J.L. Borges / Lezioni non ortodosse
Nel 1966 Borges tiene alla Facoltà di Filosofia e Lettere di Buenos Aires un
corso di letteratura inglese. Non ha mai conseguito una laurea: la cattedra gli
era stata assegnata dieci anni prima per acclamazione, in un atto che era già
insieme riconoscimento e anomalia istituzionale. Alcuni studenti registrano le
lezioni su nastro per chi non può frequentare l’orario stabilito; i nastri si
perdono, ma le trascrizioni sopravvivono, disperse, fino a quando due filologi
le raccolgono, le confrontano con le fonti citate a memoria da Borges — spesso
in modo impreciso, sempre con esattezza d’intenzione — e le pubblicano
restituendo intatto il registro parlato. Adelphi porta ora in italiano, nella
traduzione di Ilide Carmignani, questo oggetto ibrido: non un trattato, non un
manuale, ma la sedimentazione scritta di venticinque lezioni orali, con tutto
ciò che l’oralità comporta in termini di digressione, ripetizione, aneddoto,
giudizio sferzante pronunciato senza la cautela che la pagina a stampa
normalmente impone.
Il primo dato da mettere a fuoco, quello su cui la critica di lingua spagnola è
tornata con maggiore insistenza fin dalla prima edizione argentina del 2000, è
che questo non è un corso di storia della letteratura nel senso in cui la
disciplina accademica intende il termine. Borges non offre una cronologia né una
teoria della letteratura; fa, semmai, una storia letteraria decisamente fuori
moda, e lo fa in un modo che è stato definito acronico — e non solo acronico, ma
atopico, perché le relazioni che stabilisce non riguardano soltanto l’inglese,
né si limitano al germanico. L’anglosassone riaffiora nel moderno: William
Morris è presente non tanto per sé quanto perché in lui riappaiono i romanzi
arturiani, Chaucer, le saghe, l’Edda islandese; un autore del Novecento come
Henry James viene evocato perché uno dei suoi racconti si fonda sulla biografia
di Coleridge; Ezra Pound diventa il ricreatore moderno dell’antico inglese. La
letteratura, per Borges, non progredisce lungo una linea ma si ripiega su sé
stessa, e il compito del lettore — del professore-lettore — è tracciare queste
ricorrenze piuttosto che collocare gli autori in una sequenza di scuole e
influenze. Chi si aspettasse un impianto manualistico, capace di superare un
concorso a cattedra nella disciplina, resterebbe deluso: Borges non si presenta
come erudito sistematico né come teorico della letteratura, ma come lettore che
pensa per analogie, esattamente come nella sua narrativa.
L’esempio più citato di questo procedimento, ed è utile riproporlo perché
condensa l’intero metodo, riguarda le lezioni dedicate a Beowulf: quando
affronta le iattanze eroiche del poema anglosassone, Borges trova un termine di
paragone nelle payadas dei compadritos di Buenos Aires di inizio secolo — nelle
coplas gauchesche in cui il parlante rivendica con il coltello ciò che ha detto
con la parola. Non è un aneddoto folkloristico buttato lì per animare la
lezione: è la dimostrazione pratica che il metodo comparativo di Borges funziona
per risonanza culturale, non per genealogia filologica. La letteratura germanica
antica e la tradizione orale rioplatense condividono una stessa retorica del
vanto guerresco, e Borges le fa dialogare senza gerarchie, senza il timbro di
superiorità con cui l’accademia tratterebbe di norma un simile accostamento tra
un poema fondativo europeo e un genere popolare sudamericano.
Il secondo asse su cui insiste la ricezione ispanica è la natura specificamente
didattica, antipedagogica nel senso migliore del termine, di queste lezioni. Uno
dei due curatori ha ricordato che l’obiettivo di Borges non era tanto valutare
gli studenti quanto entusiasmarli; per questo non commenta necessariamente i
versi più celebri dei singoli autori, ma quelli che a lui, personalmente, hanno
lasciato un segno — ed esercita su di essi un giudizio critico dichiaratamente
soggettivo, spesso tagliente. Quando afferma, nelle lezioni dedicate al
romanticismo inglese, che Wordsworth gli pare poeta superiore a Coleridge, non
sta riassumendo un consenso critico: sta esponendo pubblicamente un gusto, in
un’epoca e in un contesto accademico in cui una simile franchezza di giudizio
era tutt’altro che scontata. Si è ipotizzato che, essendosi formato fuori dai
circuiti universitari argentini e dentro una cultura britannica assorbita per
lettura autodidatta fin dall’infanzia, Borges praticasse per abitudine questo
esercizio pubblico del giudizio critico, quasi un riflesso della propria
formazione anglofila prima che una scelta pedagogica meditata. Le due letture
non si escludono: la scelta di privilegiare l’impressione personale sul canone
stabilito ha comunque l’effetto di togliere agli autori l’aura sacrale e di
riportarli alla portata dello studente, secondo un’intenzione che i curatori
attribuiscono esplicitamente a Borges.
Il libro si presenta materialmente arricchito da un apparato di note che
identificano autori, opere, personaggi e riferimenti storici lasciati impliciti
nel parlato, un apparato che compensa, senza correggerla, l’informalità del
dettato: i curatori non intervengono sulla lingua orale di Borges, la lasciano
intatta con le sue imprecisioni mnemoniche, le sue riprese, i suoi scarti
improvvisi da un secolo all’altro, ma circondano quel dettato di una rete
filologica che ne rende possibile la fruizione anche a chi non abbia già in
testa l’intera storia della letteratura inglese. È un compromesso equilibrato
tra fedeltà documentaria e utilità didattica, e probabilmente la ragione per cui
la critica ispanica ha accolto il volume non come semplice reperto d’archivio ma
come opera in senso pieno, capace di stare accanto ai saggi e alle conferenze
che Borges pubblicò in vita.
Resta da dire della dimensione più propriamente testimoniale del libro, quella
che ne spiega il fascino anche per chi non sia specialista di letteratura
inglese. Leggere questi testi significa fare ingresso, con uno scarto temporale
di sessant’anni, in un’aula reale, assistere a una lezione con le sue pause, i
suoi richiami, la sua struttura da conversazione più che da lezione frontale. È
un Borges diverso da quello degli scritti pubblicati: meno levigato, più
disposto all’affermazione perentoria, più vicino al lettore comune che al
saggista che soppesa ogni formulazione prima di darla alle stampe. Proprio per
questo la traduzione italiana pone un problema specifico, che la versione di
Carmignani affronta con l’attenzione che la sua lunga consuetudine con la prosa
ispano-americana lascia presupporre: restituire in italiano un registro orale
sudamericano senza appiattirlo su un tono da manuale, mantenendo la vivacità
delle digressioni e degli aneddoti personali senza tradurli in un italiano da
lezione universitaria, che tradirebbe l’intera operazione filologica dei
curatori argentini.
Il limite del volume, se di limite si può parlare, è lo stesso che ne
costituisce il valore: non offre una introduzione equilibrata alla letteratura
inglese, ma un itinerario personalissimo, pieno di salti, predilezioni e
disattenzioni, verso ciò che non interessava a Borges. Chi cerchi un compendio
storiografico resterà spiazzato dall’assenza di sistematicità; chi invece voglia
osservare come pensava, per associazioni e risonanze, uno dei più grandi lettori
del Novecento, troverà in queste pagine un documento insostituibile. Non è certo
un caso che la critica ispanica, nel presentarlo, abbia insistito meno sul suo
valore manualistico che sul debito che la lingua e la letteratura in spagnolo
devono a questo autore proprio in quanto lettore instancabile di letterature
altrui: il corso del 1966 è, in fondo, la prova viva di come quel debito si sia
formato aula per aula, ben prima di diventare patrimonio scritto.
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