Germania, il sottile filo rosso che lega la crisi Volkswagen alla vittoria di AfD
In Bassa Sassonia, cuore industriale di Volkswagen e istituzione che detiene il
20% dei diritti di voto del colosso automobilistico, la crisi dell’auto si è
trasformata anche in una questione politica. Mentre il gruppo di Wolfsburg porta
avanti una pesante ristrutturazione, tra tagli all’occupazione e riconversioni
industriali, il governo regionale guidato dal socialdemocratico Olaf Lies si
trova stretto nel doppio ruolo di azionista e decisore politico. Un
cortocircuito che AfD ha sfruttato attaccando la gestione della crisi e che,
sullo sfondo delle recenti elezioni, contribuisce a spiegare il legame tra il
terremoto Volkswagen e l’avanzata dell’estrema destra.
Da una parte c’è il gruppo industriale che era il secondo costruttore di
automobili al mondo per vendite, il primo per fatturato (in Europa primo in
tutto), e che da un po’ ha lanciato un piano da 100.000 licenziamenti che hanno
traumatizzato la Germania, oltre che il mondo dell’economia e della finanza.
Dall’altra parte la formazione politica di estrema destra che ha vinto in
maniera roboante le elezioni regionali, ottenendo quasi il 45% dei consensi. La
strana coppia è tenuta insieme dalla natura “mista” pubblico-privata dell’ormai
ex colosso industriale di Wolfsburg, la città creata nel 1938 per ospitare i
lavoratori della fabbrica. Per scelte fatte in altre epoche, la Bassa Sassonia,
lo Stato federale in cui si trova la città, detiene una quota azionaria
dell’azienda pari al 20%, con diritti di voto pari al 20%. Questa partecipazione
è stata introdotta nel 1960 con una legge speciale che porta il nome del marchio
automobilistico, Legge Volkswagen (Vw Gesetz). Proprio questa norma ha
contribuito a garantire nel tempo allo Stato un peso strategico all’interno
dell’azienda ben superiore alla sua quota azionaria detenuta. Per lo statuto
speciale Vw, confermato e blindato dalla legge del 1960, ogni decisione
straordinaria dell’assemblea dei soci va presa con maggioranza superiore all’80%
dei voti: avendo lo Stato il 20% dei voti stessi, è evidente il ruolo strategico
che ha sempre avuto. Inoltre, l’istituzione ha diritto a due posti (su 20) nel
Consiglio di sorveglianza dell’azienda e uno è assegnato proprio al primo
ministro dello Stato federale, l’altro al ministro dell’Economia.
Il premier della Bassa Sassonia, il socialdemocratico Olaf Lies – e qui si
arriva al punto della questione – nella sua posizione è talmente “aziendalista”
che nelle scorse settimane ha sostanzialmente approvato il piano di
licenziamenti “lacrime e sangue” programmati dall’azienda, per tenere il passo
della concorrenza cinese e dei dazi americani. Secondo Lies, un mancanto accordo
tra i vertici del gruppo avrebbe potuto arrecare più danno degli stessi tagli.
Il problema è che la Bassa Sassonia era una delle poche regioni tedesche dove
AfD non avesse ancora superato SPD (il partito di Lies) nei sondaggi e nei
gradimenti degli elettori. Va anche ricordato che proprio la crisi automotive,
un tempo una delle locomotive dell’economia tedesca, ha spinto gli esponenti di
AfD ad accusare le ingerenze e interferenze della politica nelle vicende del
gruppo, oltre alle critiche al Green Deal e all’elettrificazione.
Come noto, Volkswagen (che in quella regione chiave, oltre alla sede centrale,
ha anche sei stabilimenti) ha deciso di passare la mano per lo stabilimento di
Osnabruck, che produce modelli cabriolet (T-Cross) e per il quale era già stata
decisa la chiusura nel 2027. La fabbrica sarà rilevata da un fondo israeliano,
Aurelius Capital – oltre che dallo Stato, che fa valere la sua quota di
partecipazione – e sarà riconvertita per usi bellici: la prima commessa sarà la
fornitura di componenti per il sistema di difesa aerea Rafael Advanced Defense
Systems, compagnia controllata e gestita direttamente dal governo di Tel Aviv,
per lo scudo Iron Dome. La conversione non sarà ovviamente indolore: dei 2300
addetti attualmente allo stabilimento, solo la metà ha la garanzia di conservare
il posto di lavoro. Si annuncia e si prepara una crisi sociale e politica che
AfD ha già anticipato, criticando l’operazione e accusando la politica, ossia la
gestione del Land.
A questo punto, per il primo ministro Olaf Lies la situazione è diventata molto
complicata. Da un lato il suo ruolo di socio e dirigente in Volkswagen,
dall’altro il suo incarico politico che gli impone – o imponeva – di cercare di
contrastare AfD e la sua ascesa politica. Un doppio ruolo, il suo, che in Italia
sarebbe probabilmente definito conflitto di interessi. «Dobbiamo trasmettere la
certezza di poter risolvere questi problemi. In caso contrario, le forze
estremiste riceveranno una spinta», ha dichiarato Lies prima della consultazione
elettorale che ha premiato in modo netto AfD, il quale ha conquistato una
vittoria perentoria (44.2%): SPD, la sigla a cui appartiene il primo ministro,
si è fermata a 9.2%.
«C’è il timore che questa incertezza tra i dipendenti favorisca l’AfD nelle
elezioni locali, in particolare nelle sedi Volkswagen»: il ruolo di Cassandra,
col senno di poi, nelle parole ha dichiarato a Reuters Sebastian Lechner, leader
statale del partito conservatore di opposizione CDU – che governava e che si è
fermata al 18%, la metà dei voti presi nella precedente tornata elettorale. Lies
(e con lui le forze che si opponevano ad AfD) è rimasto probabilmente
schiacciato nel suo doppio ruolo tra accompagnare la ristrutturazione Vw – in un
primo momento si era opposto ai tagli, poi ha dato il via libera al piano che ne
prevede altri 50mila per tenere i costi in equilibrio – e convicere la
popolazione dell’efficacia di questa operazione, in sostanza fare digerire ai
concittadini i licenziamenti su cui la stessa AfD soffiava come sul fuoco. «I
piani per tagliare i posti di lavoro e rivedere la struttura di Volkswagen sono
una catastrofe per migliaia di famiglie» ha dichiarato a Reuters uno dei leader
di AfD, Ansgar Schledde.
Quella che insomma sembrava una “semplice” operazione di riconversione a usi
bellici di uno stabilimento, pur con tutte le critiche e le zone d’ombra legate
agli acquirenti israeliani e nell’ottica della direzione di marcia presa
dall’Europa che ha posto al 2035 il termine per la graduale eliminazione dei
motori a combustione (anche negli Stati Uniti il Pentagono sta trattando coi
colossi dell’auto Ford e General Motors per una loro parziale trasformazione a
fabbriche di armi), pare proprio sia diventata una colossale buccia di banana
per l’establishment di governo della Bassa Sassonia. Olaf Lies ha dichiarato che
l’accordo con il fondo Aurelius Capital per il trasferimento dello stabilimento
di Emden permette di prendere tempo per risolvere la situazione di altri quattro
stabilimenti a rischio, da qui al 2030, ma a giudicare dai risultati delle
elezioni, pare non sia andato benissimo il suo tentativo di giocare su due
tavoli e ci sarebbe da chiedersi, forse, se lui avrà altrettanto futuro,
politicamente parlando.
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