Il falso attentato a Zelensky finisce in prima pagina, silenzio sulla smentita
Per quasi ventiquattr’ore, i media hanno raccontato un attentato che non c’è mai
stato. Un drone russo avrebbe tentato di abbattere l’aereo di Volodymyr Zelensky
in partenza dalla Moldavia, spingendo l’Europa ancora più vicino allo scontro
diretto con Mosca. Secondo le ricostruzioni, il presidente ucraino era «nel
mirino», il jet era stato «sfiorato» e la tragedia evitata per un soffio. Poi,
sono emersi i fatti: l’aereo era ancora a terra e il drone era precipitato 43
minuti prima del decollo, a circa 160 chilometri dall’aeroporto. Nessun contatto
ravvicinato, tantomeno nessun attentato all’orizzonte. La notizia è così
evaporata dalle prime pagine, senza rettifiche né scuse, ma la grande stampa,
ormai in permanente assetto da terza guerra mondiale, aveva già raggiunto il
proprio obiettivo: indicare Mosca come responsabile e alimentare un nuovo
allarme.
La sera del 9 settembre, parlando da Slottsplassen con l’emittente pubblica
norvegese NRK, il premier Jonas Gahr Støre ha affermato che l’aereo di Zelensky
sarebbe stato «quasi colpito da un drone mentre stava per decollare» dalla
Moldavia. Non ha precisato, però, né la traiettoria del drone né la sua distanza
dal jet. Tanto è bastato: l’intervista è stata immediatamente rilanciata dalla
stampa internazionale senza alcuna verifica. I fatti, però, raccontano un’altra
storia. L’8 settembre due droni, identificati dalle autorità moldave come russi,
erano entrati nello spazio aereo del Paese: uno aveva proseguito verso la
Romania, mentre l’altro era precipitato intorno alle 17.15 in un campo nel
distretto di Rîșcani, a circa 160 chilometri dall’aeroporto di Chișinău,
provocando alcuni incendi, ma nessun ferito. Per precauzione, le autorità
avevano chiuso temporaneamente lo spazio aereo, ritardando tre partenze e
quattro arrivi, compreso il volo del presidente ucraino. Il portavoce del
governo moldavo Dumitru Ciorici ha confermato che il jet, ancora fermo
all’aeroporto durante l’allarme, è decollato soltanto alle 17.58, dopo la caduta
del drone e la riapertura dello spazio aereo. Anche una fonte della presidenza
ucraina interpellata dall’AFP ha definito «esagerata» l’ipotesi che Zelensky
fosse stato in pericolo. L’aereo di Zelensky non ha rischiato in alcun modo di
essere colpito: ha subito semplicemente un ritardo, come altri sei voli.
Mentre le autorità ricostruivano l’accaduto, la stampa italiana aveva già
trasformato un ritardo precauzionale in un attentato russo. RaiRadio1 dopo aver
riportato l’intervista di Jonas Gahr Støre, ha aggiunto che «Il ministro delle
Finanze di Oslo ed ex segretario generale della NATO, Jens Stoltenberg, era
presente quando Zelensky ha parlato del volo dalla Moldavia: “Ce ne ha parlato
durante un incontro, non voglio entrare nei dettagli, ma il volo ha subito un
ritardo e ci sono state delle minacce contro l’aereo”». Passando ai quotidiani
cartacei e online, il 10 settembre Repubblica apre la prima pagina con un titolo
cubitale: Attentato a Zelensky. Sul sito scopriamo, inoltre, che il presidente
trascorrerebbe una «vita blindata», in quanto sarebbe finito «nel mirino» dei
russi fin «dalla prima notte», «inseguito da cecchini e 007». Nella
ricostruzione di De Feo, il drone avrebbe «sfiorato il suo aereo» e si ipotizza
perfino un «tentativo di distruggere il velivolo». Il Corriere della Sera
rilancia Il jet di Zelensky sfiorato dal drone, «quasi colpito» e «ipotesi
attentato». Soltanto in seguito, ricostruisce tempi e traiettorie, arrivando
alla conclusione inevitabile: «Non c’è stato alcun attentato» e l’aereo di
Zelensky non è stato sfiorato da alcun drone. La Stampa riesce, invece, a
sostenere contemporaneamente che il drone abbia sfiorato il volo e che, secondo
Kiev, Zelensky non abbia corso alcun pericolo. Il Foglio scrive inizialmente il
9 settembre che un drone «ha quasi colpito» l’aereo di Zelensky. Il giorno
seguente, nonostante le smentite e la ricostruzione di tempi e distanze,
rilancia la tesi: un drone sarebbe «probabilmente» arrivato in Moldavia «per
attentare» al viaggio del presidente ucraino. Anche il Giornale oscilla tra la
ricostruzione prudente e il richiamo al «mancato attentato» nell’edizione
cartacea. Nel giro di poche ore, la smentita e l’allarme finiscono così per
convivere nella stessa narrazione.
Quando il castello è crollato, per non pubblicare una rettifica, è cambiato
soltanto il vocabolario: il drone non aveva più «sfiorato» l’aereo, ma lo aveva
«minacciato». L’11 settembre Repubblica ha persino rilanciato la narrazione,
descrivendo Zelensky come preda di un «safari umano» e il drone come quello che
avrebbe «cercato di ucciderlo». L’attentato era stato smentito, ma
nell’immaginario restava la scena più efficace: Putin che tenta di eliminare
Zelensky nei cieli europei. È lo stesso copione visto nel settembre 2025 con il
presunto jamming russo contro l’aereo di Ursula von der Leyen: un sabotaggio mai
avvenuto attribuito a Mosca senza prove, poi utilizzato dalla Commissione UE per
invocare più difesa e più sostegno all’Ucraina. Il meccanismo è collaudato: un
episodio reale viene deformato e trasformato in un’aggressione deliberata.
L’allarme conquista le prime pagine, la smentita sparisce dai “radar”, mentre
l’opinione pubblica viene mantenuta in uno stato permanente di paura, pronta ad
accettare il riarmo e un’escalation sempre più pericolosa.
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