Guerra e tecnologia: rileggere il Novecento per costruire la Pace
Sono trascorsi poco più di cento anni dall’inizio e dalla fine della Prima
guerra mondiale che vide il mondo, ma soprattutto l’Europa, bagnarsi di sangue,
e ad oggi la lezione della storia pare rimasta inascoltata. Citando il grande
storico inglese Eric J. Hobsbawm, uno degli aspetti più tragici lasciati dalla
guerra mondiale «è che l’umanità ha imparato a vivere in un mondo in cui lo
sterminio, la tortura e l’esilio di massa sono diventati esperienze quotidiane
di cui non ci accorgiamo più»[1].
La nostra società appare anestetizzata, insensibile al dolore: siamo tornati a
vivere in un mondo in cui la guerra è alle nostre porte, e in cui, a differenza
del Novecento, possiamo osservare le tragedie commesse dall’essere umano sullo
schermo dei nostri telefoni, fra click, like e commenti.
Da Gaza all’Ucraina, passando per il Sudan, nulla pare più farci effetto. Tutto
sembra scivolarci addosso.
Questo alone di apatia generale nei confronti dei disastri umanitari che
circondano il nostro mondo è certamente dovuto a numerosi fattori, ma guardare
alla storia può aiutarci a comprendere non solo i contemporanei teatri di
guerra, ma anche il modo in cui l’umanità reagisce ad essi. Occorre ancora una
volta portare il nostro sguardo sulle trincee europee della Grande Guerra, dalla
Marna alla Somme, fino alla tragicità dei trecentomila morti dell’offensiva
tedesca di Verdun, che crearono in soli quattro anni quella che Hemingway definì
“una generazione perduta”.
Ciò che rese barbaro e atroce la Pima guerra mondiale fu un concetto che non
possiamo ignorare se vogliamo capire il presente: quello di democratizzazione
della guerra. Dal 1914 al 1918 si vennero infatti creando delle vere e proprie
“guerre di popolo”, sia perché i civili e la vita civile divennero obiettivi
diretti e talvolta principali della strategia militare, sia perché nelle guerre
democratiche, così come nella politica democratica, gli avversari erano e sono
naturalmente demonizzati allo scopo di renderli odiosi o almeno disprezzabili.
Il nemico non andava più solamente sconfitto sul campo di battaglia, da adesso
in poi occorreva annientarlo del tutto.
A tale scopo fu la tecnologia a cambiare le dinamiche della guerra,
trasformandola in un conflitto del tutto impersonale: uccidere e ferire
divennero conseguenze remote del premere un pulsante o del muovere una leva. La
tecnologia rese invisibili le sue vittime, mentre ciò non accadeva quando si
sventravano i nemici con la baionetta o li si inquadrava con il mirino di un
fucile. Di fronte ai cannoni in posizione sul fronte occidentale non c’erano più
uomini, ma cifre statistiche.
Il soldato divenne la macchina di un ingranaggio di morte ben oliato, dove anche
la retorica dell’eroismo, dello scontro uomo contro uomo venne a mancare. Alle
mitragliatrici e ai cannoni la guerra di oggi ha sostituito droni e missili che
si possono comandare da chilometri di distanza attraverso le leve di un
controller simile a quello di una console di ultima generazione.
Per uccidere il nemico non bisogna neanche più puntargli un fucile in faccia,
basta semplicemente premere un bottone dall’altra parte del mondo.
L’intelligenza artificiale, se già non lo sta facendo, rischia solo di
accelerare questo processo involutivo dell’uomo, verso una guerra sempre più
crudele, pericolosa per i civili, e sempre più impersonale. Rendersi conto del
fenomeno non basta, ma occorre riflettere sulle conseguenze che esso potrebbe
portare un giorno nelle nostre vite, e iniziare a costruire solidi anticorpi
contro il pericolo di una disumanizzazione delle nostre azioni. La
consapevolezza del nostro agire è forse la difesa più grande che possiamo
assumere contro il rischio di un “male banale”.
Nel 1961 in Argentina i servizi segreti del Mossad arrestarono l’ex gerarca
nazista Eric Eichmann, trasferendolo in Israele dove verrà sottoposto ad un
processo su cui caleranno gli occhi dell’opinione pubblica mondiale. A seguire
con scrupolosa attenzione i concitati giorni che animarono uno dei processi più
celebri della storia, è la filosofa e politologa Hannah Arendt, inviata speciale
del settimanale “The New Yorker”, dal quale reportage venne alla luce uno dei
testi più lucidi e chiari sulla tragicità del XX secolo, “La banalità del male”.
Il libro della Arendt raccolse con chiarezza il nocciolo che era alla base non
solo del male prodotto nei campi di sterminio tedeschi della Seconda guerra
mondiale, ma il fondamento che animò la crudeltà delle principali tragedie del
Novecento. Ad essere descritto nel suo libro non è infatti il viso lombrosiano e
demoniaco di un pericoloso criminale, ma la semplicità dei modi di fare di un
bravo vicino di casa qualsiasi. Eichmann era infatti un burocrate, niente di più
e niente di meno, magari anche un buon padre di famiglia ed un bravo marito: un
banale esecutore di ordini: «Le azioni erano mostruose, ma chi le fece era
pressoché normale».
Eichmann firmava carte in un ufficio rendendosi artefice della morte di
centinaia di migliaia di persone, senza mai dover guardare le proprie vittime
dritte negli occhi. Il male banale che ci descrive Hannah Arendt, attraverso il
quale si può uccidere il proprio nemico a distanza di chilometri, non è solo
quello della perfetta macchina da morte nazista, ma è anche quello che permette
a qualsiasi nazione di far volare droni e bombardieri sopra le teste di popoli
inermi.
Nel 1975 l’ormai generale statunitense Paul Tibbets dichiarò ad un reporter che
lo stava intervistando di dormire “sogni tranquilli ogni notte”. Trenta anni
prima Paul era un semplice aviere al comando di Enola Gay, il bombardiere B-29
che il 6 agosto del 1945 sganciò la prima bomba atomica sul Giappone. Oggi forse
più di ieri si può essere assassini conducendo una vita serena e senza doversi
sporcare le mani di sangue.
In un mondo in cui la tecnologia permette e permetterà sempre di più di
utilizzare nuove armi per annientare nemici in meno di pochi secondi, occorre
più che mai riflettere sul ruolo che ognuno di noi, come singolo e come
collettività, debba assumere per difenderci dal pericolo della disumanizzazione.
Il Novecento è un secolo che ci ha mostrato cosa è la guerra, ma forse,
rileggendolo, può e deve ancora insegnarci come creare e difendere la pace.
Simone Savasta
[1] E. J. Hobsbawm, Il secolo breve 1914-1991, Rizzoli, Milano, 2006, p.69.
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