne ha ridefinito il valore simbolico: un tempo legato ad ambienti
militari o a sottoculture giovanili, oggi attraversa quasi tutti gli strati
sociali. La normalizzazione non ne ha cancellato la funzione distintiva, l’ha
resa più sottile: la differenza si gioca ora sull’immagine, sulla collocazione,
sullo stile, sulla superficie occupata.
PERCHÉ I TATUAGGI AUMENTANO: LA DINAMICA ESTETICA CUMULATIVA
Quando la superficie tatuata si allarga, entra in gioco anche una logica
estetica, che non va letta automaticamente in chiave clinica. Il primo tatuaggio
cambia la percezione del corpo intero: le zone ancora libere possono sembrare
incomplete rispetto a quelle decorate. Nasce così il desiderio di collegare le
immagini e sviluppare uno stile coerente: il corpo concepito non più come
superficie che ospita disegni isolati, ma come opera aperta. Si aggiunge la
gratificazione del processo stesso: ricerca dell’artista, attesa, seduta,
scoperta del risultato formano un ciclo che qualcuno desidera ripetere. Ma la
ripetizione non equivale a una dipendenza, che richiede perdita persistente di
controllo e prosecuzione nonostante conseguenze gravi: il numero dei tatuaggi,
da solo, non è mai un criterio sufficiente per una diagnosi.
QUANDO IL SEGNO CERCA DI ELABORARE UN DISAGIO
Alcuni studi hanno osservato, in campioni specifici, un’associazione fra
esperienze traumatiche e alcune motivazioni legate alle modificazioni corporee:
coprire una cicatrice, dare forma visibile a un’esperienza difficile da dire a
parole. Ma l’associazione statistica non è un rapporto causale: la presenza di
tatuaggi non è un indicatore affidabile di trauma, né una storia traumatica
porta necessariamente alla modificazione corporea. Alcune ricerche registrano,
dopo il primo tatuaggio, una riduzione dell’ansia legata all’aspetto fisico;
altri livelli più alti di estroversione o ricerca di sensazioni, differenze
troppo contenute per parlare di una “personalità tatuata”. Il punto critico non
è la quantità di pelle coperta, ma la funzione che la pratica assume nella vita
di chi la sceglie: il campanello d’allarme suona quando il comportamento diventa
incontrollabile o l’unico modo per reggere una sofferenza persistente.
IL CATTIVO ESEMPIO DEI CORPI CELEBRI: LO SPORTIVO COME MODELLO INVOLONTARIO
In una cultura della comunicazione fondata sull’immagine, questo significato
rischia di incrinarsi quando i corpi tatuati più visibili non sono quelli di
persone comuni, ma dei personaggi pubblici, e in prima fila, oggi, ci sono gli
sportivi. Calciatori, cestisti, nuotatori compaiono tatuati dalla testa ai piedi
su ogni schermo, in mondovisione e sui social: il loro corpo diventa un’icona
pubblica, replicata all’infinito, prima ancora che una biografia personale.
Interviene qui la teoria dell’apprendimento sociale di Albert Bandura: osservare
un modello prestigioso, e per un adolescente nessuno è più prestigioso del
campione sportivo, spinge all’imitazione indipendentemente da un giudizio
critico sulle motivazioni. Il problema non è il tatuaggio in sé, ma lo
scollamento fra segno e senso: ciò che nasce da elaborazione biografica o
passaggio rituale, nel gesto imitativo diventa puro accessorio estetico,
adottato per assomigliare all’idolo, per apparire anziché raccontare. Il rischio
si aggrava perché lo sport si rivolge a un pubblico giovanissimo, spesso privo
degli strumenti critici per un rapporto consapevole con la permanenza del segno.
La logica dei media, che privilegia l’immagine sulla riflessione, riduce il
corpo del campione a un modello a bassa complessità: si vede il risultato, non
ciò che qui abbiamo chiamato funzione biografica, rituale o identitaria. Si
imita l’effetto, si perde il processo. Non si tratta di colpevolizzare i singoli
atleti, spesso portatori essi stessi di storie autentiche, ma di riconoscere una
responsabilità comunicativa legata all’esposizione mediatica: un corpo pubblico
è sempre, anche involontariamente, un corpo pedagogico. Quando lo spettacolo
sportivo insegna implicitamente che tatuarsi è soprattutto un modo per
somigliare a chi vince, l’operazione simbolica ricostruita finora rischia di
ridursi a puro conformismo estetico: la stessa superficie, svuotata del proprio
spessore narrativo.
IL PARADOSSO DELLA PERMANENZA
Ricoprirsi di tatuaggi non è, di per sé, segno di devianza, narcisismo o
fragilità psicologica. Può essere arte, memoria, autodeterminazione,
appartenenza, elaborazione biografica, o, come si è visto, semplice imitazione
di un modello mediatico. Nella società dell’immagine la pelle non è più solo un
confine biologico fra individuo e ambiente: è uno spazio sociale su cui si
scrivono identità, relazioni, memorie, una superficie privata che, una volta
esposta, assume inevitabilmente anche un significato pubblico. Resta un
paradosso di fondo: attraverso un segno materialmente permanente, la persona
cerca spesso di fissare un’identità che continua invece a cambiare. Il tatuaggio
aspira a stabilizzare un significato, ma il tempo trasforma sia il corpo sia la
storia che quel segno dovrebbe raccontare. La sua permanenza non immobilizza
l’identità: ne diventa la traccia visibile delle trasformazioni.
► (1. CONTINUA. NELLA SECONDA PARTE, COSA SAPPIAMO SUL RISCHIO SANITARIO; COSA
DICONO LE RICERCHE E I NUMERI)
Aurelio Angelini