Non si vota solo a Cernobbio
Lega Nord e Polo delle libertà in Italia hanno una storia simile a quella di
AfD. Quello che noto, a margine del pezzo che riporto non integralmente dal
Corsera, è la persistente idea che Berlusconi, Fini, Meloni abbiano il compito,
e il merito, di addomesticare la bestia tenendola nel recinto. Recinto dove le
bestie (quel 75% inedito di votanti) sono rientrate di loro, prendendolo senza
ferire la costituzione e con la benedizione degli allevatori.
Il resto è storia: “Per quanto radicata e vincente soprattutto nelle regioni
dell’ex Ddr dove «il muro nella mente» di cui parlava il mio amico Peter
Schneider non è mai veramente caduto, AfD è nata a Ovest, nel cuore renano della
Repubblica Federale. Correva l’anno 2013, la crisi dell’euro era all’acme,
quando un gruppo di professori, imprenditori e politici fondarono un
partito-ossimoro, che si voleva europeista ma senza la moneta unica. C’erano
l’economista Bernd Lucke, l’ex presidente della Confindustria tedesca Hans-Olaf
Henkel. E c’era Alexander Gauland, un ultraconservatore che aveva abbandonato la
Cdu considerandola troppo a sinistra sotto la guida di Angela Merkel: si sarebbe
rivelato decisivo in una metamorfosi che nessuno aveva previsto.
I fondatori esautorati
Successe nel 2015 al Congresso di Essen. Il neonato partitino aveva di poco
mancato l’ingresso al Bundestag nelle elezioni di due anni prima, ma aveva
iniziato la sua lunga marcia d’infiltrazione all’Est nel 2014, entrando nei
Parlamenti regionali di Sassonia, Turingia e Brandeburgo. A Essen, sempre nel
Limes occidentale della Germania, i fondatori vennero messi da parte. Nell’ansia
di crescere, avevano aperto i ranghi a chiunque ce l’avesse con la
«smobilitazione asimmetrica» di Angela Merkel che aveva abbandonato ogni bussola
ideologica, lasciando scoperti enormi spazi a destra. Non si erano accorti di
non controllare più AfD. Così vinse Frauke Petry, eletta a maggioranza assoluta,
sull’onda di parole d’ordine anti-immigrati e anti-islamiche. Fu la prima a
invocare l’uso di armi da fuoco contro gli attraversamenti illegali delle
frontiere.
Ma la vera svolta avvenne pochi mesi dopo, alla fine dell’estate, quando Merkel
decise di non chiudere le frontiere a 1 milione di profughi siriani venuti dalla
rotta balcanica, forse la decisione più coraggiosa e suicida dei suoi sedici
anni al potere. Qui la storia e le sorti di AfD si intrecciarono con un
movimento spontaneo, nato a Dresda e diffusosi come un incendio in tutto l’Est
del Paese: alle marce serali di Pegida contro l’immigrazione e l’islamizzazione
partecipavano decine di migliaia di tedeschi. Erano trasversali. Perfino un
grande direttore d’orchestra come Christian Thielemann disse di condividere la
protesta.
I colonizzati
L’oggetto del desiderio erano i Länder come la Sassonia, la Turingia, la
Sassonia-Anhalt, di fatto colonizzati da una classe politica in gran parte
importata da Ovest. Rimasti indietro su tutto: disoccupazione più alta, salari
più bassi, svuotati tranne poche eccezioni della loro base industriale.
Invecchiati e impoveriti da una fuga generazionale, che ha visto partire
centinaia di migliaia di giovani verso le ricche regioni occidentali. E questo a
dispetto di centinaia di miliardi di euro investiti nelle infrastrutture, che
hanno sicuramente modernizzato le regioni dell’Est senza tuttavia mai avviare un
meccanismo virtuoso di crescita.
Ma probabilmente il terreno più fertile per AfD è stata la negazione della
memoria. «Ci hanno fatto vergognare perfino delle musiche della nostra
gioventù», mi disse Katharina Witt, leggandaria pattinatrice sul ghiaccio, due
volte medaglia d’oro olimpica per la Ddr, che pure ebbe successo e carriera
anche nella Germania riunificata. È su questo vuoto culturale e identitario,
quello che fa sentire i cittadini dell’Est «tedeschi di seconda classe», che AfD
ha costruito il suo successo.
I leader
Con i suoi ammaliatori come Björn Höcke, il leader della Turingia che infarcisce
i discorsi di citazioni di Goebbels. Una per tutte: «Alles für Deutschland»,
tutto per la Germania. O come il vincitore di Magdeburgo, il rassicurante
maestro dei social Ulrich Siegmund e il suo fido cantastorie, Hans-Thomas
Tillschneider, il quale, come Hitler, ha dichiarato guerra al Bauhaus e promette
un Pantheon tutto tedesco che va da Ottone I a Bismarck e da Lutero a Nietzsche.
Su tutti regna l’ape regina, Alice Waidel, 47 anni, lesbica e madre di due
figlie adottive, che dal 2022 presiede il partito insieme a Guido Chrupalla,
campione dell’ala più dura. È lei il volto pragmatico, e contraddittorio, che ha
consentito al partito di uscire dal ghetto dell’Est e di crescere anche nei Land
occidentali, dal Baden-Württemberg al Palatinato.
Michele Ambrogio