Barry Salt / La rivoluzione empirica del cinema
La pubblicazione per i tipi di Cue Press di Stile cinematografico e tecnologia:
storia e analisi di Barry Salt, curata da Adriano Aprà poco prima della sua
scomparsa, colma, come si dice in questi casi, una lacuna critica durata
decenni. Apparve a Londra nel 1983 sotto il marchio Starword – casa editrice
fondata dall’autore a seguito dei ripetuti veti accademici che ne ostacolavano
la pubblicazione –, nel 1992 e nel 2009 fu riproposta in edizioni ampliate, fino
a questa versione italiana, arricchita da un capitolo sul cinema del ventunesimo
secolo, “la prima traduzione fuori dalla Gran Bretagna”, afferma con orgoglio il
curatore.
Nel vasto panorama della saggistica cinematografica, troppo spesso segnato da
un’astrazione teorica slegata dalla realtà del set, si può ben dire che
quest’opera rappresenta un caso di studio. La traiettoria intellettuale
dell’autore è rivelatrice nella sua eterogeneità: ballerino classico, fisico
teorico con un dottorato di ricerca, cineasta formatosi sul campo come direttore
della fotografia e supervisore di studio, docente. Una formazione scientifica e
artigianale che spiega il metodo d’indagine: Salt delinea una storia dello stile
fondata su dati oggettivi e misurabili, eludendo l’arbitrio ermeneutico del
teorico che ignora le dinamiche delle riprese, le strutture architettoniche dei
teatri di posa, il funzionamento di ottiche, emulsioni, corpi-macchina e tavoli
di montaggio, condizioni primarie che determinano e circoscrivono l’espressione
visiva. Un approccio che applica i principi del realismo scientifico e
dell’indagine empirica, sideralmente lontano dalle categorizzazioni ideologiche
e dalle mode filosofiche di tanta critica accademica.
In effetti, la prima parte del saggio è una serrata e metodica confutazione
delle principali teorie novecentesche. Con “feroci ma sempre motivate
stroncature” della cosiddetta teoria SLA (Saussure-Lacan-Althusser), che hanno
portato l’autore a inimicarsi la crème de la crème dell’accademia francese e
anglosassone, atteggiamento “raro se non unico fra gli studiosi di cinema” (così
Aprà), se ne demoliscono i principi, rilevando gli eccessi semiologici della
critica degli anni Settanta. Si vagliano con piglio polemico figure di primo
piano quali Christian Metz, Raymond Bellour e Stephen Heath, mostrando come
concetti tratti dalla linguistica – a partire dalla “grande sintagmatica” – o
approcci simbolici modellati sulla psicoanalisi lacaniana siano privi di utilità
se disgiunti dalla prassi cinematografica. Un esempio classico: l’analisi di
Bellour sulla sequenza dell’aereo in Intrigo internazionale di Alfred Hitchcock
viene decostruita e mostrata nella sua arbitrarietà, così come i postulati sulla
“sutura” filmica, considerati quali mere speculazioni verbali prive di capacità
euristica. Né si fanno sconti all’auteur theory formalizzata da Andrew Sarris,
al neoformalismo di David Bordwell e Kristin Thompson. Se a Sarris Salt
rimprovera l’incoerenza dei criteri valutativi, legati a un’idea ambigua ed
elusiva di personalità registica, al neoformalismo statunitense contesta un
lessico ridondante (“fabula”, “sjužet”, “dispositivo”) per spiegare processi che
l’analisi classica tra forma e contenuto ha già codificato con chiarezza. Per il
critico britannico il giudizio estetico non può ridursi a dogma moralistico, e
va basato su tre fattori determinabili: originalità dell’opera, sua influenza
storica, corrispondenza tra intenzioni espressive e realizzazione tecnica.
A corredo di questa “guerra alla teoria”, l’autore ricostruisce l’evoluzione
congiunta di linguaggio e tecnologia, ordinata cronologicamente in decenni e
supportata dalla visione e dall’analisi minuziosa di un nutrito ventaglio di
pellicole. È la parte più originale del lavoro, lo stile viene affrontato con
l’applicazione della statistica descrittiva incentrata sulla misurazione
dell’Average Shot Length (ASL), la durata media dell’inquadratura. Correlando
l’ASL alle scale dei piani (dal primissimo piano al campo lunghissimo) e ai
movimenti di macchina, Salt individua norme storiche oggettive, distinguendo gli
standard industriali dalle scelte autoriali consapevoli. In tal modo, da
congettura l’analisi stilistica si fa rilievo scientifico: registi come Max
Ophüls – al centro del capitolo finale –, Howard Hawks, Douglas Sirk o Vincente
Minnelli vengono studiati nel rapporto tra inventiva personale e vincoli tecnici
del loro tempo.
In questa ottica, la trattazione del cinema delle origini assume particolare
valore filologico. Salt rifiuta la nozione di “cinema primitivo”, affannandosi a
dimostrare come tra il 1895 e il 1906 fossero già stati messi a punto i principi
basilari della sintassi visiva: scomposizione della scena, raccordi di
direzione, inserti, impiego di soggettive, illuminazione artificiale (con archi
e tubi Cooper-Hewitt), prime forme di montaggio alternato. Con un approccio dal
vago sentore nazionalistico, pionieri come George Albert Smith, James Williamson
e Frank Mottershaw della scuola di Brighton, o Alf Collins, assurgono a
protagonisti dell’innovazione tecnica, lavoro che ha anticipato le soluzioni di
registi quali Edwin S. Porter o Georges Méliès. Anche qui affiora il background
scientifico dell’autore, per il quale l’evoluzione formale segue un modello
biologico: le innovazioni emergono come mutazioni e solo quelle funzionali si
affermano stabilmente, mentre le convenzioni inadeguate (come la dissolvenza
incrociata tra ogni stacco) vengono abbandonate.
V’è da osservare che le analisi riguardano quasi esclusivamente il cinema di
finzione e in parte di animazione “classico”, dunque non si affronta la
nonfiction né il cinema d’avanguardia, che, come afferma lo stesso autore,
richiederebbe un differente approccio. Salt privilegia gli studi di matrice
anglosassone, senza soffermarsi su quelli italiani di teoria del cinema, mentre
alcuni nostri critici, a cominciare da Guido Aristarco, sono tra gli iniziatori
di questo tipo di studi, come non manca di osservare Aprà. Inoltre, scarso
rilievo è dato ad autori importanti come Chaplin, Keaton, Vertov, Dreyer,
Straub, Rossellini ed altri, la cui originalità l’autore non ritiene fondativa.
Oltre alla prefazione storicizzante del curatore e una premessa dell’autore
all’edizione italiana, cui si aggiungono le introduzioni delle precedenti
edizioni che inquadrano diacronicamente la storia del testo, il volume presenta
un denso apparato iconografico con fotogrammi d’epoca, utili schemi, una nutrita
bibliografia e un glossario filologico bilingue verificato sulle fonti storiche.
Si configura quindi non solo quale storia del cinema depurata da sovrastrutture
ideologiche e astrazioni dogmatiche, ma come lezione di rigore metodologico,
tanto più utile ad una critica troppo spesso sterile e autoreferenziale, che
restituisce alla settima arte la sua concreta consistenza.
L'articolo Barry Salt / La rivoluzione empirica del cinema proviene da Pulp
Magazine.