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Stranieri in codice: il bias della neutralità tecnologica nei movimenti migratori
Papers, una rubrica di Melting Pot per la condivisione di tesi di laurea, ricerche e studi. Per pubblicare il tuo lavoro consulta la pagina della rubrica e scrivi a collaborazioni@meltingpot.org. -------------------------------------------------------------------------------- Alma Mater Studiorum Università di Bologna Dipartimento di Scienze giuridiche Corso di laurea magistrale in giurisprudenza STRANIERI IN CODICE: IL BIAS DELLA NEUTRALITÀ TECNOLOGICA NEI MOVIMENTI MIGRATORI Tesi di laurea in Sociologia delle migrazioni Sofia Nascetti (2024-2025) Scarica l’elaborato INTRODUZIONE «Se non dico mai cosa bisogna fare, non è perché credo che non ci sia nulla da fare; al contrario, è perché penso che ci siano mille cose da fare, inventare, forgiare, da parte di coloro che, riconoscendo le relazioni di potere in cui sono implicati, hanno deciso di resistere o sfuggire ad esse. Da questo punto di vista tutta la mia ricerca poggia su un postulato di ottimismo assoluto. Non svolgo le mie analisi per dire: così stanno le cose, guardate come siete intrappolati. Certe cose le dico solo nella misura in cui considero che esse permettano di trasformare il reale». Michel Foucault, intervista, 1978 Il confine costituisce da sempre uno degli elementi fondamentali attraverso cui gli Stati moderni definiscono la propria sovranità, organizzano lo spazio politico e regolano la mobilità delle persone. Tradizionalmente concepito come una linea geografica di delimitazione territoriale e come barriera fisica tra Stati sovrani, il confine ha progressivamente assunto forme più complesse e diffuse, trasformandosi in un dispositivo mobile, capace di oltrepassare la dimensione esclusivamente territoriale. La genealogia del concetto di frontiera permette di osservare questa trasformazione a partire dal modello vestfaliano, fondato sull’idea di una corrispondenza tra territorio, sovranità statale e controllo dei movimenti attraverso confini chiaramente delimitati. Tale paradigma, tuttavia, viene profondamente ridefinito nel contesto europeo contemporaneo con la creazione dello spazio Schengen, dove l’abolizione dei controlli alle frontiere interne si accompagna allo sviluppo di nuove forme di sorveglianza e selezione lungo i confini esterni dell’Unione europea. La frontiera non scompare, ma viene ricollocata: essa si estende attraverso pratiche amministrative, procedure di identificazione e infrastrutture tecnologiche che anticipano e distribuiscono il controllo della mobilità ben oltre il luogo fisico del passaggio territoriale. In questo processo, le tecnologie digitali hanno assunto un ruolo centrale nella trasformazione delle modalità di governo delle migrazioni. Il confine contemporaneo non è più soltanto una linea geografica, ma un insieme di pratiche, dispositivi e sistemi informativi capaci di classificare, identificare e differenziare gli individui. Durante il transito migratorio, lo straniero viene progressivamente inserito all’interno di un complesso apparato istituzionale composto da banche dati, autorità amministrative, sistemi di sicurezza e attori tecnici. La raccolta e l’elaborazione dei dati personali, in particolare dei dati biometrici, contribuiscono così alla costruzione di una nuova forma di frontiera individualizzata. È all’interno di questa prospettiva che si colloca il concetto di bio-bordering, attraverso cui la frontiera viene incorporata nel corpo stesso del migrante. L’individuo non è più soltanto una persona che attraversa un confine geografico, ma diventa un insieme di informazioni digitalizzate: impronte digitali, immagini facciali, dati biografici e tracce amministrative che costituiscono una nuova forma di identificazione e classificazione. Il corpo migrante diviene quindi uno spazio di iscrizione del potere, un luogo in cui il confine viene prodotto e riprodotto attraverso procedure tecniche apparentemente neutrali. La digitalizzazione delle frontiere europee deve pertanto essere analizzata attraverso la lente della biopolitica, intesa come modalità di governo che agisce sulla gestione della vita, dei corpi e delle popolazioni. Le tecnologie biometriche e le banche dati non si limitano infatti a registrare informazioni preesistenti, ma partecipano alla produzione di categorie amministrative e politiche: definiscono profili di rischio, stabiliscono livelli di vulnerabilità e orientano decisioni relative all’accesso, alla permanenza o all’esclusione dal territorio. Sistemi come EURODAC, il Sistema Informativo Schengen (SIS), il Visa Information System (VIS), l’Entry Exit System (EES) e le nuove forme di interoperabilità tra banche dati europee rappresentano esempi concreti di questa trasformazione, nella quale il controllo della mobilità passa attraverso la gestione e la circolazione dei dati. Tuttavia, la crescente centralità della tecnologia nella governance migratoria non può essere interpretata esclusivamente come una rottura radicale con il passato. Una parte della ricerca sarà dedicata all’analisi delle radici storiche delle tecniche biometriche, evidenziando come la classificazione dei corpi attraverso strumenti di identificazione abbia profonde connessioni con pratiche coloniali. L’utilizzo delle impronte digitali, sviluppatosi tra XIX e XX secolo attraverso sistemi di classificazione applicati anche nei contesti coloniali, mostra come la tecnologia non sia un elemento neutrale, ma sia spesso inserita all’interno di specifici rapporti di potere. La digitalizzazione contemporanea delle frontiere deve dunque essere letta anche alla luce di una continuità storica con forme precedenti di controllo e categorizzazione delle popolazioni considerate mobili o estranee. Parallelamente, la ricerca analizzerà la tensione tra la narrazione dell’Europa come fortezza digitale e la concreta materialità delle pratiche di controllo migratorio. La retorica dell’alta tecnologia (high tech) tende spesso a rappresentare le frontiere europee come sistemi automatizzati, intelligenti e impermeabili, fondati sull’efficienza degli algoritmi e sulla capacità predittiva dei dispositivi digitali. Tuttavia, come mostrano gli studi di Martina Tazzioli e Lucrezia Canzutti, il governo delle migrazioni continua a essere caratterizzato dalla compresenza di strumenti tecnologici avanzati e pratiche analogiche (low tech): documenti cartacei, procedure burocratiche, decisioni discrezionali degli operatori e pratiche amministrative tradizionali convivono con sistemi biometrici e infrastrutture digitali. Questa coesistenza tra analogico e digitale produce una rappresentazione frammentata dell’identità migrante, nella quale il soggetto viene contemporaneamente trasformato in un insieme di dati e sottoposto a procedure materiali e burocratiche. La transizione tecnologica non sostituisce completamente le pratiche precedenti, ma si sovrappone ad esse, generando un sistema ibrido nel quale il controllo viene esercitato attraverso molteplici livelli. Infine, questa ricerca intende superare una lettura esclusivamente vittimizzante della persona migrante, analizzando il tema dell’agency migratoria. Se i dispositivi digitali producono nuove forme di sorveglianza e classificazione, i migranti non devono essere considerati semplicemente soggetti passivi all’interno dell’apparato statale. Essi sviluppano strategie, tattiche e pratiche di negoziazione attraverso cui interagiscono con le infrastrutture amministrative e tecnologiche che regolano i loro percorsi. L’analisi dell’agency permette quindi di mettere in discussione la tradizionale opposizione tra Stato controllore e migrante controllato, mostrando come la mobilità sia il risultato di una relazione dinamica tra potere, resistenza e adattamento. L’obiettivo della presente ricerca è dunque comprendere fino a che punto il potenziamento tecnologico dei sistemi di controllo migratorio contribuisca realmente a rendere più equi e imparziali i processi di accesso al territorio europeo oppure se, al contrario, finisca per rafforzare forme preesistenti di esclusione attraverso una nuova veste di apparente neutralità tecnica. La domanda centrale non riguarda esclusivamente l’efficienza degli strumenti digitali, ma la loro funzione politica: quali categorie producono? Quali soggetti rendono visibili e quali invece marginalizzano? Quali forme di mobilità facilitano e quali ostacolano? L’ipotesi che guida questa ricerca è che la digitalizzazione delle frontiere non elimini le disuguaglianze strutturali presenti nei sistemi migratori, ma possa incorporarle all’interno delle architetture tecniche e normative che regolano la mobilità, rendendole meno immediatamente riconoscibili. Interrogare la presunta neutralità della tecnologia significa quindi analizzare le scelte politiche, economiche e sociali che orientano la progettazione e l’utilizzo di questi strumenti, per comprendere se il nuovo confine digitale rappresenti una trasformazione verso una maggiore giustizia o una sofisticata riformulazione delle logiche tradizionali di esclusione.
September 12, 2026
Progetto Melting Pot Europa