Giorgio Scerbanenco / Un canone irrinunciabile del racconto
C’è un paradosso che attraversa l’intera operazione filologica condotta da
Cecilia Scerbanenco attorno all’opera del padre, ed è che il “prima” di Duca
Lamberti continua a rivelarsi, libro dopo libro, più vasto e più inquietante del
“dopo” che lo ha reso celebre. Si paga sempre raccoglie cinquanta racconti
scritti fra il 1947 e il 1949, pescati da un arcipelago di riviste femminili –
“Lei”, “Annabella”, “Novella”, “Bolero”, “Confidenze” – su cui Scerbanenco
pubblicò, sotto pseudonimo, buona parte dei suoi oltre 1380 racconti. Di questi,
quasi novecento restano tuttora inediti in volume: un’evidenza che dovrebbe far
riflettere chiunque continui a considerare Scerbanenco esclusivamente
l’inventore del noir milanese, il padre della quadrilogia di Duca Lamberti che
tra il 1966 e il 1969 rifondò il genere in Italia. Quella genealogia è vera ma
parziale, e questa antologia — insieme a Chi ha tradito chi e agli altri volumi
curati dalla figlia — la corregge dall’interno, mostrando che il noir
scerbanenchiano non nasce da un’illuminazione tarda ma da un tirocinio
lunghissimo, condotto in territori apparentemente estranei al genere: il
rotocalco sentimentale, la narrativa d’evasione per un pubblico femminile
borghese e piccolo-borghese del dopoguerra.
Il dato biografico qui non è aneddotico ma chiave interpretativa. Tra il 1947 e
il 1949 Scerbanenco è uno scrittore affermato professionalmente – dirige
“Bella”, collabora stabilmente con l’editoria periodica – ma, come ricorda
l’introduzione della figlia, attraversa una fase di torbidi affettivi che si
riverbera con evidenza nella caratterizzazione maschile di questi racconti:
uomini assediati, insufficienti, circondati da una pluralità di figure femminili
che occupano lo spazio narrativo con un’autonomia inconsueta per il genere e per
l’epoca. Non è un dettaglio da relegare alla nota critica: è il nucleo
generativo di una scrittura che usa il rotocalco come schermo e come
laboratorio. Sotto la superficie del racconto sentimentale – la contessina,
l’amante tradita, la ragazza di provincia – si muove infatti una materia molto
più cruda, quella di un’Italia del dopoguerra affamata e disonesta, dove i
personaggi non trovano lavoro e finiscono per accettare il contrabbando di armi,
il traffico di droga, il commercio di gioielli rubati, ricalcando le stesse
rotte clandestine attraversate durante la guerra. È il primo, importante scarto
rispetto all’immagine consolatoria del racconto rosa: Scerbanenco usa il
contenitore della rivista femminile per veicolare una fenomenologia della
sopravvivenza morale che ha ben poco di consolatorio.
Il secondo scarto riguarda le donne stesse, ed è forse il più significativo per
chi voglia leggere questi testi non come curiosità d’archivio ma come opera
compiuta. La sfilata femminile che popola Si paga sempre rifiuta
sistematicamente la tipizzazione binaria vittima/femme fatale su cui si reggeva
gran parte della narrativa di consumo coeva. Ci sono prostitute cinicamente
lucide e contessine capaci di autentica ferocia, ci sono – ed è un dato che
l’introduzione sottolinea giustamente – anche assassine, personaggi che agiscono
un desiderio di possesso e di dominio raramente concesso alla protagonista
femminile del rotocalco sentimentale. Scerbanenco fu, ai suoi tempi, considerato
uno scrittore scandaloso proprio per la crudezza con cui trattava il desiderio e
le dinamiche di potere fra i sessi, e questi racconti mantengono, quasi
ottant’anni dopo, una capacità di disturbo che non si è del tutto spenta. Non
c’è, va detto con chiarezza, un compiacimento moralistico nella
rappresentazione: manca il romanticismo consolatorio atteso dal lettore di
settimanali, e al suo posto emerge – questo l’aspetto più sorprendente – una
tenerezza imprevista, che non redime i personaggi ma li osserva senza
condannarli.
È qui che si misura la statura di Scerbanenco narratore, al di là dell’etichetta
di genere: nella capacità di scavare l’interiorità di figure minori, di
personaggi apparentemente funzionali all’intreccio, restituendo loro una
profondità psicologica che eccede ampiamente le necessità della trama. È lo
stesso talento che vent’anni dopo strutturerà i romanzi milanesi, dove Livia
Ussaro e le vittime di Duca Lamberti non sono mai semplici pedine della
detection ma soggetti dotati di una loro autonoma consistenza morale. Leggere
questi racconti del dopoguerra significa vedere in filigrana, come nota
l’introduzione, i prodromi di quella quadrilogia: non c’è ancora Milano come
teatro criminale organico, non c’è ancora l’architettura seriale del romanzo
poliziesco, ma c’è già lo sguardo, la tecnica di caratterizzazione rapida e
spietata, l’attenzione ai margini economici e morali della società italiana.
Va detto che l’operazione editoriale — la collana Oceani della Nave di Teseo,
che ha già proposto altri recuperi come Chi ha tradito chi. Altri cento delitti
— comporta anche un rischio, quello della ripetitività strutturale propria di un
materiale nato per la pubblicazione seriale su rivista, dove ogni racconto
doveva essere autoconclusivo e calibrato su un formato breve, spesso su un twist
finale. Cinquanta pezzi letti in sequenza rivelano inevitabilmente alcune
costanti retoriche — l’incipit che colloca rapidamente il personaggio in una
situazione di crisi economica o sentimentale, la chiusa a effetto — che nella
fruizione originaria, diluita nel tempo e mescolata ad altri contenuti del
rotocalco, restavano invisibili. È un limite fisiologico di ogni operazione di
recupero integrale dell’archivio di un autore molto prolifico, non un difetto
specifico di questi testi, ma va segnalato a chi si accosti al volume
aspettandosi la varietà tonale della maturità narrativa.
Resta, semmai, da sottolineare l’importanza storiografica dell’operazione nel
suo complesso. La prova che il mestiere di Scerbanenco si è formato attraverso
una disciplina di scrittura industriale, per necessità economica prima che per
vocazione, e che proprio quella disciplina ha prodotto gli strumenti tecnici —
economia di mezzi, caratterizzazione fulminea, controllo del ritmo — che il noir
milanese avrebbe poi messo al servizio di un progetto narrativo più ambizioso.
Il lavoro di ricerca archivistica compiuto da Cecilia Scerbanenco, esteso su un
arco di trent’anni di riviste dal 1934 al 1964, configura ormai un vero e
proprio secondo canone, parallelo a quello canonizzato dai quattro romanzi con
Duca Lamberti. Chi si occupa di storia del genere poliziesco italiano non può
più permettersi di ignorarlo: Si paga sempre non è un’appendice minore alla
bibliografia dell’autore, ma un tassello necessario per comprendere come nasce,
in Italia, un certo modo di raccontare la violenza e la sopravvivenza morale in
tempo di crisi.
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da Pulp Magazine.