“SIAMO TUTTE YPJ”, DELEGAZIONE IN ROJAVA DI DONNE CHE TESSONO IL FUTURO
Una delegazione del network internazionalista Women weaving the future, in
italiano Donne che tessono il futuro, si è recata in Rojava, le aree a
maggioranza curda della Siria settentrionale dove, dalla rivoluzione del 2012,
in piena guerra civile siriana, dopo la cacciata dei militari del regime di
Assad si è sviluppato l’autogoverno delle comuni e delle cooperative, nel quale
le donne hanno avuto fin da subito un ruolo centrale.
Oggi, quei territori nel cuore del Medio oriente, conosciuti in tutto il mondo
per la sfida rivoluzionaria del Confederalismo democratico, attraversano un
momento storico particolare: le istituzioni – civili e militari –
dell’Amministrazione autonoma democratica della Siria del nord e dell’est
(Daanes) stanno affrontando un processo di integrazione nello stato siriano in
seguito all’accordo firmato dalle Forze democratiche siriane (Sdf) e dal governo
di transizione di Damasco il 29 gennaio 2026 al termine di scontri armati che
erano proseguiti per alcune settimane.
Il 25 agosto 2026 è stato annunciato lo scioglimento delle Sdf e i loro
combattenti sono stati integrati in 4 battaglioni dell’esercito siriano che
difenderanno le aree a maggioranza curda, quindi il Rojava.
Per quanto riguarda le Unità di protezione delle donne (Ypj), invece, il
processo di integrazione non è ancora stato definito. Sono in corso negoziati a
riguardo tra il governo di al-Sharaa e le Ypj, che sono una struttura autonoma
rispetto alle Sdf.
Per supportare la campagna “Siamo tutte Ypj”, che chiede il riconoscimento del
diritto all’autodifesa delle donne da parte del governo di Damasco, la
delegazione di “Donne che tessono il futuro” ha incontrato e intervistato la
comandante delle Ypj Newroz Ahmed (riportiamo di seguito il testo integrale
dell’intervista).
Su Radio Onda d’Urto è intervenuta Lara Torrisi, esponente della delegazione di
Donne che tessono il futuro in Rojava. Ascolta o scarica.
Di seguito l’intervista alla comandante delle Ypj Newroz Ahmed realizzata dalla
delegazione in Rojava di Donne che tessono il futuro:
Nel Nord-Est della Siria, le Ypj affrontano una nuova fase politica dopo anni di
guerra contro l’ISIS e di costruzione dell’Amministrazione autonoma. Il processo
di integrazione con le nuove istituzioni siriane pone una questione centrale:
quale spazio avranno le donne nella difesa, nella politica e nella società? La
comandante Newroz Amed delle Ypj racconta le difficoltà del confronto con il
governo di Damasco e rilancia la campagna internazionale “Siamo tutte Ypj”.
Questa intervista è stata realizzata da una delegazione di Donne che tessono il
futuro nel corso di un incontro con la comandante delle Ypj Newroz Ahmed.
È importante precisare che l’intervista è stata raccolta prima dell’ultimo
incontro tra la delegazione delle forze dell’Amministrazione autonoma e il
governo siriano. Nel frattempo, il confronto politico ha prodotto alcuni
elementi di apertura, in particolare sulla possibilità di un’integrazione delle
forze delle donne e delle strutture di sicurezza all’interno del Ministero
dell’Interno, mantenendo una propria autonomia organizzativa. Questo possibile
accordo riguarda però la sicurezza e il Ministero dell’Interno e non la difesa
militare. La questione dell’integrazione delle Ypj nelle strutture della difesa
siriana rimane quindi distinta e ancora aperta.
Perché sono state create le Ypj e perché oggi è così importante difendere la
loro autonomia?
Le Ypj sono nate dalla necessità di autodifesa. Prima ancora dell’Isis abbiamo
subito attacchi da parte di Al-Qaeda e Al-Nusra e abbiamo compreso che, come
donne, dovevamo poterci difendere autonomamente.
La guerra ci ha insegnato molto. Abbiamo visto la distruzione, l’uccisione e la
sofferenza delle donne e ci siamo chieste come fermare una mentalità fondata
sulla violenza e sull’oppressione. La nostra esperienza ci ha portato a
comprendere che la difesa non può essere separata dalla trasformazione della
società.
Oggi la nostra società vuole la pace. Dal 2011 abbiamo vissuto una guerra
continua e abbiamo pagato un prezzo enorme, soprattutto tra bambini e donne. Ma
la pace non può significare rinunciare a ciò che abbiamo costruito.
Conosciamo la mentalità del nuovo governo e sappiamo come si è comportato nei
confronti delle donne. Ci è stato detto chiaramente: «Tornate a casa, la difesa
non è il vostro lavoro. Il governo e il suo esercito vi proteggeranno».
Per noi questo significa tornare a una concezione in cui la donna deve occuparsi
della casa e della famiglia, mentre la difesa viene affidata agli uomini. Per
questo l’integrazione non può essere semplicemente una questione tecnica o
militare. È una questione politica e riguarda il ruolo delle donne nella
società.
Il governo sostiene quindi che le donne non possano far parte dell’esercito?
Sì. Ci dicono che non è possibile. Sostengono che il corpo delle donne non sia
adatto alla guerra, che una donna con dei figli non possa combattere e che, se
venisse uccisa, i suoi figli rimarrebbero soli.
Presentano questa posizione come una forma di protezione, ma in realtà significa
dire alle donne di restare a casa. Secondo questa mentalità, la guerra e la
difesa sono compiti degli uomini.
Noi non accettiamo questa concezione. Per anni abbiamo partecipato alla guerra e
difeso la società. Donne provenienti da Paesi diversi hanno scelto liberamente
di partecipare alla lotta. È la donna che deve decidere della propria vita, non
un governo che stabilisce per lei cosa può fare. Abbiamo partecipato alle
discussioni ufficiali e siamo state molto chiare: vogliamo essere parte
dell’esercito e vogliamo avere il diritto di decidere quale ruolo assumere.
Alla fine, però, è stata chiusa la possibilità per le donne di entrare
nell’esercito. Alcune possono eventualmente ricoprire incarichi individuali nel
Ministero della Difesa, ma non è questo che chiediamo. Non lottiamo perché
alcune donne possano ottenere un incarico: chiediamo il riconoscimento della
presenza e dell’autonomia organizzativa delle donne.
E nelle forze di sicurezza interna, le Asayish?
Nelle Asayish le donne sono presenti, ma anche qui la loro esperienza e la loro
volontà non vengono ancora pienamente riconosciute. Ufficialmente si parla di
esperienza e curriculum come criteri per assegnare gli incarichi. In pratica,
però, le posizioni di responsabilità sono affidate soprattutto agli uomini. Le
donne sono presenti in alcune strutture, ma non vengono necessariamente
coinvolte nelle operazioni sul campo, soprattutto quando si tratta di interventi
nelle abitazioni o arresti. Anche questo non è accettabile. Non chiediamo
semplicemente di essere ammesse perché siamo donne, chiediamo che le donne siano
riconosciute su ogni fronte, comprese le posizioni di comando e direzione. Siamo
in attesa di un incontro con il Ministero degli Interni per discutere queste
questioni. Vogliamo capire quali condizioni sono disposti ad accettare e quali,
invece, non siamo disposte ad accettare noi Per noi è fondamentale difendere
l’autonomia delle donne, delle nostre forze e della nostra organizzazione.
Dobbiamo poter continuare a esistere come forza organizzata per la difesa delle
donne.
Che cosa significa, in questo contesto, la campagna internazionale “Siamo tutte
Ypj”?
Le Ypj sono nate come forza di autodifesa delle donne, ma la loro esperienza non
appartiene soltanto a una comunità. Da Kobanê a Şengal e in molti altri luoghi,
donne diverse hanno partecipato alla lotta. Oggi possiamo dire che è diventata
una lotta comune. La sconfitta dell’Isis è stata possibile anche grazie alla
solidarietà e alla difesa internazionale. La mentalità dell’Isis non è rimasta
confinata al Medio Oriente, ha avuto conseguenze anche in altre parti del mondo:
per questo la lotta contro una concezione che nega la libertà delle donne
riguarda tutte e tutti.
Il XXI secolo dovrebbe essere il secolo delle donne, ma proprio per questo le
forze che si oppongono alla loro libertà cercano di colpire questo processo. Il
pericolo non riguarda soltanto il Medio Oriente: riguarda l’Europa, l’America,
l’Asia, l’Africa e tutta la società. Per questo diciamo che la nostra resistenza
non è contro delle persone in quanto tali, ma contro una mentalità. Vogliamo
dire: non potete cancellarci, non potete farci scomparire. Noi esistiamo e
continueremo a esistere. “Siamo tutte Ypj” significa quindi difendere una
concezione della società nella quale le donne possano partecipare alla vita
politica, alla difesa, all’organizzazione sociale e ai processi decisionali.
Quale responsabilità dovrebbe assumersi la comunità internazionale?
Non è sufficiente guardare ciò che accade da lontano. Dopo anni di guerra
abbiamo capito che la solidarietà deve tradursi in una responsabilità concreta.
È importante sostenere chi continua a lottare e costruire forme di
collaborazione durature. Vogliamo che le Ypj vengano riconosciute come
un’esperienza che appartiene a tutte e tutti.
Non è soltanto curda, non è soltanto siriana e non riguarda esclusivamente le
donne. Riguarda tutta la società e tutti i popoli. Per questo vogliamo
rafforzare l’organizzazione delle donne e sviluppare la collaborazione
internazionale. Dobbiamo esercitare pressione sugli Stati e sulla comunità
internazionale, non soltanto in Europa ma anche nei Paesi arabi e nelle altre
realtà che hanno un ruolo nella regione.
Dobbiamo inoltre guardare criticamente ai modelli che vengono presentati come
esempi di emancipazione femminile. In alcuni Paesi vengono utilizzate singole
donne in posizioni di visibilità per dimostrare quanto il sistema sarebbe aperto
e avanzato. Ma dobbiamo chiederci che cosa c’è realmente dietro queste immagini.
Il nostro paradigma pone la donna al centro e al fronte della trasformazione
sociale. Chi si oppone a questo paradigma può cercare di utilizzare le donne
come strumento per costruire un modello alternativo senza mettere realmente in
discussione il sistema di potere. È un pericolo serio. In diverse rivoluzioni
del passato è accaduto che un processo di trasformazione venisse
progressivamente assorbito e neutralizzato dal sistema dominante. Dobbiamo
evitare che accada nuovamente.
Come continuerà, quindi, la vostra lotta?
Siamo ancora in una fase di discussione. Non esiste un unico metodo di lotta e
non possiamo pensare che basti una sola forma di resistenza. Abbiamo bisogno di
molti strumenti e di molte modalità di collaborazione.
La nostra lotta deve continuare sia sul terreno della sicurezza interna sia su
quello della difesa. Allo stesso tempo dobbiamo rafforzare la pressione politica
e internazionale e costruire una collaborazione sempre più ampia tra le
organizzazioni delle donne. La questione fondamentale è non permettere che
l’esperienza costruita dalle donne venga cancellata o assorbita. La nostra
esperienza ci ha insegnato che la difesa delle donne non riguarda soltanto le
donne. Riguarda la società nel suo insieme. Per questo chiediamo a chi condivide
questi valori di assumersi una responsabilità concreta e di contribuire a
rafforzare questa lotta.