Dorothee Elmiger / Un flash nella notte
Nel 2014 due giovani ragazze olandesi in vacanza scompaiono nella giungla tra
Panama e la Colombia. Qualche mese dopo ne verranno ritrovati alcuni resti
ossei. Nello zaino, rinvenuto due settimane dopo la sparizione, c’erano i
cellulari e una macchina fotografica che conteneva 91 enigmatiche immagini
scattate in sequenza veloce di notte – la foresta quasi illeggibile nel buio –
forse nel tentativo di fare luce con il flash. Le cause della scomparsa e della
morte non sono state chiarite.
Intorno a questo fatto realmente accaduto Dorothee Elmiger ha scritto Quello che
non si può dire, un romanzo che, neppure nella finzione, non svela nulla. Un
regista teatrale decide di realizzare un’opera a partire dall’evento di cronaca
e di costruire il dramma, quasi una performance, andando sul luogo della
sparizione con tutta la sua troupe e provando a rivivere gli ultimi giorni delle
due olandesi. A ripercorrere la vicenda sono il regista stesso, la
sceneggiatrice, il cameraman, la costumista, le attrici scelte per interpretare
le ragazze, e una scrittrice, che coincide con la narratrice del romanzo,
incaricata di redigere una sorta di diario della spedizione: una cronista come
quelli che una volta accompagnavano i manipoli dei conquistadores, anche se in
questo è la forza implacabile e informe della giungla a piegare gli avventori
occidentali.
Il titolo originale, Le olandesi, è forse più efficace, ma la traduzione
italiana rende bene la dimensione imperscrutabile e sospesa della narrazione. Lo
sguardo della narratrice non appare affatto lucido, e ugualmente incerte e
oniriche sono le considerazioni degli altri protagonisti del romanzo, tanto da
ricordare le parole e le atmosfere create da Marlow, la voce narrante di Cuore
di tenebra: «Mi sembra di star tentando di narrarvi un sogno – di fare uno
sforzo vano, perché nessun racconto di sogno può esprimere l’atmosfera del
sogno, quel misto di assurdità, sorpresa e smarrimento in un tremito di rivolta
disperata, quella sensazione di esser prigioniero dell’incredibile che è la vera
essenza del sogno…». E oltre: «C’erano momenti in cui il proprio passato
riaffiorava, come a volte capita quando non si ha nemmeno un attimo da dedicare
a se stessi; ma riaffiorava sotto forma di un sogno inquieto e chiassoso,
ricordato con stupore tra le realtà opprimenti di quello strano mondo di piante,
e acqua, e silenzio».
I personaggi sono tutti alle prese con qualcosa che non hanno mai avuto modo,
fino al loro arrivo ai tropici, di comprendere pienamente e di dire ad altri:
immagini dell’infanzia, resti di sogni, incontri in apparenza di poco conto ma
che anni dopo persistono ancora nella memoria. Provano un disorientamento
crescente, che ha il suo culmine con l’ingresso nel cuore di tenebra della
giungla, quando il gruppo ripercorre lo stesso sentiero delle olandesi o
quantomeno il tratto noto della passeggiata dalla quale non hanno fatto ritorno.
La loro graduale alienazione è una storia, ormai non molto originale, di
occidentali che si perdono, di conquistatori che vengono conquistati e
smarriscono gli obiettivi, travolti e logorati dai ricordi, dalle visioni,
dall’assenza di qualcosa, da una relazione fallimentare con la natura, con i
propri simili e con gli altri animali (ricorrono nel libro storie di animali
che, dopo l’addomesticamento, vanno fuori controllo).
Quello che rende originale il testo è piuttosto la struttura complessa e il
ruolo della scrittura nel progressivo disfacimento di uno sguardo razionale. La
narratrice, una scrittrice di successo, racconta la storia in flashback, davanti
a un pubblico. Nel suo racconto, finzione e realtà si intersecano continuamente,
anche nei riferimenti: da quelli reali, come i film di Werner Herzog (Aguirre e
Fitzcarraldo su tutti, quelli dove l’occidentale incontra l’altro che non è
soltanto l’indigeno e il diverso, ma è anche chi è spostato rispetto a una linea
di conformità e di sanità; è il sogno, l’oscurità) a quelli irreali come, ad
esempio, una evanescente scrittrice francese alter ego della narratrice, Marilyn
Trapenard, incapace di discernere il reale (gli altri) dalla propria zona
interiore e di fondere il ruolo di scrittrice con quello di donna.
Il romanzo è esso stesso la possibile pièce che il regista immaginario intendeva
creare, reiterando il percorso delle due olandesi, senza aggiunte, supposizioni
o integrazioni: il tracciamento di una linea parallela che mai avvicina o tocca
la linea della cronaca, mai cade nelle teorie, nel voyerismo, nelle trappole del
giallo; non porta a una risoluzione, una rivelazione o una fine ma è il racconto
di cosa accade a noi quando ci avviciniamo a casi di questo genere. È uno sforzo
per illuminare l’irrisolto, come un flash nella notte, come i 91 scatti della
macchina fotografica forse intendevano fare: “il disperato tentativo di
esorcizzare qualcosa che non ha nome”, l’orrore che “risiede per sua natura al
di fuori del linguaggio”, il mistero senza fine del visibile e del vuoto.
In questo processo di dissoluzione di un’opera, piuttosto che del suo
compimento, la scrittura si fa frammentaria e la narrazione incompleta, incapace
di rendere l’altro mondo, geografico e fisico, e l’alterità che ci abita. Nulla
a che vedere, insomma, con il Fitzcarraldo di Herzog che entrando nel cuore di
tenebra degli indigeni Hivaros posa il grammofono sulla prua e manda il canto di
Caruso a tutto volume, con la fiducia assoluta – poi ripagata – che l’arte possa
porre in comunicazione due attitudini verso il mondo del tutto opposte. Lo
sguardo di Elmiger, invece, ci consegna una letteratura (una ipotesi di) che non
sa più ricomporre il mondo e non sa più dirlo.
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