Come costruire pace quando si è in guerra?Intervento di Andrés Lasso a Firenze, il 14 febbraio 2026 come analisi del
contesto, alla prima assemblea Firenze Città Operatrice di Pace.
Siamo in guerra, viviamo in un paese in guerra e in un continente in guerra.
Siamo in guerra perchè mandiamo armi e soldi in contesti di guerra (in conflitto
con la legge 185/90 e con l’articolo 11 della costituzione), perché sempre più
esponenti di spicco parlano di entrare in conflitto diretto tra due anni, tra un
anno, ecc. Ma soprattutto perché siamo in una narrazione bellicista, manichea.
Buoni (noi) contro cattivi (gli altri). Un tempo le guerre si dichiaravano,
oggi no. Inoltre, almeno per ora, non sono i nostri connazionali a morire. Il
rifornimento di beni e servizi non sembra intaccato per cui non ci sentiamo in
guerra. Ma c’è un Occidente disposto a portare guerra ovunque pur di evitare il
proprio declino.
L’Occidente non è più un luogo geografico, o culturale, è una narrazione, un
racconto del mondo. Siamo immersi in questa narrazione, come i pesci sono
immersi nell’acqua. Narrazione in cui il doppio standard, per “noi” e per “gli
altri”diventa sempre più clamoroso. Tra chi è nostro “amico” che può compiere
qualunque nefandezza fino al genocidio, senza pagar pegno, e chi è nostro
avversario o nemico. Amplificare pagliuzze “degli altri” e rimuovere travi
“nostre”, è ormai diventato consuetudine diffusa anche nei media meno
schierati.
Il Nobel alla Machado, un nobel di guerra, è uno dei tanti campanelli d’allarme
di questi tempi di guerra. Anche una commissione prestigiosa come quella del
Nobel è un pezzo di occidente e coinvolta nel suo declino. Ocasio Cortez che
vota a favore di finanziamenti per armi a Israele nonostante il genocidio
(perché sono difensive, a suo dire) è un altro campanello d’allarme. Anche la
“sinistra-sinistra” negli USA è un pezzo di occidente e coinvolta nel suo
declino. Il Comitato Olimpico, la FIFA, la UEFA, che con sanzioni sportive come
quelle applicate a Sudafrica e Zimbabwe ai tempi di quell’apartheid, potrebbero
dare un duro colpo all’apartheid attuale. Ma non lo fanno. Perché sono un pezzo
di quel mondo in declino, di quella narrazione del mondo. Gli esempi sono
infiniti. Il “board of peace”, che anziché venir rigettato come sconcezza dalla
comunità internazionale, come definitiva picconata all’ONU e alle sue
istituzioni, viene portato avanti fino a coinvolgere personalità come Blair,
responsabile di mezzo milione di morti in Irak insieme a Bush.
I file Epstein, scandalo del secolo secondo Rula Jebral, che mostrano il
marciume di un potere globale tenuto insieme da ricatti, crimini indicibili, non
suscita mai un titolo in prima pagina.
Stiamo assistendo a una rottura, non a una transizione, ha detto il premier
canadese Carney a Davos. Ha detto che il mondo che abbiamo sostenuto fino ad ora
era una bugia, ma una bugia conveniente. Adesso molti si accorgono che non
conviene più. Ma fanno fatica a passare da queste consapevolezze verso un mondo
nuovo, dove tutti sono alla pari, in cui ai crimini degli amici viene dato lo
stesso peso che se fossero crimini dei nemici. Carney ha detto molte cose vere,
ma non ha usato la parola genocidio. O apartheid. O citato ciò che ha scritto il
19 luglio 2024 la ICJ. Anche in un discorso coraggioso, tutto ciò è tabù.
Le voci dissenzienti sono isolate, perseguitate, sanzionate. Persino se
rappresentano l’ONU. O un tribunale internazionale. O se sono state voci
autorevoli. Le sanzioni Usa a Francesca Albanese, il calvario di Assange, le
sanzioni europee a Baud. Gli algoritmi di Meta che censurano Premi Pulitzer e
docenti universitari come fake news e lasciano correre fake news e odio sociale.
Grazie ad autoproclameti fact checker, una via di mezzo tra il ministero della
verità orwelliano e il Minculpop fascista.
20 anni fa non era così, non ancora a questi livelli almeno. Manifestavamo
contro la guerra in Irak, pur sapendo che Saddam era un criminale non speravamo
in un regime change a suon di bombe a stelle e strisce. Piazze enormi nel 2003
assenti oggi. Oggi, con una potenziale guerra ben più devastante con l’Iran,
molti sembrano pensare che un regime change fatto strizzando l’occhio al
suprematismo sionista, alla follia trumpista e al ritorno della monarchia, tutto
sommato sia cosa accettabile. Pochi si spendono per una nuova iniziativa
diplomatica, come quella che nel 2014, sotto la presidenza Obama, portò
all’accordo sul nucleare iraniano e da cui Trump uscì unilateralmente nel 2018.
Pochi cercano di mettere sul tavolo la fine delle sanzioni in cambio di diritti.
Nel 2012, in questa città all’istituto Stensen, padre Dall’Oglio, gesuita
sequestrato e poi ucciso in Siria, diceva queste parole: “se siamo disposti ad
accettare che Israele abbia l’atomica, dobbiamo allora metterci anche a un
tavolo a stabilire quante testate atomiche possa avere l’Iran”. Parole e
pensieri scomodi, quasi blasfemi. Dopo pochi mesi venne sequestrato. Nel mondo
in guerra è difficile considerare che il nemico abbia gli stessi diritti ed
esigenze dell’amico, dell’alleato. L’alleato può rifiutare ispettori dell’AIEA
nel proprio territorio, anche se il nemico, lo stato canaglia per eccellenza, le
accetta. Può avere testate atomiche, il nemico neanche elettricità fatta con
l’atomo. Può bombardare impunemente sei sette paesi in modo “preventivo”. Può
uccidere extra-territorialmente, sequestrare in acque internazionali, vessare
attivisti e persino parlamentari e diplomatici catturati. Può uccidere 300
giornalisti, torturare medici, sparare a bambini in fila per il pane, e i video
e le prove di tutto questo non provocare niente.
Abbiamo assistito alla bancarotta morale dell’Occidente. Il primo obiettivo, per
un mondo pacifista, è non farsi trascinare in questo declino. Già questo è
difficile, perché essere in un contesto di guerra non dichiarata ma fattuale,
significa trovarsi ogni giorno dentro una bolla propagandistica di cui non
sempre si scorge l’influenza.
Senza questo, la messa in discussione dell’atlantismo sarebbe naturale. Sarebbe
non più qualcosa di caratterizzante la piccola nicchia della “sinistra
radicale”, sarebbe un pensiero trasversale a tutto l’arco politico, a tutte le
persone di buonsenso.
Sappiamo ad esempio che giornalisti occidentali hanno ricevuto l’indicazione di
non chiamare “sequestro” o “rapimento” ciò che è stato compiuto con Nicolas
Maduro e Cilia Flores.
Non è in discussione il grado di corruzione del chavismo, il fatto plausibile
che ci siano stati brogli alle ultime elezioni. Ma che con accuse senza alcun
fondamento (quelle di narcotraffico su cui non ci sono elementi, e di
terrorismo) si possano violare le regole, il diritto internazionale. Si possa
minacciare interventi armati anche in Colombia, Messico, Cuba e altri paesi non
allineati. Eppure nemmeno le minacce USA alla Groenlandia, cioè a territorio
europeo, nemmeno la barbarie dell’ICE sembra portare a una messa in discussione
della NATO. A una proposta di smantellamento della presenza militare USA da noi,
80 anni dopo la fine della seconda guerra mondiale. Basi conseguenti a una
guerra che ormai dista tre generazioni da quella presente.
L’UE, che poteva essere un attore protagonista di un mondo multipolare, per
storia, demografia, competenze, è diventata sostanzialmente un inutile appendice
del mondo unipolare in guerra verso i paesi emergenti. In ogni scenario di
conflitto, si mostra generalmente irrilevante, talvolta persino impegnata
nell’acuire il conflitto e ostacolare la via diplomatica. Insomma: un pezzo
dell’Occidente in declino.
In questo contesto con così tante storture, ingiustizie, contraddizioni, è
difficile individuare delle priorità. Eppure è necessario farlo. Perché se tutto
è prioritario, niente è prioritario rispetto al resto. E’ illusorio pensare di
fare una sommatoria di battaglie. Non si raggiunge così una massa critica. Non
si ottiene l’aumento della partecipazione, ma talvolta persino una riduzione.
Pensare che tutti quelli che sono contro il potere per i motivi più disparati,
si troveranno insieme e rovesceranno lo stato delle cose, il potere, non
funziona.
Molti di noi hanno vissuto le stagioni movimentiste, della rete di Lilliput, del
Social Forum. Conoscono le difficoltà del fare rete, sanno che non bastano le
buone intenzioni. Conoscono le difficoltà di istituire coordinamenti che
coordinino davvero. Hanno maturato l’esigenza di una struttura funzionale, oltre
a quella della partecipazione più larga possibile. Delle modalità più efficaci
di confronto con il potere a tutti i livelli, dal locale al globale.
Questa iniziativa nasce per confrontarsi con le istituzioni, quindi con chi è
al potere. Pur conoscendone i limiti. Anzi, proprio in vista dei limiti palesati
dalle istituzioni in tempi recenti. Abbiamo visto altre città, altri comuni,
fare meglio, fare prima, fare di più.
E guardando alla storia e alla tradizione della nostra città abbiamo pensato che
invece Firenze debba tornare a essere capofila, esempio, ispirazione.
La percezione che spesso si ha in questo confronto, è che nelle istituzioni,
anche da parte di persone aventi ruoli “super partes”, la preoccupazione
principale sia quella legata agli equilibri della propria area, coalizione,
partito. E che quindi le scelte vengano dettate spesso dalla paura.
La paura del sassolino che può far crollare un gigante dai piedi di argilla,
cioè un potere grande ma fragile.
In questo contesto si colloca l’impossibilità di dare un riconoscimento ad
esempio a Francesca Albanese, (addirittura definita divisiva, pur rappresentando
per ruolo 197 paesi) di firmare una lettera rivolta al Quirinale sulla visita di
Herzog, di invitare voci ebraiche contro il genocidio come Amos Goldberg, di dar
seguito alle richieste di 10mila cittadini che chiedevano che il console di un
paese alla sbarra per genocidio non possa presiedere una fondazione che si
occupa di bambini.
Il pacifismo deve confrontarsi con le istituzioni ma mantenendo sempre
chiarezza, capacità di pungolare, di stanare, di entrare in conflitto se
necessario.
Perché nel mondo in guerra, nell’Occidente in declino, le istituzioni sono
spesso invischiate in vari modi in questo declino, in questa gigantesca bolla di
guerra.
Il pacifismo e la società civile deve confrontarsi con tutte le forze politiche,
per mantenersi super partes, un po’ perché la pace è interesse di tutti, ma un
po’ perché in tempi di guerra a volte si scoprono convergenze inattese da parti
politiche distanti, e divergenze dalle più prossime. La guerra, e più in
generale ogni forma di crisi, rimescola tante cose.
In questo caos, non ci sono risposte facili, preconfezionate. Noi non le
abbiamo. Le dobbiamo cercare con fatica e apertura mentale. Come creare pace in
tempi di guerra resta una domanda aperta.
Il tema pace viene visto talvolta come qualcosa di naturale, che mette
automaticamente d’accordo tutti. Non è così, può essere un tema estremamente
divisivo. Soprattutto in tempi di guerra.
Redazione Toscana