A Genova per la 1268ª volta, come ogni settimana… da 25 anni!
Mercoledì prossimo, 23 settembre, dalle 18 alle 19, in piazza De Ferrari,
davanti a Palazzo Ducale si raduna il gruppo che, praticando un’ora di silenzio
per la pace, manifesta contro la guerra, contro le carneficine, i massacri e le
stragi di innocenti e contro le ingiustizie, i soprusi e le sopraffazioni.
«Nei giorni del crollo delle torri gemelle e a meno di tre mesi dal G8 e
dall’assassinio di Carlo Giuliani volevamo “solo” occupare i gradini del Palazzo
Ducale per rendere evidente che una nuova guerra si stava preparando e che il
sistema capitalista internazionale, che gli otto erano venuti a promuovere e
sostenere a Genova, è responsabile del riarmo, della fame, della devastazione
ambientale – spiega Norma – Non pensavamo che saremmo rimasti/e in piazza per
venticinque anni. Ma le circostanze nazionali ed internazionali chi hanno sempre
riportati/e in piazza, mercoledì dopo mercoledì… e, come diciamo spesso, anche
se forse un po’ ce lo meritiamo non aspiravamo ad entrare nel Guinness dei
primati».
25 ANNI. E SENTIRLI TUTTI. MA CERCANDO DI NON MOLLARE.
Settembre 2001. Erano appena crollate le torri gemelle. E pochi mesi prima il
pensiero che “un mondo diverso è possibile” era stato massacrato in piazza
Alimonda, a Bolzaneto e alla Diaz.
Un gruppo sparuto di pacifisti e pacifiste genovesi, gli stessi e le stesse che
nel dicembre 1999 avevano organizzato la prima riunione antiG8, si interrogava
sulle possibili conseguenze di quell’attentato impensabile.
La reazione statunitense alimentò immediatamente la certezza che la risposta
sarebbe stata di guerra indiscriminata: “Non faremo distinzioni tra i terroristi
che hanno commesso questi attacchi e quelli che li hanno aiutati... Gli Stati
Uniti rispettano il popolo dell’Afghanistan, ma condannano il regime dei
talebani, che sponsorizza, rifornisce e ospita terroristi”.
Era chiaro che la guerra, che non era mai cessata in varie parti del mondo dopo
la fine della guerra mondiale, stava per entrare in una nuova fase: più larga,
più diretta, più vicina. Ma rimaneva quello che è sempre stata ogni guerra:
fonte di lutti e distruzioni, assassina di civili, fonte di immensi profitti per
chi fabbrica e vende armamenti.
In giorni di così grande sgomento, decidemmo di riprendere una forma di protesta
che avevamo attuato nel passato durante le guerre del golfo: l’ora in silenzio.
E decidemmo di svolgerla, anziché con sole donne vestite di nero sotto la
prefettura come nel passato, spostandola proprio sui gradini di quel Palazzo
Ducale che aveva ospitato gli otto che si erano autoproclamati “grandi” solo
perché erano i maggiori azionisti della banca mondiale. E che erano venuti a
prometterci l’era della “loro” prosperità e della “loro” pace, fondata su
commercio senza regole, industria devastante, autoritarismo, prepotenza e
privatizzazioni. Senza alcuno spazio per internazionalismo e solidarietà.
Poche settimane dopo, l’Italia entrava a pieno titolo nella coalizione che
attaccava l’Afghanistan e partecipava alla guerra in cui, in violazione della
Costituzione, i soldati italiani sono stati coinvolti in modo diretto anche se
poi, nel 2013, Bin Laden è stato rintracciato e linciato dai marines USA. In
Pakistan, non in Afghanistan, ma che importa?
“No alla guerra senza se e senza ma” dicevamo nel 2003, mentre Colin Powell
agitava davanti ai delegati dell’ONU il simulacro di una fialetta di antrace. Lo
stesso Colin Powell ammise anni dopo che si era trattato di una colossale
montatura, ma ancora una volta l’Italia faceva “armi e bagagli” e partiva a
fianco dell’alleato USA.
I balconi dell’intera Italia si coprivano di bandiere arcobaleno, ma…gli ordini
sono ordini.
Grazie ad un gruppo di muratori acrobati dipingevamo coi colori della pace un
muraglione genovese. I colori, un po’ sbiaditi, sono ancora visibili in via Dino
Col (foto di Luigi Valente)
Mentre trascorrevano le settimane, i mesi e gli anni… e l’impegno politico di
molti di noi diveniva via via meno intenso… abbiamo spesso provato scoramento e
delusione.
Ma alcuni di noi continuavamo a sentire la necessità di denunciare il commercio
delle armi, a richiedere la riconversione dell’industria bellica, di dimostrare
la nostra solidarietà al popolo palestinese e a tutti gli altri popoli oppressi.
Siamo così rimasti/e in piazza, per venticinque anni.
Nel 2011, alla cinquecentesima ora, erano in piazza con noi don Andrea Gallo e
don Paolo Farinella.
Il cantautore Gianmaria Testa ha partecipato alle nostre iniziative, con le sue
canzoni ed una bellissima interpretazione del Disertore di Boris Vian.
L’attenzione nei confronti dei problemi della guerra diminuiva progressivamente
e il conflitto cominciava tristemente a far parte del nostro “paesaggio”.
Cercammo allora qualche modo di riportare l’attenzione sul problema.
Per esempio “smontando” simbolicamente un costosissimo aereo F35 e consegnando
le varie componenti con un simbolico cartellino del prezzo agli ospedali San
Martino e Gaslini, al teatro Carlo Felice, alla comunità di San Benedetto e alla
Caritas.
Oppure costruendo una gigantesca Costituzione e consegnandola al comando
militare di Genova.
O ricordando i civili – la stragrande maggioranza dei caduti – con una
simulazione di morte al mercato.
Alle varie guerre si è poi aggiunta quella spietata contro i migranti.
“Disobbedire a Salvini” recitava un nostro striscione, mentre il ministro
chiudeva i porti.
Anche oggi ne esponiamo uno che dice “porti aperti”, in attesa che
l’atteggiamento del nostro paese verso chi fugge dalla guerra e dalla fame
diventi quello degno di un paese civile e che gli infami accordi con la Libia
vengano denunciati e superati.
Quando cominciammo non pensavamo che saremmo rimasti/e in piazza per venticinque
anni e che avremmo distribuito oltre 500˙000 volantini.
Ma ogni volta che pensavamo che “quella settimana” sarebbe stata l’ultima,
accadeva qualcosa che ci costringeva a presentarci ancora una volta sui gradini
del Ducale.
E abbiamo così già raggiunto e superato la millecinquecentesima ora, un record
cui certamente non avremmo aspirato.
Abbiamo espresso la nostra solidarietà a tutti i prigionieri politici, tra cui
Peltier, Zaki ed Assange; chiesto verità e giustizia per Giulio Regeni.
Abbiamo aderito al progetto delle “Veglie contro le morti in mare”, manifestando
sotto la prefettura per esigere soccorso immediato alle barche di migranti in
difficoltà.
Abbiamo espresso la nostra solidarietà al popolo palestinese, e chiesto la
liberazione di Mohamed Hanoun.
Siamo stati/e e torneremo in piazza a fianco dei portuali genovesi nella lotta
contro il commercio internazionale delle armi e a sostegno della Global Sumud
Flotilla.
Abbiamo chiesto l’abolizione di Frontex e abbiamo protestato contro il decreto
che equipara l’antisionismo, che è uno dei nostri valori, all’antisemitismo che
ci è totalmente estraneo.
Abbiamo espresso la nostra solidarietà agli obiettori ed ai disertori di tutte
le guerre; e sostenuto i e le giovani israeliani che rifiutano il servizio
militare; contro il ritorno alla leva e contro la chiusura delle scuole genovesi
in occasione della parata militare degli alpini.
E a Natale non ci facciamo mai mancare il presepe costruito sulle macerie di
Gaza.
A che cosa aspiriamo? A non battere alcun record di durata, e a dedicarci ai
nostri hobby e alle nostre passioni, ma solo in un mondo più giusto.
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Redazione Genova