Il museo del giorno più brutto della tua vita
Come si cura il disturbo da stress post-traumatico? I metodi non mancano. Si va
in terapia, si prendono farmaci, si pratica yoga, si comincia a correre, a
scrivere, a fare giardinaggio, ad accarezzare un cane addestrato allo scopo.
Oppure ci si affida a un oggetto. Una canzone, un albero, la sciarpa di qualcuno
e, secondo un numero impressionante di reel su Instagram, al cambio delle tende.
Il principio è sempre lo stesso: trovare una cosa e caricarla di senso in modo
che ci regga in piedi. William Basinski aveva uno scatolone pieno di vecchie
musicassette. Lo teneva in un angolo della casa da circa vent’anni. Ogni tanto
ci guardava dentro senza sapere bene cosa farsene. Erano cassette che aveva
registrato negli anni ’80 raccogliendo suoni sparsi qua e là. Frammenti di
canzoni, interferenze radiofoniche, rumori ambientali rallentati e distorti. Un
piccolo archivio di esperimenti musicali dimenticati. Una volta, in un impeto
poetico, aveva scritto sopra alla scatola «The land that time forgot»: la terra
che il tempo ha dimenticato. Sarebbe stato un buon titolo per un disco. La
storia ne trovò uno migliore.
Basinski veniva dal Texas. Aveva studiato clarinetto e sassofono ed era arrivato
a New York all’inizio degli anni Ottanta con l’idea di fare il compositore.
Viveva a Brooklyn in un loft che aveva chiamato Arcadia, dove organizzava
concerti ai quali non andava nessuno e componeva musica ambientale dallo scarso
successo di pubblico. Nel 1982 aveva puntato la radio su una stazione che
trasmetteva musica classica. Aveva registrato qualche secondo di quelle note e
le aveva rallentate, fatte girare in cerchio, sovrapposte una all’altra.
Disposte in un loop. Pochi secondi di orchestra anonima che tornavano
all’infinito, sempre uguali. Poi la scatola, l’angolo, vent’anni.
Nell’estate del 2001 decide di salvarli. Il nastro invecchia, il digitale no, e
allora meglio riversare tutto su un supporto che dura per sempre. Monta la prima
bobina, fa partire il loop e inizia a registrare. Dopo qualche giro si accorge
che qualcosa non va. La frase degli archi ha perso una nota. Dopo qualche giro
ne perde un’altra. Sul rullo di lettura si è formata una polvere fine e marrone:
l’ossido di ferro che si stacca dal supporto a ogni passaggio e si deposita
sulla testina. Il nastro sta perdendo la sua memoria pezzo per pezzo. La musica
si sta lentamente disintegrando. Basinski non interrompe l’esperimento. Resta ad
ascoltare e a registrare finché del loop non rimane quasi nulla. Un respiro di
orchestra pieno di buchi, poi soltanto il fruscio. Un loop è la cosa meno viva
che esista in musica. Dura pochi secondi. Inizia, finisce e si ripete senza
andare da nessuna parte. Senza cambiare mai. «Siamo noi che cambiamo mentre lo
ascoltiamo», dice Steve Reich, maestro della musica minimale al quale Basinski
si ispira. Quelli catturati per caso nelle sue cassette, invece, sono loop che,
straordinariamente, invecchiano. Ogni ripetizione è diversa dalla precedente,
ogni ripetizione è un poco più povera, e la frase che torna è la stessa frase
con dentro qualcosa in meno. Una cosa che si consuma è una cosa che ha un tempo,
e una cosa che ha un tempo è una cosa che vive. E noi la ascoltiamo mentre si
disintegra. “Figata”, pensa Basinski, che si mette quindi a registrare tutti i
suoi Disintegration Loops.
William Basinski alle prese con un nastro magnetico
Termina la sua ultima disintegrazione digitale una mattina di settembre. Una
coincidenza curiosa. Proprio quel giorno, fuori dalla finestra del suo
appartamento di Brooklyn, c’è qualcos’altro che si sta disintegrando: gli Stati
Uniti. È l’11 settembre 2001.
Le torri del World Trade Center vengono colpite dagli aerei e crollano una dopo
l’altra. Basinski sale sul tetto del suo palazzo e passa tutta la giornata a
guardare da lontano lo skyline di Manhattan che cade a pezzi. Verso sera,
nell’ultima ora di luce, piazza una videocamera sul parapetto puntata verso il
punto dove fino a poco prima c’erano le Torri Gemelle e inizia a registrare.
Inquadratura fissa. Il cielo che cambia colore, passando dall’azzurro
all’arancione e poi al rosso. Le ombre dei palazzi, la luce delle finestre e una
grande nube di polvere che sembra inghiottire tutto. Dopo un’ora, il buio. Mette
insieme musica e immagini. Le due polveri, quella del nastro e quella delle
torri distrutte, si trovano per la prima volta nella stessa inquadratura. E
tutto si sfalda all’unisono.
Su quel tetto, quel pomeriggio, ci sono due tipi di polvere. Una è sulla testina
del registratore e fino a quella mattina è stata musica. L’altra sta arrivando
col vento. È grigia, copre le auto e i davanzali fino a Brooklyn, e fino a
quella mattina è stata cemento, carta, computer, vetro e persone. Quasi tremila
morti. Basinski mette in fila le registrazioni di tutti i nastri sopravvissuti
alla scatola.
Dedica The Disintegration Loops alle vittime e li pubblica da solo. Un volume
alla volta tra il 2002 e il 2003. Non se ne accorge quasi nessuno. Cinque ore di
musica ambientale che si dissolve in loop. Le premesse per l’anonimato ci sono
tutte. La polvere di Manhattan intanto viene spazzata via, mentre quella dei
nastri di Basinski resta dentro ai dischi, in attesa che qualcuno la trovi. Ci
vogliono un paio d’anni. Le riviste che decidono cosa conta cominciano a
passarsi il disco e la storia di quella mattina dell’11 settembre diventa un
grande veicolo pubblicitario. Nel 2011 Basinski viene invitato a suonare per il
decennale dell’attentato al World Trade Center. Decide di eseguire i
Disintegration Loops, che questa volta vengono suonati da una orchestra. I
musicisti seguono uno spartito dal quale vengono lentamente sottratte le note.
Il concerto si tiene l’11 settembre 2011, al Metropolitan Museum. Ottocento
persone dentro, quattrocento fuori. L’orchestra suona per un’ora la frase che
perde pezzi, fino all’ultima nota, un Fa tenuto da uno strumento solo. Poi
niente. Tre minuti di silenzio. «Ottocento persone ferme, come trasformate in
pietra» racconta Basinski. Poi passa un aereo. Basso, sopra il tetto del museo.
Il ronzio del motore, racconta sempre Basinski, è un Fa. La nota che l’orchestra
aveva appena smesso di suonare viene ripresa dal cielo. Questo, nello spartito,
non era previsto.
Nel 1989 era caduto il Muro di Berlino e Francis Fukuyama aveva annunciato la
fine della storia. Le grandi questioni del mondo erano risolte, restava solo da
amministrare. La musica era finita. La mattina dell’11 settembre 2001 qualcuno
la fa ripartire. Il 20 settembre George W. Bush dichiara guerra al terrorismo e
il loop ricomincia a girare. 20 anni in Afghanistan per cacciare i talebani.
Iraq, per armi che non c’erano. Poi la Libia, i droni, la Siria. Un milione di
morti. Ogni volta si riparte. Ogni volta tutto sembra più confuso. Come se
mancassero dei pezzi. A gennaio di quest’anno c’è stato il Venezuela. A febbraio
l’Iran. La polvere del World Trade Center non ha ancora finito di depositarsi.
La fine della storia era solo una pausa tra due tracce.
Nel frattempo, nel 2014, ha aperto il museo dell’11 settembre. Sta nella buca
dove c’erano le Torri. Trecentocinquanta milioni di dollari, quasi tutto
sottoterra. Dentro c’è la carcassa di un’ambulanza, ci sono le richieste di
aiuto scritte a mano, un paio di scarpe senza padrone sotto una teca. E c’è The
Disintegration Loops, entrato nella collezione. Si trova nella prima parte del
percorso, subito dopo la ricostruzione storica degli eventi della giornata. C’è
la musica e c’è il video, quello registrato sul tetto di Brooklyn. Per entrare
nel museo si paga 36 dollari di biglietto. I primi a visitarlo sono stati i
parenti delle vittime. Per loro l’ingresso è gratuito. Il giornalista Steve
Kandell è uno di loro. Sua sorella Shari aveva ventotto anni e di lei, dopo il
crollo, non è stato trovato niente. Turbato da come il suo lutto privato sia
stato trasformato in una attrazione pubblica, scrive: «ognuno dovrebbe avere un
museo dedicato al giorno più brutto della propria vita, ed essere costretto a
visitarlo insieme a un gruppo di turisti danesi».
Il museo dell’11 settembre 2001
All’uscita del museo c’è un negozio di souvenir. Nei primi mesi vendevano un
piatto da formaggi a forma di Stati Uniti con un cuoricino su ogni luogo colpito
dai terroristi. Quello lo hanno ritirato. Il resto è ancora lì, con tre milioni
di visitatori l’anno. Sullo scatolone Basinski aveva scritto «la terra che il
tempo ha dimenticato». Si sbagliava. Il tempo non ha dimenticato niente. Basta
pagare il biglietto.
Questa è Ipertraccia. Rubrica domenicale che parla di musica. Se vi piace
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Se volete scriverci fatelo a musica@lindipendente.online
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