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Lukas Bärfuss / Addomesticare l’odio
Decifrare il proprio carattere attraverso la morte della propria madre. Capire i pensieri più reconditi, i sentimenti più profondi partendo dalla scomparsa della propria genitrice, per quanto snaturata. Scoprire che in realtà è tutto falso, che la virtù della compassione è totalmente assente dal proprio bagaglio più intimo. Con la regina della notte Lukas Bärfuss confeziona un libro schietto, coraggioso, un’immersione perigliosa negli abissi dell’anima e un ritratto senza sconti dell’uomo contemporaneo. Il protagonista del romanzo è uno scrittore di successo, inaridito dalla mancanza di amore. Sin da piccolo è stato abbandonato a sé stesso, lasciato in balia degli eventi. Distanze emotive e geografiche. L’algida Svizzera segna il livello culturale del romanziere, mentre i selvaggi e disordinati caraibi marcano l’abbrutimento della donna. Una conversazione seria fra i due è un’utopia. René, il patrigno, è pazzo quanto lei. Il suo vero padre è un criminale rinchiuso in prigione. Un’eredità che offusca il suo destino. Tutto appare vuoto e insensato. Perturbazioni tropicali simboleggiano l’instabilità delle menti. L’irrazionalità governa l’essere umano. L’onestà è noia mentre il rischio dona gusto alla vita; questa la filosofia di sua madre. Il figlio fugge da quel mondo. Non si fa abbagliare dal richiamo del denaro facile e della violenza. Eppure, la storia di sua madre è anche la sua storia. Eluderla non è possibile. In tutto ciò che fa e che scrive, risalta il segno della sua assenza. La memoria lo riporta all’infanzia, che è un precipitare dall’oscurità sin dentro la vita. “L’inconveniente di essere nati”, direbbe Cioran. I ricordi albergano in case fatiscenti destinate alla demolizione. Sin da piccolo è un intruso, un esule che vive in pericoloso equilibrio fra la cruda realtà e il mondo onirico. Egli stesso si definisce un sognatore, privo di senso pratico. La madre lavora in un autolavaggio. Quando ha terminato il turno si trasforma nella regina della notte, appellativo che richiama le sinistre ambiguità del personaggio mozartiano. L’odio verso di lei lo divora. Occorre addomesticarlo per non essere fagocitati dall’abisso. La madre resta un enigma perturbante, definito dalla totale mancanza di tenerezza. Una impermeabilità ai sentimenti che spaventa, in quanto foriera di arida insensibilità. Interessanti derive saggistiche, riguardo i condizionamenti sociali relativamente al rapporto fra madre e figlio, sulla considerazione della donna e sulle dinamiche del controllo nel mondo moderno, permeano l’ultima parte del volume. L’invenzione della fotografia diviene ausilio all’autorità per identificare senza ombra di dubbio chi prima sfuggiva nelle pieghe del vagabondaggio. Chi non ha una provenienza certa è visto con sospetto in un contesto che tende a tenere tutto sotto il più stretto controllo. Da qui le repressioni alle quali tali individui vengono sottoposti. Un argomento di grande attualità, che richiama le ossessioni dei regimi dittatoriali e non solo. In quest’ottica anche la figura della madre, con la sua irrefrenabile energia sessuale, con il suo essere refrattaria a qualsiasi autorità costituita, incarna un principio di libertà non del tutto negativo. Bärfuss colpisce duro il proprio Paese, che ha costruito la sua ricchezza sugli affari sporchi e sulla guerra contro i poveri e gli emarginati. La pratica del raccontare è strategia di sopravvivenza, ed evoca le origini nomadi del romanziere. Nelle foto segnaletiche d’altri tempi gli sembra scorgere le proprie radici, avvolte in una nebbia ardua da diradare. La storia di una famiglia è sempre misteriosa, intessuta di bugie e omissioni. Una prosa tagliente, fatta di frasi brevi e pregnanti, definisce il senso di abbandono che attanaglia il protagonista. Essere senza fissa dimora è il suo destino. Il libro è un venire a patti con un’eredità scomoda, intrisa di precarietà e mancanza d’amore. L'articolo Lukas Bärfuss / Addomesticare l’odio proviene da Pulp Magazine.
September 14, 2026
Pulp Magazine