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Figuraccia della Francia su Francesca Albanese. Denunciato Trump per le sanzioni
Una figura di merde per Parigi e una sconfitta per Israele. La Francia alla fine dovuto ritirare la richiesta di dimissioni di Francesca Albanese. Contrariamente agli annunci fatti nelle scorse settimane in parlamento dal ministro degli Esteri Jean-Noel Barrot, la Francia ha rinunciato a chiedere le dimissioni della relatrice speciale […] L'articolo Figuraccia della Francia su Francesca Albanese. Denunciato Trump per le sanzioni su Contropiano.
February 28, 2026
Contropiano
L’ONU respinge la richiesta di dimissioni di Francesca Albanese
L’organismo indipendente dell’ONU che supervisiona i relatori speciali ha condannato gli attacchi contro la Relatrice Speciale per i Territori palestinesi Francesca Albanese, definendoli politicamente motivati e basati sulla disinformazione. Il comitato ha quindi respinto la richiesta di dimissioni avanzata dalla Francia e sostenuta anche da Italia e Germania, sottolineando che le trascrizioni dell’intervento contestato non confermano alcune delle frasi che le erano state attribuite. Il Comitato ONU parla di “attacchi politicamente motivati, basati sulla disinformazione, contro chi documenta crimini e violazioni. Invece di chiedere le dimissioni della Relatrice Speciale Albanese per aver svolto il suo mandato in circostanze molto difficili, inclusi intimidazioni persistenti, attacchi personali coordinati e sanzioni unilaterali illegali, questi rappresentanti dei governi dovrebbero unire le forze per ritenere responsabili, compreso davanti alla Corte Penale Internazionale, leader e funzionari accusati di crimini di guerra e crimini contro l’umanità a Gaza, invece di incoraggiare o difendere le azioni illegali del governo di Israele”.     Redazione Italia
February 19, 2026
Pressenza
Disunited Nations. Medio Oriente: ONU nella bufera
Guardalo gratuitamente in streaming QUI.   di ARTE.tv Relatrice speciale dell’ONU sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati, Francesca Albanese denunciava già nel marzo 2024 il genocidio a Gaza. Seguendo il suo percorso, questo documentario ci conduce nel cuore della crisi di un’istituzione: l’ONU, a 80 anni dalla sua creazione, deve fare i conti con la propria impotenza
February 17, 2026
La Bottega del Barbieri
Oltre cento star firmano una lettera a sostegno di Francesca Albanese
Oltre cento figure del cinema e della cultura mondiale, da Mark Ruffalo a Javier Bardem, hanno firmato una lettera aperta a sostegno di Francesca Albanese. La relatrice speciale dell’ONU per i territori palestinesi è nel mirino di Francia e Germania, che ne hanno chiesto le dimissioni giudicando le sue parole su Gaza incompatibili con la neutralità richiesta dal ruolo. Gli artisti chiedono di tutelare l’indipendenza di chi documenta quanto accade sul campo Oltre cento personalità internazionali del cinema, della musica e della cultura hanno firmato una lettera aperta per sostenere Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite per i territori palestinesi. L’iniziativa arriva in risposta alla richiesta di dimissioni avanzata da Francia e Germania, secondo cui alcune recenti dichiarazioni della funzionaria italiana sulla situazione a Gaza non sarebbero compatibili con la neutralità prevista dal suo incarico ONU. La mobilitazione punta a respingere le pressioni politiche e a mantenere Albanese nel suo ruolo. La mobilitazione degli artisti La raccolta firme è stata promossa dal collettivo Artists for Palestine, attivo da anni sul fronte dei diritti umani. Tra i firmatari figurano Mark Ruffalo, Javier Bardem, Annie Lennox, Ken Loach, Brian Eno, Viggo Mortensen, Jim Jarmusch, la Nobel per la Letteratura Annie Ernaux e, per l’Italia, Asia Argento. Nel documento, gli artisti affermano di voler difendere l’autonomia del mandato di Albanese, il cui compito è monitorare e documentare eventuali violazioni del diritto internazionale nei territori palestinesi. La lettera esprime “pieno supporto” alla relatrice, ritenuta una figura essenziale per garantire un’osservazione indipendente sul campo. Le dichiarazioni al centro del caso diplomatico L’appello degli artisti si inserisce nel solco delle tensioni tra la relatrice e i governi di Francia e Germania, che ne hanno chiesto formalmente le dimissioni a seguito di alcune dichiarazioni rilasciate nel fine settimana. Al centro della polemica, l’utilizzo del termine ‘genocidio’ per descrivere l’operazione militare a Gaza e l’espressione ‘nemico comune dell’umanità’, che i Ministeri degli Esteri di Parigi e Berlino hanno interpretato come un riferimento diretto allo Stato di Israele, giudicandolo incompatibile con il dovere di imparzialità richiesto dal ruolo ONU. Albanese ha respinto le accuse, parlando di una ‘manipolazione’ delle sue parole e negando ogni forma di pregiudizio o intento antisemita. La questione dell’autonomia dell’ONU Nel testo diffuso da Artists for Palestine, i firmatari richiamano la necessità di garantire piena indipendenza ai funzionari delle Nazioni Unite, soprattutto a coloro che operano in aree di conflitto. Secondo gli artisti, interferenze politiche possono ostacolare la capacità dei relatori speciali di svolgere correttamente il loro mandato. La lettera ribadisce che gli incarichi ONU devono essere esercitati senza pressioni esterne e che la documentazione delle violazioni dei diritti umani richiede un margine di autonomia pieno e riconosciuto a livello internazionale. Redazione Italia
February 15, 2026
Pressenza
Costituita la Rete Fiorentina per Firenze Città Operatrice di Pace
Si è costituita  il 14 Febbraio, presso l’SMS di Peretola a Firenze, la Rete Fiorentina per Firenze Città Operatrice di Pace, promossa da più di sessanta realtà associative fiorentine. Questo è stato l’atto costitutivo di un processo di costruzione della Rete che parte dalla richiesta di applicazione delle delibere del Consiglio Comunale del 1986 e del 2024 inerenti appunto “Firenze Città Operatrice di Pace”. L’assemblea ha anche prodotto un documento in cui si chiede, tra l’altro,  l’attuazione delle delibere e in particolare la costituzione della Consulta lì prevista, ci si propone di estendere l’iniziativa alle Amministrazioni Comunali di tutta l’area fiorentina e promuovere iniziative di educazione alla pace e alla nonviolenza. La rete si è data un coordinamento a rotazione che resterà in carica per sei mesi. L’assemblea ha anche espresso solidarietà alla  Relatrice Speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati, Francesca Albanese, per l’ennesimo volta vittima di ingiustificabili attacchi alla sua persona e alle sue idee. Maggiori info su https://firenzeoperatricedipace.blogspot.com/ contatti e adesioni a: firenzeoperatricedipace@gmail.com Redazione Toscana
February 15, 2026
Pressenza
Come costruire pace quando si è in guerra?
Intervento di Andrés Lasso a Firenze, il 14 febbraio 2026 come analisi del contesto, alla prima assemblea Firenze Città Operatrice di Pace. Siamo in guerra, viviamo in un paese in guerra e in un continente in guerra. Siamo in guerra perchè mandiamo armi e soldi in contesti di guerra (in conflitto con la legge 185/90 e con l’articolo 11 della costituzione), perché sempre più esponenti di spicco parlano di entrare in conflitto diretto tra due anni, tra un anno, ecc. Ma soprattutto perché siamo in una narrazione bellicista, manichea.  Buoni (noi) contro cattivi (gli altri).  Un tempo le guerre si dichiaravano, oggi no. Inoltre, almeno per ora, non sono i nostri connazionali a morire. Il rifornimento di beni e servizi non sembra intaccato per cui non ci sentiamo in guerra. Ma c’è un Occidente  disposto a portare guerra ovunque pur di evitare il proprio declino. L’Occidente non è più un luogo geografico, o culturale, è una narrazione, un racconto del mondo. Siamo immersi in questa narrazione, come i pesci sono immersi nell’acqua. Narrazione in cui il doppio standard, per “noi” e per “gli altri”diventa sempre più clamoroso. Tra chi è nostro “amico” che può compiere qualunque nefandezza fino al genocidio, senza pagar pegno, e chi è nostro avversario o nemico. Amplificare pagliuzze “degli altri” e rimuovere travi “nostre”, è ormai diventato consuetudine diffusa anche nei media meno schierati.  Il Nobel alla Machado, un nobel di guerra, è uno dei tanti campanelli d’allarme di questi tempi di guerra. Anche una commissione prestigiosa come quella del Nobel è un pezzo di occidente e coinvolta nel suo declino. Ocasio Cortez che vota a favore di finanziamenti per armi a Israele nonostante il genocidio (perché sono difensive, a suo dire) è un altro campanello d’allarme. Anche la “sinistra-sinistra” negli USA è un pezzo di occidente e coinvolta nel suo declino. Il Comitato Olimpico, la FIFA, la UEFA, che con sanzioni sportive come quelle applicate a Sudafrica e Zimbabwe ai tempi di quell’apartheid, potrebbero dare un duro colpo all’apartheid attuale. Ma non lo fanno. Perché sono un pezzo di quel mondo in declino, di quella narrazione del mondo. Gli esempi sono infiniti. Il “board of peace”, che anziché venir rigettato come sconcezza dalla comunità internazionale, come definitiva picconata all’ONU e alle sue istituzioni, viene portato avanti fino a coinvolgere personalità come Blair, responsabile di mezzo milione di morti in Irak insieme a Bush. I file Epstein, scandalo del secolo secondo Rula Jebral, che mostrano il marciume di un potere globale tenuto insieme da ricatti, crimini indicibili, non suscita mai un titolo in prima pagina. Stiamo assistendo a una rottura, non a una transizione, ha detto il premier canadese Carney a Davos. Ha detto che il mondo che abbiamo sostenuto fino ad ora era una bugia, ma una bugia conveniente. Adesso molti si accorgono che non conviene più. Ma fanno fatica a passare da queste consapevolezze verso un mondo nuovo, dove tutti sono alla pari, in cui ai crimini degli amici viene dato lo stesso peso che se fossero crimini dei nemici. Carney ha detto molte cose vere, ma non ha usato la parola genocidio. O apartheid. O citato ciò che ha scritto il 19 luglio 2024 la ICJ. Anche in un discorso coraggioso, tutto ciò è tabù. Le voci dissenzienti sono isolate, perseguitate, sanzionate. Persino se rappresentano l’ONU. O un tribunale internazionale. O se sono state voci autorevoli. Le sanzioni Usa a Francesca Albanese, il calvario di Assange, le sanzioni europee a Baud. Gli algoritmi di Meta che censurano Premi Pulitzer e docenti universitari come fake news e lasciano correre fake news e odio sociale. Grazie ad autoproclameti fact checker, una via di mezzo tra il ministero della verità orwelliano e il Minculpop fascista.  20 anni fa non era così, non ancora a questi livelli almeno. Manifestavamo contro la guerra in Irak, pur sapendo che Saddam era un criminale non speravamo in un regime change a suon di bombe a stelle e strisce. Piazze enormi nel 2003 assenti oggi.  Oggi, con una potenziale guerra ben più devastante con l’Iran, molti sembrano pensare che un regime change fatto strizzando l’occhio al suprematismo sionista, alla follia trumpista e al ritorno della monarchia, tutto sommato sia cosa accettabile. Pochi si spendono per una nuova iniziativa diplomatica, come quella che nel 2014, sotto la presidenza Obama, portò all’accordo sul nucleare iraniano e da cui Trump uscì unilateralmente nel 2018. Pochi cercano di mettere sul tavolo la fine delle sanzioni in cambio di diritti. Nel 2012, in questa città all’istituto Stensen, padre Dall’Oglio, gesuita sequestrato e poi ucciso in Siria, diceva queste parole: “se siamo disposti ad accettare che Israele abbia l’atomica, dobbiamo allora metterci anche a un tavolo a stabilire quante testate atomiche possa avere l’Iran”. Parole e pensieri scomodi,  quasi blasfemi. Dopo pochi mesi venne sequestrato. Nel mondo in guerra è difficile considerare che il nemico abbia gli stessi diritti ed esigenze dell’amico, dell’alleato. L’alleato può rifiutare ispettori dell’AIEA nel proprio territorio, anche se il nemico, lo stato canaglia per eccellenza, le accetta. Può avere testate atomiche, il nemico neanche elettricità fatta con l’atomo. Può bombardare impunemente sei sette paesi in modo “preventivo”. Può uccidere extra-territorialmente, sequestrare in acque internazionali, vessare attivisti e persino parlamentari e diplomatici catturati. Può uccidere 300 giornalisti, torturare medici, sparare a bambini in fila per il pane, e i video e le prove di tutto questo non provocare niente.  Abbiamo assistito alla bancarotta morale dell’Occidente. Il primo obiettivo, per un mondo pacifista, è non farsi trascinare in questo declino. Già questo è difficile, perché essere in un contesto di guerra non dichiarata ma fattuale, significa trovarsi ogni giorno dentro una bolla propagandistica di cui non sempre si scorge l’influenza.  Senza questo, la messa in discussione dell’atlantismo sarebbe naturale. Sarebbe non più qualcosa di caratterizzante la piccola nicchia della “sinistra radicale”, sarebbe un pensiero trasversale a tutto l’arco politico, a tutte le persone di buonsenso. Sappiamo ad esempio che giornalisti occidentali hanno ricevuto l’indicazione di non chiamare “sequestro” o “rapimento” ciò che è stato compiuto con Nicolas Maduro e Cilia Flores.  Non è in discussione il grado di corruzione del chavismo, il fatto plausibile che ci siano stati brogli alle ultime elezioni. Ma che con accuse senza alcun fondamento (quelle di narcotraffico su cui non ci sono elementi, e di terrorismo) si possano violare le regole, il diritto internazionale. Si possa minacciare interventi armati anche in Colombia, Messico, Cuba e altri paesi non allineati. Eppure nemmeno le minacce USA alla Groenlandia, cioè a territorio europeo, nemmeno la barbarie dell’ICE sembra portare a una messa in discussione della NATO. A una proposta di smantellamento della presenza militare USA da noi, 80 anni dopo la fine della seconda guerra mondiale. Basi conseguenti a una guerra che ormai dista tre generazioni da quella presente. L’UE, che poteva essere un attore protagonista di un mondo multipolare, per storia, demografia, competenze, è diventata sostanzialmente un inutile appendice del mondo unipolare in guerra verso i paesi emergenti. In ogni scenario di conflitto, si mostra generalmente irrilevante, talvolta persino impegnata nell’acuire il conflitto e ostacolare la via diplomatica. Insomma: un pezzo dell’Occidente in declino. In questo contesto con così tante storture, ingiustizie, contraddizioni, è difficile individuare delle priorità. Eppure è necessario farlo. Perché se tutto è prioritario, niente è prioritario rispetto al resto. E’ illusorio pensare di fare una sommatoria di battaglie. Non si raggiunge così una massa critica. Non si ottiene l’aumento della partecipazione, ma talvolta persino una riduzione. Pensare che tutti quelli che sono contro il potere per i motivi più disparati, si troveranno insieme e rovesceranno lo stato delle cose, il potere, non funziona.  Molti di noi hanno vissuto le stagioni movimentiste, della rete di Lilliput, del Social Forum. Conoscono le difficoltà del fare rete, sanno che non bastano le buone intenzioni. Conoscono le difficoltà di istituire coordinamenti che coordinino davvero. Hanno maturato l’esigenza di una struttura funzionale, oltre a quella della partecipazione più larga possibile. Delle modalità più efficaci di confronto con il potere a tutti i livelli, dal locale al globale.  Questa iniziativa nasce per confrontarsi con le istituzioni, quindi con chi è al potere. Pur conoscendone i limiti. Anzi, proprio in vista dei limiti palesati dalle istituzioni in tempi recenti. Abbiamo visto altre città, altri comuni, fare meglio, fare prima, fare di più.  E guardando alla storia e alla tradizione della nostra città abbiamo pensato che invece Firenze debba tornare a essere capofila, esempio, ispirazione. La percezione che spesso si ha in questo confronto, è che nelle istituzioni, anche da parte di persone aventi ruoli “super partes”, la preoccupazione principale sia quella legata agli equilibri della propria area, coalizione, partito. E che quindi le scelte vengano dettate spesso dalla paura.  La paura del sassolino che può far crollare un gigante dai piedi di argilla, cioè un potere grande ma fragile.  In questo contesto si colloca l’impossibilità di dare un riconoscimento ad esempio a Francesca Albanese, (addirittura definita divisiva, pur rappresentando per ruolo 197 paesi) di firmare una lettera rivolta al Quirinale sulla visita di Herzog, di invitare voci ebraiche contro il genocidio come Amos Goldberg, di dar seguito alle richieste di 10mila cittadini che chiedevano che il console di un paese alla sbarra per genocidio non possa presiedere una fondazione che si occupa di bambini. Il pacifismo deve confrontarsi con le istituzioni ma mantenendo sempre chiarezza, capacità di pungolare, di stanare, di entrare in conflitto se necessario.  Perché nel mondo in guerra, nell’Occidente in declino, le istituzioni sono spesso invischiate in vari modi in questo declino, in questa gigantesca bolla di guerra.  Il pacifismo e la società civile deve confrontarsi con tutte le forze politiche, per mantenersi super partes, un po’ perché la pace è interesse di tutti, ma un po’ perché in tempi di guerra a volte si scoprono convergenze inattese da parti politiche distanti, e divergenze dalle più prossime. La guerra, e più in generale ogni forma di crisi, rimescola tante cose.  In questo caos, non ci sono risposte facili, preconfezionate. Noi non le abbiamo. Le dobbiamo cercare con fatica e apertura mentale. Come creare pace in tempi di guerra resta una domanda aperta.  Il tema pace viene visto talvolta come qualcosa di naturale, che mette automaticamente d’accordo tutti. Non è così, può essere un tema estremamente divisivo. Soprattutto in tempi di guerra. Redazione Toscana
February 15, 2026
Pressenza
Per la Palestina – Sumud Flottilla e non solo.
  L’INDICE COMPLETO DEL SOMMARIO, con aggiornamenti, articoli e riflessioni   aggiornamenti da Anbamed aggiornamenti da Radio Onda d’Urto; sulla prossima Global Sumud Flottilla del 29 marzo di Ruben Tzanoff Ettore Macchieraldo su Pressenza ci parla della proiezione di Disunited Nations Pressenza contro la persecuzione mediatica dei palestinesi da Ecoinformazioni sulla restrizione della libertà di parola Mario Sommella commenta l’ennesimo
February 14, 2026
La Bottega del Barbieri
Il gestore della Verità
Inizio dalle parole del maratoneta affannato, affannoso mentre commenta l'”affair Albanese“: “Si può ritenere quello che SI VUOLE su questa vicenda, certo può avere preso un PARZIALE abbaglio la diplomazia francese, ma NON tutti gli altri che si sono aggiunti dopo. È STATO CHIARO cosa aveva detto Albanese nel suo […] L'articolo Il gestore della Verità su Contropiano.
February 14, 2026
Contropiano