Pubblichiamo una ampia sintesi estratta dall’elaborazione redatta per Effimera
da Andrea Fumagalli, con la quale si riprende la postfazione al libro Salario o
reddito? Il conflitto nella società del lavoro senza fine, di Toni Casano /
Antonio Minaldi / Sergio Riggio (Multimage,Firenze, 2026). Specificatamente i
relativi contributi sviluppati nelle analisi degli autori ruotano attorno a dei
temi decisivi del cd. “postoperaismo”: I processi di trasformazione del lavoro.
Dal modello fordista alla società postindustriale (Casano); Reddito di base,
welfare e ‘attualità del comunismo’ nell’era della fine del lavoro
(Minaldi);Workes for ever? Nuovo estrattivismo e vertenzialità necessaria
(Riggio). Gli autori, scrive Fumagalli:“affrontano un tema oggi dirimente, di
strettissima attualità ma paradossalmente poco trattato”[accì]
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1. Incipit
In un contributo al libro a cura di Toni Casano e Antonio Minaldi Occupare
l’utopia. ci domandavamo se ai giorni nostri “Ha ancora senso parlare di
lavoro?” [pp. 227-242] La domanda non è peregrina e la risposta non facile. Per
questo è necessaria una premessa.
2. La parabola del lavoro dall’artigiano all’homo faber del fordismo
La vita umana è solitamente scandita da momenti temporali che sono per lo più
finalizzati alla soddisfazione dei bisogni e dei sogni. Tali scadenze non sono
uguali per tutte e tutti. Essi sono segnati dalla struttura della gerarchia
sociale, politica e culturale in cui ci si trova. Nel contesto dei paesi
occidentali, così come si sono definiti, all’indomani della formazione degli
stati nazione del XV secolo e della rivoluzione industriale e francese di fine
XVIII secolo, la nascita e la diffusione del sistema capitalistico di produzione
ha introdotto misure sempre più sofisticate nella misurazione del tempo di vita.
Contemporaneamente ha ridefinito le funzioni essenziali della vita umana,
piegandole alla necessità dell’accumulazione economica. L’attività lavorativa
diventa libera, la schiavitù viene abolita, almeno formalmente (con l’eccezione
degli Usa). La vita quotidiana inizia così a essere scandita dai tempi di lavoro
e del non lavoro, per molti in condizioni di bisogno e di precarietà. Il tempo
di lavoro, che è funzionale all’accumulazione, ed è quindi considerato
produttivo, viene remunerato proprio perché attività non sottoposta ad alcuna
coercizione fisica e/o legale. Il restante tempo di non lavoro o attività
produttiva non finalizzata all’accumulazione/produzione ma semplicemente alla
riproduzione fisica e sociale della forza lavoro non viene remunerato e non gode
di alcuna assistenza. La libertà di lavorare ha così un prezzo: la sopravvivenza
del lavoratore/trice è esclusivamente di sua responsabilità. A differenza dello
schiavo, la cui sopravvivenza viene garantito dal padrone, il lavoratore libero
vive in condizione di perenne stato di necessità: deve badare a sé stesso. […]
Ne consegue che il lavoro (salariato) diventa il fattore centrale alla base
dell’accumulazione. Ma si tratta di un lavoro solo formalmente libero,
subordinato come è alla tempistica e alla produttività dei processi di
automazione della macchina: un lavoro passivo, altamente alienato, dove le
competenze, le abilità e la creatività dell’essere umano vengono per lo più
soffocate e negate. Il concetto di mestiere viene trasformato in un lavoro
spogliato da ogni professionalizzazione, di fatto sancendone, paradossalmente la
morte. L’ubbidienza e il silenzio definiscono le regole imposte dalla gerarchia
di fabbrica. È morto il lavoro, viva il lavoro. […]Ricordiamo che l’etica del
lavoro è una condizione necessaria (anche se non sufficiente) per la
sostenibilità del sistema economico capitalista. La separazione netta tra
macchina e lavoro porta alla necessità che il lavoro debba applicarsi alla
macchina, indipendentemente dal come ciò avviene (in forma astratta), e quindi
diventa imprescindibile per la realizzazione materiale dello stesso processo
produttivo.
3. Dal rifiuto del lavoro …
Tra la fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni’70 del secolo scorso, il
paradigma taylorista-fordista entra in crisi. Diverse sono le cause. Dal lato
della produzione, la rigidità produttiva e tecnologica, una volta che le
dimensioni degli impianti produttivi hanno superato una certa soglia critica,
non consente più di incrementare la produttività e lo sfruttamento delle
economie di scala. […]La crescita dei salari nei decenni precedenti, condizione
necessaria per la stabilità del sistema economico, riduce il grado di
ricattabilità dell’operaio massa e consente di mettere in discussione le pesanti
e alienanti condizioni di lavoro. È il concetto di lavoro salariato che viene
via via posto in discussione sino al suo rifiuto [la lotta per la liberazione
del lavoro tende a trasformarsi nella lotta per la liberazione dal Lavoro(ndr)].
[…]Negli anni ’70, il rifiuto del lavoro si declinava in diverse pratiche… A
partire dalla fine degli anni’80 inizia… quel processo di flessibilizzazione del
lavoro che raggiungerà la sua massima estensione con la liberalizzazione dei
licenziamenti individuali introdotta dal Jobs Act del governo Renzi nel
2015. Nel corso degli anni ‘90 e del nuovo decennio 2000, la fase postfordista
ha termine per lasciare spazio all’avvio vero e proprio di un nuovo processo di
accumulazione denominato da alcuni ricercatori capitalismo cognitivo. Il nuovo
paradigma socio-economico, basato sullo sfruttamento delle economie dinamiche di
apprendimento (generazione di conoscenza) e di rete (diffusione della
conoscenza), si caratterizza per una prevalente specializzazione verso le
produzioni immateriali… Parallelamente la frammentazione e l’individualizzazione
dei rapporti di lavoro, se non è accompagnata da politiche di sicurezza sociale,
fa sì che la flessibilità tracimi in precarietà, delineando nuove forme di
sussunzione del lavoro al capitale.
[…]Con il passaggio al nuovo millennio… assistiamo ad un processo di
riorganizzazione del capitalismo, con il passaggio a processi di accumulazione
che investono sempre più in modo diretto la “nuda vita” degli esseri viventi
umani e animali. Il capitalismo cognitivo si trasforma in capitalismo
bio-cognitivo e trova le sue modalità organizzative nelle piattaforme digitali,
la nuova grande radicale innovazione […] Nel capitalismo delle piattaforme, le
facoltà biocognitive e relazionali dell’essere umano sono la base diretta del
processo di valorizzazione. La vita stessa è soggetta a un principio di
mercificazione crescente… Nel capitalismo biocognitivo, organizzato attraverso
le piattaforme, la vita è direttamente messa a valore.
4. … alla fine del lavoro
La vita messa direttamente a valore (e non più semplicemente al lavoro) implica
che l’intermediazione del lavoro e la necessità di una sua organizzazione tende
a venire meno. La questione della definizione del lavoro diventa superflua. Ciò
ha una duplice ripercussione, la prima sul mercato del lavoro, la seconda sulla
stessa forma “lavoro”… Siamo così di fronte a una nuova composizione tecnica e
politica del lavoro che va oltre allo stesso concetto tradizionale di lavoro
(ovvero attività che in quanto produttiva viene remunerata). Possiamo parlare a
buon ragione di composizione tecnica e politica della vita.
[…]Le piattaforme digitali creano valore sulla base di un processo di
produzione la cui materia prima è costituita dalla vita degli individui. Tale
“materia prima” è in buona parte fornita gratuitamente, in quanto finalizzata
alla produzione di valore d’uso. Il “segreto” dell’accumulazione sta nella
trasformazione del valore d’uso in valore di scambio… Quando l’esistenza viene
messa a valore, l’attività produttiva tende così a evaporare, a diventare
invisibile e solo una parte viene formalizzata e quindi remunerata. La
precarietà lavorativa lascia così sempre più spazio alla gratuità dell’attività
produttiva. Il lavoro perde dunque di senso.
5. La necessità di un reddito di base incondizionato
Il capitalismo bio-cognitivo delle piattaforme presenta un paradosso: più il
lavoro, nella sua forma tradizionale, evapora e diventa marginale, più il
processo di accumulazione tende a diventare sempre più instabile e
deregolamentato e rischia l’autodistruzione.
Tale autodistruzione è oggi favorita da molteplici fattori. In primo luogo dalla
crisi climatica e dall’alterazione dell’equilibrio ecologico. Senza un
riequilibrio tra la specie umana con le altre specie viventi e tra specie umana
e natura, tutta la comunità vivente rischia la scomparsa … Tale
irresponsabilità e incoscienza, frutto principalmente dell’opportunismo
economico, spiega anche altri fattori di auto-distruzione [crescente
concentrazione delle ricchezze in poche mani e ricorso sempre più frequente allo
strumento della guerra,ndr] e la conseguente iniqua distribuzione del reddito,
che nuoce anche agli stessi equilibri capitalistici perché penalizza la domanda
e la stessa accumulazione.
[…]In un simile contesto, la proposta di un reddito di base incondizionato può
svolgere un ruolo cruciale, di stabilizzazione del sistema economico. Al
riguardo, è necessario proporre un salto culturale prima che politico e
affermare che il reddito di base è una variabile distributiva
primaria… Variabile distributiva primaria significa che non è una variabile
redistributiva, nel senso che si materializza solo dopo che si è attuata una
distribuzione del reddito sulla base di quelli che sono i rapporti di forza e
rapporti sociali esistenti all’interno di un certo processo di accumulazione:
una redistribuzione di reddito, che opera in una fase successiva, è l’esito di
un secondo livello di distribuzione indiretta, agita a livello extra mercato e
sovra individuale (di solito grazie all’intervento pubblico) tramite politiche
economiche discrezionali appropriate.
Redazione Italia