Riempire i buchi della storia: Toni Morrison
Sosteneva Harold Bloom negli anni Novanta (prima della guerra o se preferite
delle guerre…) che i quattro maggiori romanzieri americani (allora) viventi
erano Thomas Pynchon, Philip Roth, Don DeLillo e Cormac McCarthy. Ebbene, non ho
problemi a dichiarare che, tenendo fermi i quattro grandi di cui sopra, alla
squadra ne va aggiunta una quinta, Chloe Anthony Wofford, in arte Toni Morrison.
Il fatto che se ne sia andata nel 2019 non toglie che la sua opera abbia un peso
sulle lettere americane (e non solo su quelle) assolutamente paragonabile a
quello degli altri Romanzieri Illustri. Lungi da me, comunque, l’intenzione di
battere sul tasto del colore (Morrison era evidentemente di discendenza
africana) o su quello del genere (sospetto che Bloom avesse qualche difficoltà
con le scrittrici). Preferisco concentrarmi su un aspetto della sua opera già è
presente nel suo romanzo d’esordio, L’occhio più azzurro, risalente a
cinquantaquattro anni fa, anche se non ancora evidente come in quelli
successivi.
Diciamolo chiaro e forte: Morrison è, insieme a Thomas Pynchon e Willam T.
Vollmann la più grande romanziera storica del secondo dopoguerra statunitense.
Eccelle nella varietà più difficile, più folle, più impervia del romanzo: quella
in cui lo scrittore ci deve portare indietro nel tempo, deve far parlare e
rivivere i defunti da lunga pezza, deve ricostruire un mondo che non ha visto
coi suoi occhi, non ha udito con le sue orecchie, nel quale non ha camminato con
le sue gambe. Ciò è evidente nel romanzo più noto di Morrison, Amatissima (anche
apparso nel Meridiano Mondadori col titolo originale, Beloved), ambientato com’è
negli anni che precedono e seguono l’abolizione della schiavitù negli Stati
Uniti, sancita dal Tredicesimo emendamento alla Costituzione l’8 aprile 1864
(ebbene sì, la Costituzione di Jefferson e degli altri padri della patria nella
sua stesura originale del 1787 ammetteva tranquillamente la schiavitù; proprio
the land of the free…). Non c’è il minimo dubbio che il capolavoro della
scrittrice sia un romanzo storico a tutti gli effetti, frutto di attenta e
documentata ricostruzione, come gli altri classici di questo genere, dai
Promessi sposi alla Lettera scarlatta all’Opera al nero al Memoriale del
convento, giù giù fino a Europe Central di Vollmann.
Ne L’occhio più azzurro la dimensione storica c’è, ma si potrebbe obiettare che
il lato autobiografico sia preponderante. Il romanzo uscì nel 1970, quando
l’autrice aveva trentanove anni (no, non fu un esordio precoce, e Morrison era
già attiva in campo editoriale, avendo lavorato per cinque anni per Random
House, una delle più importanti case editrici americane); essendo ambientato nei
primi anni Quaranta, un rapido calcolo ci porta a concludere che all’epoca
l’autrice era tra infanzia e adolescenza, quindi poteva basarsi sui suoi ricordi
per ricostruire quel periodo. Non bastante ciò, la vicenda si svolge nella
cittadina di Lorain, nell’Ohio (65.000 abitanti oggidì, non proprio una
metropoli…), luogo di nascita della scrittrice; e a raccontare è Claudia, una
ragazzina di colore che vive lì con la sorella Frieda e i genitori. Insomma, è
facile pensare che Frieda sia la futura scrittrice Toni.
Eppure bisogna essere prudenti. Morrison ha appreso da Faulkner l’arte del punto
di vista, la capacità di guardare le cose, di testimoniare una storia, di
raccontare da una prospettiva la più sghemba e deformante (ne sapeva qualcosa
Fitzgerald, ma ne L’urlo e il furore il suo collega del sud è andato ben oltre,
offrendo ben quattro diversi punti di vista sulla stessa storia famigliare).
Claudia, va sottolineato, non è la protagonista; e se è lecito vederla come un
alter ego di Morrison, quella che racconta non è la sua storia. La dimensione
autobiografica ci sarà pure ma non è dominante.
In una sorta di saggio su Amatissima, pubblicato postumo e disponibile nella
raccolta L’importanza di ogni parola (Frassinelli 2019), Morrison dice qualcosa
di assai importante anche sul suo primo romanzo. Asserisce di intrattenere una
relazione complicata con la storiografia, nata dalla consapevolezza di
“cancellazioni e assenze e silenzi nella storia scritta a mia disposizione”.
Parliamo ovviamente della saggistica storica che la scrittrice aveva letto negli
anni cinquanta e sessanta, quella dove gli americani dalla pelle scura (e quelli
residenti nel paese prima del 1607) erano messi in soffitta o qualche
scantinato; erano “una nota a piè di pagina ampliata, per così dire, ma
tutt’altro che centrale nel passato della nazione”. Accoppiata alla rimozione
degli afroamericani, le loro discutibili rappresentazioni da parte di alcuni
scrittori bianchi, come la Beecher Stowe e Twain – per quanto benintenzionate.
Certo, quando Morrison si accinge a scrivere L’occhio più azzurro, è ben
consapevole che dopo La capanna dello zio Tom e Huckleberry Finn le lettere
statunitensi si sono arricchite di notevoli romanzi di autori afroamericani che
presentano un punto di vista ben differente; basterebbe citare Uomo invisibile,
di Ralph Ellison (incentrato anch’esso su un mancanza, a ben vedere,
sull’invisibilità culturale dei neri nella “terra dei liberi”). Però si è
accorta che qualcosa mancava, una tessera importante nel complesso mosaico della
storia americana; per questo nel suo commento a posteriori afferma risolutamente
che “di tutti i personaggi scelti per essere esaminati artisticamente, con
empatia o disprezzo, le ragazzine nere vulnerabili erano profondamente assenti”.
Attenzione a quell’aggettivo, praticamente identico in inglese (vulnerable): si
parla di soggetti vulnerabili perché minori e perché femmine. Doppia
vulnerabilità quindi.
Ecco, al centro di L’occhio più azzurro c’è proprio una ragazzina vulnerabile, e
vulnerata. Si chiama Pecola Breedlove. Entra nella vita delle sorelle MacTeer
(Claudia, voce narrante, e Frieda) quando suo padre dà fuoco accidentalmente
alla casa dei Breedlove; la famiglia di Pecola, quindi, come dichiara
perentoriamente la signora MacTeer, è outdoors. La migliore traduzione di questo
termine nell’uso che ne fa Morrison, riproducendo la parlata afroamericana, è
“in mezzo a una strada”. Pecola viene affidata temporaneamente ai MacTeer,
afroamericani anche loro, ma messi un po’ meglio dal punto di vista economico,
anche se la madre di Claudia e Frieda si lamenta continuamente della difficoltà
di arrivare alla fine del mese (e quale madre non lo fa?). Ecco quindi che la
vera protagonista del romanzo viene di fatto raccontata da altri, viene vista da
fuori, e dato il suo carattere taciturno e remissivo, è un po’ un enigma; solo
gradualmente, un frammento alla volta, Morrison ci svela la storia dei suoi
genitori e la sua, e scopriamo fino a che punto Pecola è vulnerabile, e – come
si diceva prima – vulnerata. Solo verso la fine scopriamo che ha subito un abuso
sessuale (e ometto deliberatamente il nome del responsabile).
Già questo argomento, tutt’altro che di moda nel 1970, può aver contribuito al
mancato successo del romanzo (negli anni a seguire ci furono ripetuti tentativi
di eliminarlo da svariate biblioteche scolastiche americane…). Mettiamoci anche
che non tutto il pubblico americano di allora era interessato a storie di neri
sfigati; che diversi critici obiettarono al linguaggio, ritenuto troppo semplice
e pedestre (erano anni di neoavanguardia e se non eri sperimentale eri un
poveraccio); ma un problema ancora più serio fu il fatto che nella comunità dei
critici e lettori di colore si ritenne la descrizione di una famiglia
afroamericana disfunzionale (quella dei Breedlove) una macchia sulla reputazione
dell’intera comunità nera. L’idea era che i panni sporchi andavano lavati in
famiglia e non esposti alla curiosità dei bianchi, magari anche razzisti. Eppure
Haskel Frankel sulla New York Times Book Review e L.E. Sissmann sul New Yorker,
pur rilevando alcune pecche stilistiche dell’autrice, ma perdonandole in quanto
si tratta di un’opera di esordio, ammiravano la potenza narrativa di Morrison,
la sua capacità di trovare bellezza e speranza in un brutto mondo, la sua
capacità di dire la verità sulla vita degli afroamericani. Altri furono colpiti
dal fatto che il romanzo riusciva a raccontare gli anni Quaranta senza dare
spazio alla guerra che stavano combattendo gli Stati Uniti in Europa e nel
Pacifico, e risultare comunque convincente.
Col tempo però L’occhio più azzurro ha avuto la sua rivincita. Dal punto di
vista della critica ci si è resi conto che il tema centrale, cui allude il
titolo, è quello della colonizzazione della mente afroamericana. Il sogno di
Pecola, che si ritiene brutta, come si vedeva brutta sua madre (e per questo
scusava le ripetute infedeltà coniugali del marito Cholly, e ne subiva i
maltrattamenti), è quello di avere gli occhi azzurri; desiderio talmente ardente
da spingerla a mettersi nelle mani di un ciarlatano, anche lui nero ma di
origine caraibica, che si dice capace di cambiare il colore delle sue iridi.
Ecco, Morrison tocca un punto dolente della cultura afroamericana di quegli
anni, l’aver assorbito i codici estetici dei bianchi, e aver accettato una
gerarchia nella quale gli afroamericani dalla pelle più chiara stavano un
gradino sopra a quelli neri sul serio (o marrone scuro); la stessa gerarchia
estetica che portava il giovane Malcom Little a stirarsi i capelli crespi, prima
di diventare il reverendo Malcom X.
Ma L’occhio più azzurro ha avuto anche una clamorosa rivincita commerciale.
Correva l’anno 2000, quando Morrison non era più la scrittrice esordiente, ma la
vincitrice del Premio Pulitzer nel 1988 con Amatissima, e poi del Nobel nel
1993, e aveva anche fatto amicizia con la donna afroamericana più famosa
d’America, Oprah Winfrey. Proprio nel programma della celeberrima presentatrice
viene proposto al pubblico l’opera prima di Morrison; come se (mutatis mutandis)
Pippo Baudo avesse lanciato Morte accidentale di un anarchico di Dario Fo a
Domenica In. Oprah consiglia e nel giro di pochi giorni si vendono 800.000 copie
del romanzo in paperback; la televisione, bisogna ammetterlo, ha fatto anche
cose buone.
Torniamo all’inizio per tirare le somme. A valle di tutte le considerazioni
sull’opera prima della grande scrittrice afroamericana, in essa si vede già il
talento che consente a un narratore di prenderci per la collottola e portarci in
un altro tempo, un tempo passato che non abbiamo vissuto, del quale abbiamo
l’idea un po’ astratta che ci può dare il testo scolastico di storia non
supportato da un bravo insegnante. Quel talento che consente a Thomas Pynchon di
trascinarci nel 1767, a tracciare il confine tra Pennsylvania e Maryland con
Mason e Dixon, quel confine che separerà in seguito gli stati schiavisti dagli
altri. La comunità afroamericana di Lorain ci appare vivissima; come in
Amatissima ci si presenterà anche troppo nitida la vita nelle piantagioni del
sud, ci troveremo a seguire la disperata fuga dalla schiavitù di Sethe con i
suoi figli, e saremo spettatori del momento atroce in cui la donna decide di
uccidere i suoi figli piuttosto di farli tornare prigionieri a vita (scena
basata sulla storia vera di Margaret Garner, che nel 1856 uccise i suoi tre
figli per non farli ridiventare schiavi insieme a lei – come al solito il
romanzo storico germina dalla historia rerum gestarum).
La dimensione storica è presente in tutta l’opera di Morrison. Basti pensare a
uno dei suoi scritti meno noti ma pregevolissimo, Il dono (Frassinelli 2009, poi
riedito da Sperling & Kupfer): una storia ambientata nell’ultimo decennio del
XVII secolo, in un microcosmo rurale dove Rebekka, la vedova di un commerciante
e coltivatore della colonia di New York (da poco strappata agli olandesi dagli
inglesi) convive con la sua servitù multietnica: la nera Florens, Lina, indiana
o meglio nativa americana, la mulatta Sorrow. È il mondo coloniale della Lettera
scarlatta di Hawthorne, non moltissimi anni dopo la vicenda di Hester Prynne; un
mondo nel quale un gruppo di coloni puritani, alla vista di Florens (la prima
afroamericana che vedono), si convince che deve essere una creatura del demonio.
Ma anche Jazz (Frassinelli 1993, poi Sperling & Kupfer), nel quale Morrison
ricostruisce la Harlem del 1926, avvalendosi di un attento lavoro di ricerca, e
nel narrare la vicenda traccia anche il passato dei personaggi, che affonda le
sue radici nel XIX secolo fino all’epoca della schiavitù, la grande ombra che
ancora grava sulla comunità afroamericana. Stesso discorso per il resto della
sua produzione.
Morrison ha detto che i silenzi della storia hanno provocato virtualmente tutte
le sue opere, consapevole che “abitarli con la propria immaginazione è facile da
dire, ma non tanto facile da fare”. In questo, nonostante le differenze
stilistiche e strutturali, è vicina da un canto a Thomas Pynchon con la sua
storiografia espressionista, dall’altro al gigantesco progetto di William T.
Vollmann, ancora incompiuto e forse destinato a restare tale, dei Sette sogni –
come i suoi colleghi bianchi, intenzionata ad andare oltre il lavoro degli
storici per recuperare le vicende dei preteriti (rubo il termine dall’autore
dell’Arcobaleno della gravità), riuscendo in questa sfida per sua ammissione
tutt’altro che facile.
E poi, diciamocelo: in questi tempi in cui il razzismo rialza la testa proprio
nel paese natale di Morrison, e trova terreno fertile qui da noi, forse è il
caso di leggere i suoi romanzi. Sono un valido vaccino.
Nota bibliografica
Mi preme notare che Morrison in Italia ha avuto la fortuna di esser stata
adottata da Frassinelli, una casa editrice che l’ha seguita per tutta la sua
vita, recuperando persino Canto di Salomone e L’isola delle illusioni, le prime
cose uscite in Italia all’inizio degli anni Ottanta per i tipi di Bompiani.
Soprattutto Frassinelli ha affidato costantemente la traduzione a Franca
Cavagnoli, quindi con una continuità nella resa della voce autoriale che è
sempre l’ideale, ma che non sempre ci è concessa. Solo gli ultimi due romanzi, A
casa e Prima i bambini, più la saggistica, sono stati tradotti da Silvia
Fornasiero; fa eccezione anche Amatissima, pubblicato da Frassinelli nel 1988
però tradotto da Giuseppe Natale, che (curiosa coincidenza) ha volto in italiano
anche L’arcobaleno della gravità di Pynchon. Ma allora ci deve essere davvero
una qualche sotterranea consonanza tra Toni e Tom…
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