Fuori dai fossili, dentro le relazioni/1
Appunti dalla tre-giorni del FESTIVAL DELLE RELAZIONI INSEPARABILI Alta
formazione politica sull’ecologia integrale organizzata da GEA sul lago di
Bracciano
Quest’anno il Festival delle relazioni inseparabili organizzato da GEA Scuola di
Ecologia Integrale, a Trevignano Romano dall’11 al 13 settembre, si è svolto in
collaborazione con Alianza Colombia Libre de Fracking, Fossil Fuel Treaty
Initiative, Emmaus Italia e Rete dei Numeri Pari, con ospiti internazionali,
come Yuvelis Morales Blanco, insignita del Premio Goldmann 2026, il “Nobel per
l’Ecologia”, per aver impedito l’introduzione del fracking in Colombia, leader
di Alianza Colombia libre de fracking, e Andrés Gomez Orozco, coordinatore per
l’America latina della Fossil Fuel Treaty Initiative.
Il programma del Festival ha posto al centro del dibattito e della riflessione
un nodo politico, non un tema tra gli altri: l’abbandono dei combustibili
fossili, la cooperazione internazionale e la relazione inseparabile tra
giustizia sociale ed ecologia.
Mentre la politica internazionale continua a separare la crisi sociale da quella
climatica e a puntare tutto sulla crescita, il Festival rivendica un approccio
integrale: i disastri ambientali e lo sfruttamento delle risorse non sono un
incidente esterno, generano diseguaglianze e povertà, le alimentano, le
riproducono.
Il contesto di questa quinta edizione è l’iniziativa per il Trattato di
Non-proliferazione dei Combustibili Fossili. Un’alleanza, una proposta di
accordo tra Stati, accademia, società civile e movimenti, nata all’interno della
Prima conferenza sulla Transizione di Santa Marta, in Colombia, dal 24 al 29
aprile di quest’anno (vedi La conferenza internazionale di Santa Marta segna
l’inizio di un nuovo processo politico per uscire dai fossili e altro). Da Santa
Marta è emersa una rotta concreta sostenuta e sottoscritta da una coalizione dei
volenterosi di 57 Stati che punta a superare l’immobilismo ONU, non con un’altra
dichiarazione di intenti, ma pianificando l’uscita reale dai fossili con la
creazione di uno strumento giuridico vincolante per fermare petrolio, gas e
carbone e rendere finalmente concreto l’obiettivo di Parigi di 1,5°C(limite di
riscaldamento globale), altrimenti destinato a restare principio astratto.
Il Trattato di Non- proliferazione dei combustibili fossili si regge su tre
pilastri. Il primo: bloccare ogni nuovo progetto di estrazione di carbone,
petrolio e gas per rispettare il limite di 1,5°C di riscaldamento globale. Il
secondo: smantellare in modo equo la produzione fossile esistente, tenendo conto
delle diverse capacità economiche e della dipendenza energetica dei singoli
Stati. Equità non significa fare tutti lo stesso sforzo nello stesso momento,
significa ripartire le responsabilità. Il terzo: finanziare un passaggio globale
all’energia pulita che metta al centro chi quella transizione la vive sulla
propria pelle, i lavoratori, le comunità locali e i paesi più vulnerabili. Senza
giustizia sociale, la transizione è solo un altro affare.
Il Festival, in questo quadro, avvia, in Italia, il percorso per discutere
l’uscita dai fossili e preparare la Seconda conferenza internazionale a Tuvalu,
l’isola del Pacifico che rischia di scomparire sotto l’innalzamento dei mari.
Tenere insieme Colombia e Tuvalu non è un simbolo. È una scelta politica.
Significa sottolineare che la crisi climatica è una sola, ma è vissuta da corpi
e territori diversi. E che la risposta, se vuole essere all’altezza, non può che
essere globale.
Gli appunti di questa tre-giorni, quelli contenutistici, ma anche quelli
esperienziali ed emotivi non si possono riassumere mettendo in fila relazioni
e informazioni. Come in ogni processo pedagogico che voglia davvero formare un
pensiero vanno attraversati, come si attraversa un territorio.
È proprio questa l’immagine più forte che ci lascia il Festival delle Relazioni
Inseparabili. L’ha detta così Yuvelis Morales Blanco, attivista colombiana
leader dell’Alianza Colombia Libre de Fracking, vincitrice del Goldman
Environmental Prize: “Questo è il mio territorio che io attraverso e che mi
attraversa. Non è un’ulteriore risorsa”. In questa frase c’è il cuore
dell’ecologia integrale: il territorio non è un lotto da valorizzare, non è un
giacimento da sfruttare, non è una superficie su cui calare una soluzione già
pronta. È una relazione. È ciò che ci tiene insieme.
Il Festival è partito esattamente da qui, da un rovesciamento di metodo. Non è
partito dalle soluzioni, ma da come ci si organizza per cercarle. Da come si
costruisce la domanda. Per questo GEA ha proposto non un format di conferenze
ma nuovi strumenti di comunicazione ed esperienza: le pedagogie delle
resistenze. Condivisione, discussione orizzontale, deliberazione, creazione di
comunità. Una comunità intesa non come pubblico da informare ma come soggetto
che delibera, che decide cosa è necessario per vivere bene nel proprio luogo e
solo dopo interroga la tecnologia e lo Stato per realizzarlo.
Perché l’ordine fossile è verticale e semplice: comanda, estrae, distribuisce.
Il caos che il collasso climatico genera richiede, invece, l’opposto: tenuta,
tempo, capacità di stare insieme senza spezzarsi. E stare insieme nel metodo di
GEA, significa prima di tutto rivedere i desideri e il nesso che connette
desideri ed energia. È uno degli esercizi più difficili che il Festival ha
proposto poiché ha fatto ben comprendere come ogni sistema energetico sia anche
un sistema che produce desideri.
Il fossile non ha solo alimentato fabbriche e motori, ha plasmato un’idea di
vivere bene fondata su estrazione, velocità, accumulo, consumo illimitato. Per
questo non basta cambiare fonte energetica se non si interroga la forma del
desiderio che quella fonte sostiene. Passare dal fossile alle rinnovabili senza
rimettere in discussione chi decide cosa è necessario, cosa è benessere, cosa è
abbastanza, significa mantenere intatto lo stesso ordine, solo dipinto di verde.
I lavori delle assemblee hanno provato a sciogliere questo nodo: partire dai
desideri reali dei territori, il diritto a restare, a curare, a respirare, a
produrre cibo sano, a non essere sacrificati e chiedersi quale energia, in quale
misura e gestita da chi, serve a sostenerli. La relazione con l’energia non
inizia dalla bolletta o dalla colonnina di ricarica. Inizia dal chiedersi da
dove vengono i nostri bisogni, quanto del nostro consumo è indotto, quanto è
davvero necessario.
La nostra specie ha trecentomila anni e per il novantotto per cento di questo
tempo ha vissuto in modo sostenibile. Mettere in crisi il consumo, allora, non è
una punizione o una rinuncia ma è un atto di memoria, per ricordarsi che i
desideri non sono tutti nostri. La memoria è liberatoria, ti restituisce la
misura di ciò che è necessario e di ciò che è imposto. Una volta chiarito, in
modo comunitario e con strumenti di deliberazione, cosa ci serve davvero,
chiediamo allo Stato di organizzarlo con equità, garantendo diritti e potere
diffuso.
Anche la tecnologia, che non è neutra, non può rispondere agli interessi di chi
la incentiva e la finanzia prima di avere ascoltato i bisogni reali della
comunità. Quando accade genera false soluzioni. Le false soluzioni sono tutte
quelle tecnologie o strategie vendute come “verdi” e indispensabili per la
transizione, ma che in realtà non rompono con l’ordine fossile: non riducono
l’estrazione, la spostano. È il cuore del nuovo estrattivismo. Non si estrae più
petrolio in Val d’Agri, ma si estrae litio in Cile, cobalto in Congo, rame in
Colombia per fare le batterie. Solo per le auto elettriche previste in
Inghilterra servono tre anni di estrazione mineraria mondiale.
Si cambia il buco, non la logica del buco. E quel buco continua a produrre le
stesse ingiustizie: inquinamento, malattie, comunità costrette ad abbandonare la
terra. Le false soluzioni servono a far sopravvivere il fossile, non a
superarlo. Non si fabbricano combustibili con le energie rinnovabili e non si
chiudono le centrali seppellendone le emissioni con la CCS, la cattura e lo
stoccaggio del carbonio che permette di continuare a bruciare gas e carbone
sottoterra.
L’idrogeno blu, il nucleare di nuova generazione vengono presentati come puliti,
ma la loro filiera ha bisogno di fossili per essere costruita, alimentata,
trasportata. E anche i mega -impianti di rinnovabili, se vengono imposti
dall’alto senza deliberazione comunitaria, diventano un’altra forma di
accaparramento di terre.
In tutti questi casi non viene scalfito l’86% delle emissioni, che come ricorda
Andrés Gómez Orozco, coordinatore per l’America latina della Fossil Fuel Treaty
Initiative, viene da estrazione e trasporto dei fossili. E non viene toccato
l’80% dell’energia mondiale che è ancora fossile, contro solo un 20% elettrico.
Il capitale assume forme verdi per cambiare apparentemente pelle, operando in
tal modo una transizione che non riduce ma aggiunge, che sposta il danno, senza
curarlo, lasciando al centro lo sfruttamento del fossile. continua…
Redazione Italia