Nel 4° anniversario della rivolta ‘Donna Vita Libertà’, presentata l’inchiesta “Architettura delle atrocità”Amnesty International oggi ha pubblicato il rapporto in cui riferisce che
durante la sanguinosa repressione delle proteste le autorità iraniane hanno
commesso crimini contro l’umanità e un documento che descrive le uccisioni di
377 manifestanti e passanti, di cui 56 minorenni.
L’approfondita indagine ha ricostruito la catena di comando responsabile
dell’attuazione della politica statale di ricorso alla forza letale per
stroncare le proteste e ha individuato 87 funzionari che dovrebbero essere
indagati per crimini contro l’umanità.
Il rapporto documenta che le autorità iraniane hanno colpito in modo
sproporzionato i curdi e i beluci, con una repressione letale che va considerata
crimine contro l’umanità di persecuzione.
Intitolato Architettura delle atrocità: l’apparato statale che ha orchestrato i
crimini contro l’umanità durante la rivolta ‘Donna Vita Libertà’ del 2022 in
Iran, il nuovo rapporto di oltre 1000 pagine descrive nel dettaglio come le
autorità iraniane abbiano commesso i crimini contro l’umanità di omicidio,
tortura, sparizione forzata, detenzione, stupro nonché quello di persecuzione
per motivi politici, di genere, etnici e religiosi allo scopo di reprimere la
rivolta.
Documenta inoltre le operazioni letali di repressione delle proteste e le
relative strutture di comando, individuando 87 funzionari che dovrebbero essere
sottoposti a indagini per crimini contro l’umanità.
Amnesty International ha chiesto che l’Assemblea generale delle Nazioni Unite
istituisca con urgenza un meccanismo internazionale di giustizia penale, per
garantire che le autorità iraniane responsabili di crimini contro l’umanità
siano chiamate a risponderne e per impedire il ripetersi di atrocità come i
massacri su vasta scala delle persone manifestanti compiuti l’8 e il 9 gennaio
2026.
Alla luce delle ostilità in corso dopo gli attacchi illegali condotti da Stati
Uniti e Israele contro l’Iran, a ulteriore conferma della necessità di un
cessate il fuoco duraturo e dell’accertamento delle responsabilità, compresi
eventuali crimini di guerra, Amnesty International ha ribadito la richiesta di
indagini indipendenti sugli attacchi compiuti durante il conflitto e sollecitato
le Nazioni Unite a intervenire per garantire l’accertamento delle responsabilità
per le violazioni della propria Carta e del diritto internazionale umanitario.
Agnès Callamard, segretaria generale di Amnesty International, ha dichiarato:
> Le numerose prove raccolte e analizzate nel nostro rapporto non lasciano alcun
> dubbio: le autorità iraniane hanno commesso crimini contro l’umanità per
> reprimere la rivolta ‘Donna Vita Libertà’ del 2022. Hanno condotto un attacco
> esteso e sistematico contro una popolazione civile che chiedeva dignità,
> diritti umani e un cambiamento politico fondamentale, in attuazione di una
> politica statale basata sull’uso della forza letale per annientare il
> dissenso.
> Il nostro rapporto mostra inoltre come i crimini contro l’umanità in Iran
> siano alimentati da un sistema di impunità incorporato negli assetti
> costituzionali, legislativi, politici e giudiziari del paese.
> Il terribile risultato è stato un susseguirsi sempre più grave di uccisioni di
> massa di manifestanti, culminato nel massacro di migliaia di persone nell’arco
> di appena 48 ore, l’8 e il 9 gennaio 2026. L’Assemblea generale delle Nazioni
> Unite deve porre fine all’inaccettabile normalizzazione delle uccisioni di
> massa di manifestanti in Iran e istituire un meccanismo internazionale di
> giustizia penale finalizzato a perseguire le persone maggiormente coinvolte
> nei crimini contro l’umanità.
> Questo rapporto viene pubblicato mentre la popolazione iraniana subisce anche
> le devastanti conseguenze degli attacchi illegali di Stati Uniti e Israele.
> Amnesty International si oppone fermamente alle violazioni del diritto
> internazionale commesse da tutte le parti e respinge qualsiasi tentativo di
> strumentalizzare le sofferenze di chi ha subito violazioni dei diritti umani
> in Iran per giustificare attacchi illegali che causano ulteriori danni alla
> popolazione civile.
> Da anni, le persone in Iran vanno incontro a repressione brutale e
> persecuzione per mano delle medesime autorità. Oggi parte della popolazione
> sta pagando anche il costo umano delle azioni militari illegali condotte da
> Stati Uniti e Israele. Una risposta fondata sui principi richiede di
> respingere sia l’impunità per i crimini contro l’umanità sia l’uso illegale
> della forza.
> La comunità internazionale deve perseguire strategie diplomatiche incentrate
> sulle persone, che pongano al centro la protezione della popolazione civile,
> la prevenzione delle atrocità, la giustizia e l’accertamento delle
> responsabilità. Dopo oltre sei mesi di attacchi aerei che hanno ucciso e
> ferito persone civili, danneggiato l’ambiente e provocato ingenti distruzioni
> delle infrastrutture civili, è urgentemente necessario un cessate il fuoco
> duraturo, accompagnato da indagini indipendenti e da un intervento
> dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite volto ad accertare le
> responsabilità per le violazioni della Carta delle Nazioni Unite e del diritto
> internazionale umanitario e per eventuali crimini di guerra commessi da tutte
> le parti del conflitto”.
Il rapporto di Amnesty International, pubblicato quattro anni dopo che la morte
in custodia di Zhina Mahsa Amini per mano della cosiddetta polizia “morale”
innescò proteste in tutto l’Iran, documenta come le autorità iraniane abbiano
mobilitato forze di sicurezza munite di armi da fuoco di tipo militare e fucili
caricati con pallini metallici, impartendo ordini che hanno agevolato
l’uccisione illegale di centinaia di manifestanti e passanti, tra cui decine di
minorenni.
Tra i crimini contro l’umanità figurano anche l’arresto arbitrario, la
sparizione forzata, i maltrattamenti e le torture ai danni di migliaia di
uomini, donne e minorenni, nonché la persecuzione dei familiari delle persone
uccise.
Insieme al rapporto, Amnesty International ha pubblicato anche un documento,
intitolato Vite spezzate brutalmente: persone uccise nei crimini contro
l’umanità durante la rivolta ‘Donna Vita Libertà’ del 2022 in Iran, che
ricostruisce la morte di 377 persone, di cui 56 minorenni. Elaborato
raccogliendo informazioni e prove nell’ambito dell’indagine dell’organizzazione
sui modelli ricorrenti di uccisioni compiute dalle forze di sicurezza in tutto
il paese, contiene anche i ritratti delle persone uccise e, ove disponibili, le
fotografie dei luoghi della loro sepoltura.
Oltre a chiedere all’Assemblea generale delle Nazioni Unite di istituire un
meccanismo internazionale di giustizia, alla luce dello stallo politico al
Consiglio di sicurezza, della gravità e dell’entità dei crimini commessi e
dell’elevato rischio che possano ripetersi, Amnesty International ha esortato
gli stati a chiedere al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite di deferire
la situazione in Iran all’Ufficio del procuratore della Corte penale
internazionale.
L’organizzazione ha sollecitato inoltre le autorità giudiziarie di tutto il
mondo ad avviare indagini, sulla base del principio della giurisdizione
universale o di altre forme di giurisdizione extraterritoriale, nei confronti
dei funzionari iraniani sospettati di essere responsabili di crimini contro
l’umanità compresi quelli descritti nel rapporto, e, laddove vi siano prove
sufficienti, a emettere mandati d’arresto.
La ricerca condotta da Amnesty International nell’arco di diversi anni per la
realizzazione del rapporto ha incluso interviste a 270 persone, tra cui
manifestanti, ex detenuti, familiari di persone uccise o detenute, testimoni
oculari, avvocati, difensori dei diritti umani, giornalisti e personale
sanitario. L’organizzazione ha inoltre analizzato oltre 2000 video e un’ampia
documentazione, tra cui dichiarazioni ufficiali, documenti ufficiali trapelati,
provvedimenti delle procure, decisioni giudiziarie e documentazione forense.
Amnesty International ha scritto alla Guida suprema dell’Iran e ad alti
funzionari delle forze di sicurezza per condividere i risultati dell’indagine e
informare gli 87 funzionari individuati nel rapporto.
Al momento della pubblicazione non ha ricevuto alcuna risposta.
Un attacco su scala nazionale attuato sulla base di una politica statale
Le indagini di Amnesty International sui crimini contro l’umanità commessi per
reprimere la rivolta “Donna Vita Libertà” del 2022 hanno rivelato che due delle
principali forze di polizia, il Corpo dei Guardiani della rivoluzione islamica
(Cgri) e il Comando di polizia della Repubblica islamica dell’Iran, noto con
l’acronimo persiano Faraja, hanno guidato la soppressione violenta e letale
delle proteste, attuando una politica statale elaborata attraverso il Consiglio
supremo per la sicurezza nazionale, il Consiglio per la sicurezza dello stato e
i consigli di sicurezza provinciali e locali.
Agenti del Faraja e del Cgri hanno ripetutamente sparato contro la folla
utilizzando fucili d’assalto di tipo militare, pistole e fucili caricati con
pallini metallici. Oltre a ciò, hanno inseguito manifestanti e passanti in fuga,
raggiungendo persone disarmate che non costituivano alcuna minaccia per le forze
di sicurezza o per altre persone e uccidendole con colpi d’arma da fuoco esplosi
a distanza ravvicinata.
Tra le unità del Faraja coinvolte figuravano la Polizia di prevenzione, comprese
le sue Unità di assistenza, e le Unità speciali. Tra le unità del Cgri coinvolte
figuravano le divisioni operative, le Unità provinciali di sicurezza e diversi
battaglioni basij, tra cui i Battaglioni Imam Ali e i Battaglioni Beit
Al-Moghaddas. Queste unità del Cgri operavano sotto il comando dei rispettivi
corpi provinciali, a loro volta sottoposti alla supervisione di sedi regionali.
Le dichiarazioni ufficiali e i documenti trapelati analizzati nel rapporto
mostrano come la politica statale abbia trovato attuazione attraverso riunioni
strategiche, ordini vincolanti, piani di dispiegamento, stanziamenti di fondi e
armi e istruzioni affinché la risposta fosse “ferma e severa”. In un ordine
trapelato è stata impartita l’istruzione di “rispondere senza pietà, fino a
provocare la morte”.
Numerosi testimoni hanno descritto strade simili a campi di battaglia a causa
degli incessanti colpi d’arma da fuoco esplosi dalle forze di sicurezza.
Mahshid, che aveva partecipato alle proteste a Mahabad, nella provincia
dell’Azerbaigian occidentale, ha raccontato ad Amnesty International: “Non avevo
mai visto scene del genere… La situazione era terrificante, sembrava una zona di
guerra. Le forze di sicurezza continuavano semplicemente a sparare”.
La maggior parte delle 377 persone manifestanti e passanti la cui morte è stata
documentata da Amnesty International è stata uccisa dalle forze di sicurezza
durante la dispersione delle proteste tra settembre e dicembre 2022. Altre
persone sono morte mentre si trovavano in custodia, dopo la scarcerazione o in
circostanze sospette che fanno ritenere possibile una responsabilità dello
stato.
In linea con una prassi consolidata di negazione e insabbiamento dei fatti, le
autorità hanno riconosciuto soltanto 202 morti e hanno falsamente attribuito la
maggior parte di esse ad attori non statali, “rivoltosi” o “terroristi armati”,
nonostante le schiaccianti prove del contrario. Anziché intervenire per fermare
i crimini man mano che le prove si accumulavano, alti funzionari hanno
ripetutamente elogiato le forze di sicurezza e ordinato la prosecuzione delle
operazioni.
Individuati 87 funzionari nei cui confronti dovrebbero essere avviate indagini
penali
Sulla base di una dettagliata documentazione relativa alle forze di sicurezza
coinvolte e di un’analisi approfondita delle loro strutture di comando, Amnesty
International ha individuato 87 funzionari iraniani nei cui confronti dovrebbero
essere avviate indagini penali per crimini contro l’umanità.
L’elenco, che non è esaustivo, comprende persone ai più alti livelli
dell’apparato di sicurezza iraniano fino a funzionari operanti a livello
provinciale e locale.
Le 87 persone individuate comprendono 62 comandanti delle forze di sicurezza –
tra cui 33 comandanti del Cgri e 27 del Faraja – e 25 funzionari del ministero
dell’Interno, tra cui governatori provinciali e locali. Tra loro figurano dieci
funzionari di livello nazionale e 77 funzionari di livello regionale,
provinciale e locale, con responsabilità relative alle 17 municipalità delle
province del Kurdistan, di Kermanshah e dell’Azerbaigian occidentale sulle quali
Amnesty International ha condotto indagini approfondite.
Tra le persone individuate figurano il defunto Ali Khamenei, Guida suprema e
comandante in capo di tutte le forze armate, e il defunto Mohammad Bagheri, capo
di stato maggiore delle Forze armate, entrambi uccisi nel febbraio 2026 in
attacchi aerei condotti durante l’offensiva militare statunitense-israeliana
contro la Repubblica islamica dell’Iran. Amnesty International indica inoltre
Ahmad Vahidi, all’epoca ministro dell’Interno e successivamente divenuto
comandante generale del Cgri, e Majid Mir Ahmadi, all’epoca viceministro
dell’Interno per la polizia e la sicurezza.
“Questa indagine mette in luce i diversi livelli di comando e coordinamento alla
base della repressione letale delle proteste da parte delle autorità iraniane.
Gli agenti presenti nelle strade operavano all’interno di una catena di comando
gerarchica e coordinata che li collegava ai funzionari che hanno diretto, reso
possibili, agevolato e sostenuto crimini commessi su vasta scala”, ha dichiarato
Agnès Callamard.
“I funzionari indicati nel rapporto continuano a sottrarsi alla giustizia in
Iran. La maggior parte ricopre tuttora incarichi dai quali può scatenare nuove
repressioni letali, mentre alcuni, dopo i crimini contro l’umanità del 2022,
hanno persino ottenuto promozioni all’interno della catena di comando. Le
conseguenze del perdurare dell’impunità sono state devastanti. È più che mai
necessario istituire un meccanismo internazionale di giustizia penale per l’Iran
prima che si verifichi un altro massacro di manifestanti”, ha aggiunto
Callamard.
Le devastanti conseguenze per i curdi e i beluci
Le persone appartenenti alle perseguitate comunità beluci e curde dell’Iran che
hanno partecipato alle proteste hanno subito in misura devastante la repressione
letale: rappresentano il 62 per cento del totale delle persone la cui morte è
stata documentata, pur costituendo rispettivamente il cinque per cento e tra il
dieci e il 15 per cento della popolazione del paese.
Amnesty International ha documentato l’uccisione illegale da parte delle forze
di sicurezza di 106 persone manifestanti e passanti beluci, tra cui 20
minorenni, nella provincia del Sistan e Belucistan, pari al 33 per cento delle
persone uccise documentate. Soltanto il 30 settembre 2022, 87 persone sono state
uccise illegalmente quando le forze di sicurezza hanno aperto il fuoco dopo la
preghiera del venerdì a Zahedan, in quello che da allora è chiamato il “Venerdì
di sangue”.
L’organizzazione ha inoltre documentato le circostanze dell’uccisione illegale
di 95 persone manifestanti e passanti curde, tra cui 13 minorenni, durante la
dispersione delle proteste o in aree militarizzate in prossimità di proteste
ancora in corso o concluse da poco, in 17 municipalità delle province del
Kurdistan, di Kermanshah e dell’Azerbaigian occidentale, pari al 29 per cento
delle persone uccise documentate. La maggior parte è stata uccisa da colpi
d’arma da fuoco; altre persone sono morte dopo essere state picchiate, colpite
da candelotti lacrimogeni o deliberatamente investite da veicoli delle forze di
sicurezza.
Iman, testimone oculare a Sanandaj, nella provincia del Kurdistan, ha
dichiarato: “Gli agenti sparavano a chiunque capitasse nel loro campo visivo,
senza preoccuparsi che si trattasse di donne, minori, passanti o manifestanti”.
Amnesty International ha accertato che nelle province del Kurdistan, di
Kermanshah e dell’Azerbaigian occidentale le forze di sicurezza hanno utilizzato
sistematicamente fucili da tiratore scelto, fucili d’assalto, mitra e
mitragliatrici pesanti montate su pick-up.
Amnesty International ha concluso che gli atti di omicidio e tortura ai danni di
manifestanti curdi e beluci sono stati commessi con intento discriminatorio per
motivi politici ed etnici e che, per questi gruppi specificamente presi di mira,
ricorrono gli elementi costitutivi del crimine contro l’umanità di persecuzione.
Un sistema disegnato sull’impunità
In Iran, l’impunità per i crimini di diritto internazionale e per altre gravi
violazioni dei diritti umani è sistemica e intenzionale.
La costituzione iraniana pone il sistema giudiziario sotto il controllo diretto
della Guida suprema, che, oltre a essere comandante in capo delle forze di
sicurezza, nomina il capo del potere giudiziario, il quale a sua volta nomina
giudici di alto grado e procuratori. I casi riguardanti gravi violazioni dei
diritti umani commesse da membri delle forze di sicurezza sono trattati dalle
procure e dai tribunali militari, nei quali giudici e procuratori possono
provenire essi stessi dalle forze di sicurezza e fanno abitualmente affidamento
sulle ricostruzioni fornite dagli stessi organismi di sicurezza implicati nei
crimini.
La Legge iraniana sull’uso delle armi da fuoco da parte delle forze armate in
situazioni di necessità consente di utilizzare armi da fuoco per disperdere le
proteste, in palese violazione del diritto internazionale, che ne permette l’uso
soltanto come ultima possibilità di fronte a una minaccia imminente di morte o
di lesioni gravi. La legge esenta inoltre, in linea generale, gli agenti statali
dalla responsabilità civile e penale.
“Le persone sopravvissute e le famiglie delle persone uccise in Iran sono
intrappolate in un sistema nel quale le stesse istituzioni che dovrebbero
garantire giustizia sono controllate da autorità che hanno le mani sporche di
sangue. Le famiglie che chiedono verità e giustizia vengono perseguitate – ha
dichiarato Agnès Callamard – Rivolgere richieste di accertamento delle
responsabilità alle autorità giudiziarie iraniane complici di crimini contro
l’umanità significa ignorare la realtà. La comunità internazionale deve
promuovere subito percorsi internazionali di giustizia. L’Assemblea generale
delle Nazioni Unite deve occuparsi di questa crisi dell’impunità, che espone le
persone in Iran a uccisioni di massa di manifestanti sempre più frequenti e
gravi”.
Amnesty International ha pubblicato questo rapporto in un momento in cui le
persone in Iran sono a rischio di subire crimini di diritto internazionale su
due fronti.
Da un lato, sono esposte a violazioni del diritto internazionale umanitario da
quando, il 28 febbraio 2026, Stati Uniti e Israele hanno attaccato illegalmente
l’Iran in violazione della Carta delle Nazioni Unite.
Dall’altro, rischiano di essere vittime di ulteriori crimini contro l’umanità
nel contesto della repressione delle proteste. Le autorità iraniane hanno
sfruttato la copertura offerta dalle “condizioni di guerra” per intensificare la
repressione interna, militarizzare ulteriormente gli spazi pubblici, minacciare
apertamente di compiere uccisioni di massa di manifestanti e dissidenti e
aumentare il ricorso a esecuzioni arbitrarie motivate politicamente.
Dal dicembre 2017 l’Iran è attraversato da successive ondate di proteste contro
il sistema politico, durante le quali le persone sono scese ripetutamente in
strada per chiedere diritti umani, dignità, libertà, la fine del sistema della
Repubblica islamica e la transizione verso un nuovo sistema di governo
rispettoso dei diritti umani.
Le approfondite ricerche condotte da Amnesty International sulla risposta delle
autorità alle successive ondate di protesta del dicembre 2017-gennaio
2018, novembre 2019, settembre-dicembre 2022 e gennaio 2026 mostrano un modello
ricorrente di uccisioni illegali di massa, tortura, sparizioni forzate e altri
crimini di diritto internazionale.
Amnesty International