Le debolezze strutturali del mercato del lavoro giovanile e il paradosso delle “imprese senza ricambio”
Il nuovo rapporto dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL) rileva un
aumento della disoccupazione giovanile a livello mondiale, con alcuni degli
incrementi più marcati nelle economie a reddito più elevato e un numero
crescente di giovani che non lavorano, non studiano o non seguono un percorso di
formazione.
Il rapporto “Tendenze mondiali dell’occupazione giovanile 2026: Ritorno al
futuro” mostra che il tasso globale di disoccupazione giovanile è salito al 12,4
% nel 2025, pari a 67 milioni di giovani di età compresa tra i 15 e i 24 anni.
Allo stesso tempo, la quota di giovani che non lavorano, non studiano e non
seguono percorsi di formazione (NEET) è aumentata leggermente, raggiungendo il
20 % e interessando oltre 257 milioni di giovani nel mondo. Alcuni degli aumenti
più marcati della disoccupazione giovanile sono stati registrati dai Paesi con
reddito più elevato, mortificando le aspirazioni di milioni di giovani
all’inizio della loro vita lavorativa. Il rapporto rileva anche che il
cambiamento tecnologico, compreso il progresso dell’intelligenza artificiale
(IA), sta trasformando le opportunità per i giovani lavoratori. Secondo le
stime, il 6,1 % dei posti di lavoro occupati da giovani di età compresa tra i 15
e i 29 anni riguarda professioni fortemente esposte ai cambiamenti legati
all’IA.
Per quanto riguarda l’Italia, l’OIL sottolinea come il mercato del lavoro
giovanile mostri progressi significativi, ma anche persistenti debolezze
strutturali, con un evidente e inaccettabile sottoutilizzo del lavoro giovanile.
“La partecipazione, si legge nella nota relativa all’Italia, resta bassa e molti
giovani senza lavoro non figurano tra i disoccupati. Nel 2025 solo il 35 % dei
NEET era disoccupato, mentre il 65 % era inattivo; circa un terzo del totale
degli inattivi apparteneva alle forze di lavoro potenziali. Sono quindi
necessarie delle politiche specifiche per raggiungere anche i giovani con un
legame più debole con il mercato del lavoro, inclusi coloro che ne sono
attualmente esclusi”. Nel 2025 il 31,3 % dei dipendenti 15–29enni aveva un
contratto a termine e il 61,4 % dei giovani aveva un contratto a tempo parziale
perché non aveva trovato un impiego a tempo pieno (part-time involontario o
sottoccupazione).
Instabilità e sottoccupazione incidono su salario, reddito, esperienza
professionale, protezione sociale e progressione nella carriera. Inoltre, gli
indicatori generali nascondono forti disuguaglianze di genere e territoriali:
tra i 20–34enni non più in istruzione o formazione, il 77,4 % degli uomini è
occupato contro 61,9 % delle donne, con un divario occupazionale di 15,5 punti
percentuali. Questo divario scende a circa 4,1 punti tra i giovani con
istruzione terziaria. L’istruzione, pur fondamentale, non può compensare da sola
la debole domanda di lavoro qualificato in alcuni territori: tra i 20–34enni non
più in istruzione o formazione, nel 2024 il tasso di occupazione era dell’81,4 %
al Nord e del 54 % al Sud. Un ampio divario permane anche tra i laureati. Per
questo, conclude l’OIL, di fronte a opportunità, salari e prospettive di
carriera insufficienti, trasferirsi può essere una scelta razionale. Per
l’Italia significa però perdere capitale umano necessario per innovazione,
produttività e sviluppo.
Tuttavia, il mondo del lavoro del nostro Paese non è privo di alcuni paradossi.
Un recente dossier della CNA “Imprese senza ricambio” fotografa a livello
provinciale e settoriale l’esposizione del sistema produttivo italiano al
rischio di mancato passaggio generazionale. Aumentano gli imprenditori prossimi
all’uscita mentre diminuiscono i giovani disponibili a subentrare. È il caso, in
particolare, di comparti come manifattura, costruzioni e commercio, fondamentali
per la diffusione territoriale delle piccole imprese e dell’artigianato.
“Il passaggio generazionale è una delle grandi questioni di politica industriale
che l’Italia deve affrontare”, sottolinea il presidente nazionale della CNA,
Dario Costantini. “Ogni impresa che chiude perché non trova qualcuno disposto a
continuarla non rappresenta soltanto la perdita di un’attività economica.
Significa disperdere competenze, professionalità, relazioni con clienti e
fornitori e spesso un patrimonio costruito in decenni di lavoro. Il fatto che
proprio in alcuni dei settori nei quali cresce l’età degli imprenditori stiano
diminuendo le imprese giovanili deve essere considerato un segnale d’allarme”.
Per la CNA il tema non può essere affrontato soltanto come una questione
ereditaria. Serve una vera politica per la trasmissione d’impresa, favorendo
l’incontro tra imprenditori che intendono uscire dall’attività e potenziali
subentranti, accompagnando il trasferimento delle competenze e rendendo più
semplice l’accesso al credito per chi rileva un’azienda. Occorre inoltre
rafforzare gli strumenti fiscali e finanziari destinati al passaggio
generazionale, sostenere le operazioni di workers buyout e favorire l’ingresso
dei giovani nell’imprenditoria. Particolare attenzione va riservata
all’artigianato e alle piccole imprese, dove il valore dell’azienda risiede
spesso soprattutto nelle competenze personali dell’imprenditore e dove una
successione non preparata può determinare la scomparsa definitiva di mestieri,
conoscenze e produzioni.
“Non possiamo permetterci di perdere imprese sane soltanto perché manca il
ricambio”, conclude Costantini. “In un Paese che deve fare i conti con una
popolazione sempre più anziana e con sempre meno giovani, aiutare la
trasmissione delle imprese significa difendere capacità produttiva, occupazione
e futuro dei territori”
(https://www.cna.it/imprese-senza-eredi-315mila-gli-imprenditori-over-70/).
Qui il documento OIL “Tendenze mondiali dell’occupazione giovanile 2026 – Nota
Italia”:
https://www.ilo.org/sites/default/files/2026-08/GET_Youth_2026_Note%20Italy%20in%20IT.pdf
Giovanni Caprio