La Corte dei Conti europea boccia il piano di riarmo di Bruxelles
«Nonostante gli ambiziosi piani dell’UE e l’aumento della spesa, sarà difficile
conseguire la prontezza alla Difesa entro il 2030, a causa dei notevoli vincoli
esistenti». Con queste parole la Corte dei Conti UE ha gelato la Commissione di
Ursula von der Leyen. I giudici contabili dell’Unione europea hanno spiegato, in
un rapporto dettagliato, i motivi per cui il piano di riarmo da 800 miliardi di
euro (Rearm EU) annunciato in pompa magna potrebbe rivelarsi un enorme spreco di
risorse pubbliche. Si parte da «un coordinamento insufficiente tra i vari flussi
di finanziamento dell’UE, nonché tra i finanziamenti dell’UE e quelli
nazionali», fino ad arrivare a «strozzature in termini di materiali, componenti
chiave o personale qualificato». Ci sono poi gli elevati tassi di inflazione e
«la continua dipendenza dagli Stati Uniti».
Non usa mezzi termini la Corte dei Conti UE nel definire «ambizioso» il piano di
riarmo messo a punto dalla Commissione dopo «la guerra di aggressione della
Russia contro l’Ucraina e il deterioramento della sicurezza mondiale». Il fu
Rearm EU — ribattezzato Readiness 2030 con un tocco eufemistico — impegna i
membri dell’Unione a una spesa complessiva da 800 miliardi di euro da destinare
alla Difesa. Larga parte del piano sarà finanziata da un aumento del debito
pubblico nazionale, mentre una minima parte da un meccanismo di prestiti a tassi
agevolati, il famoso fondo SAFE a cui ha aderito anche l’Italia. È proprio la
composizione finanziaria del riarmo europeo uno dei suoi nervi scoperti, almeno
secondo i giudici contabili dell’Unione, che scrivono: «il crescente ricorso
alla spesa per la difesa finanziata tramite debito, ai prestiti garantiti
dall’UE e all’attivazione delle clausole di flessibilità può compromettere la
sostenibilità di bilancio rallentando la riduzione del debito pubblico». A 18
Paesi membri è stato concesso di derogare alle stringenti regole europee
racchiuse nel patto di stabilità, in nome del quale, in passato si è sacrificata
gradualmente la spesa sociale.
Con il riarmo la musica è cambiata, e dopo anni di austerità l’UE accetta la
prospettiva di un maggior debito, nazionale e non solo. Come fatto notare dai
giudici contabili, Bruxelles ricorre sempre più spesso a prestiti garantiti dal
bilancio dell’UE. Si pensi ad esempio al citato strumento SAFE, da 150 miliardi
di euro, e al recente prestito da 90 miliardi di euro destinato all’Ucraina.
«Per tali prestiti — scrive la Corte dei Conti UE — la Commissione prende a sua
volta in prestito i fondi necessari sui mercati dei capitali. La Corte ha
ripetutamente avvertito che, in assenza di accantonamenti, qualsiasi perdita
relativa ai prestiti dovrà essere coperta dal margine di bilancio dell’UE noto
come “margine di manovra”. Ciò potrebbe comportare una richiesta di contributi
aggiuntivi agli Stati membri».
Spesa per la difesa degli Stati membri dell’UE nel 2024 (Corte dei Conti
europea).
C’è poi l’inflazione, che da anni galoppa in Europa. Il settore della Difesa,
vista l’alta richiesta legata alla fase di incertezza internazionale, viaggia
sopra la media. «L’aumento dei finanziamenti — fa notare la Corte dei Conti
europea — comporta rischi di attuazione, quali produrre un impatto limitato nel
colmare le carenze di capacità a causa degli elevati tassi di inflazione oppure
perseguire valori-obiettivo di spesa senza che siano correlati a requisiti di
performance». Qui il riferimento è ai recenti obiettivi fissati dalla NATO, di
cui fanno parte 23 dei 27 membri dell’UE. Il presidente USA Donald Trump li ha
convinti a destinare il 5% del proprio PIL al settore della Difesa. E anche su
questo la Corte dei Conti europea fa notare il proprio disappunto, dal momento
che «tali valori-obiettivo incentrati sulle risorse mancano di requisiti in
termini di performance e non sono in linea con i princìpi di economia,
efficienza o efficacia». Insomma, per tenere fede al diktat NATO, basta spendere
nella Difesa, senza preoccuparsi della sostenibilità economica.
Nel mirino della Corte dei Conti europea finisce anche «la continua dipendenza
dagli Stati Uniti». A partire dalle forniture militari: «dall’inizio della
guerra in Ucraina fino al giugno 2023, il 78% delle acquisizioni nel settore
della difesa da parte degli Stati membri dell’UE proveniva da paesi esterni
all’Unione: gli Stati Uniti da soli ne rappresentavano il 63%». La dipendenza
dall’esterno, con l’aggravante del fornitore quasi monopolistico, rischia di
mandare in fumo il cronoprogramma della Commissione. Alla possibile «strozzatura
in termini di materiali» si aggiunge quella del personale qualificato, che
«l’industria della Difesa ha difficoltà sia ad attrarre che a trattenere». Nel
chiosare, la Corte dei Conti avverte che «se non verranno soddisfatte queste
condizioni strutturali, i fondi stanziati potrebbero non tradursi in spese».
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