La Nuova Zelanda inaugura le prime riserve marine gestite con i Māori
Il primo luglio, lungo la costa sud-orientale dell’Isola del Sud neozelandese,
sono entrate in vigore cinque riserve marine integrali. Le gestiscono insieme il
Department of Conservation e Kāi Tahu, la tribù maori della regione: è la prima
co-gestione del genere nella storia del Paese, frutto di oltre un decennio di
trattative tra autorità pubbliche, pescatori e comunità locali per proteggere
308 chilometri quadrati di fondali, canyon sottomarini e foreste di kelp
gigante. Undici anni prima, davanti alle Nazioni Unite, l’allora primo ministro
John Key aveva promesso qualcosa di più ambizioso: una riserva integrale più
estesa dell’intero territorio neozelandese, attorno alle isole Kermadec. Incassò
applausi internazionali, non il consenso dei Maori – i cui diritti di pesca
erano riconosciuti da tempo in quelle stesse acque – e il progetto naufragò.
Oggi le riserve di Otago capovolgono quel modello: non imposte dall’alto, ma
costruite insieme a chi il mare lo chiama moana da generazioni.
La rete si chiama Te Au Roa o Te Rakihouia: la lunga scia di Te Rakihouia, il
navigatore che nella tradizione orale della tribù di di Kāi Tahu circumnavigò
via mare l’Isola del Sud a bordo di una canoa, mentre il padre Rākaihautū ne
esplorava l’interno scavando i grandi laghi. Le cinque riserve sono il primo
tassello di una rete che dovrebbe arrivare a comprenderne dodici, ad affiancarsi
alle riserve mātaitai e taiāpure già presenti oggi. A gestirla insieme al
Department of Conservation (DOC) è proprio Kāi Tahu, attraverso tre consigli
tribali locali — Moeraki, Kāti Huirapa Rūnaka ki Puketeraki e Ōtākou. Nove
ranger, reclutati in parti uguali dalle due amministrazioni, pattugliano ogni
giorno le acque. «È un modello che potrebbe rivelarsi valido anche altrove», ha
dichiarato a Mongabay Edward Ellison, capo tribù di Ōtākou e uno dei sei
governatori della rete.
Il percorso non è stato breve: la trattativa iniziò nel 2014, quando il
South-East Marine Protection Forum riunì attorno a un tavolo i rappresentanti
della tribù, pescatori, associazioni ambientaliste, scienziati, operatori
turistici e comunità locali. Dodici anni per mettere d’accordo interessi opposti
su chi potesse ancora prelevare cosa, e dove. Tra le specie che dovrebbero
beneficiarne c’è lo hoiho, il pinguino dagli occhi gialli ormai a rischio di
estinzione locale, insieme all’albatro reale settentrionale (toroa) e ai leoni
marini neozelandesi (pakake).
Le riserve sono a divieto totale di prelievo, ma con un’eccezione che dice molto
sul modello: gli Order in Council consentono ai rappresentanti della tribù di
organizzare wānaka hī ika, corsi di pesca tradizionale in cui un prelievo
limitato resta ammesso, per trasmettere alle nuove generazioni la conoscenza
ancestrale del mare. Non tutto, però, procede senza attriti: una sesta riserva
prevista, Te Umukōau, resta bloccata da un ricorso giudiziario e dal confronto
con l’associazione dei pescatori di aragoste dell’Otago. La decisione finale
spetta al ministro della Conservazione.
Il caso neozelandese non è isolato. In Canada, diciassette Prime Nazioni hanno
firmato nel giugno 2024, con i governi federale e della Columbia Britannica, un
accordo di finanziamento permanente per la rete di aree marine protette del
Great Bear Sea: dieci milioni di ettari, la più grande rete di aree marine
protette a co-progettazione indigena al mondo. Nel Pacifico, alle Fiji, la rete
FLMMA ha rimesso in circolo dal 1997 il tabu, l’antica pratica di chiusura
temporanea della pesca: coinvolge oggi oltre quattrocento comunità e copre più
di 10mila chilometri quadrati. Lo schema si ripete uguale: non la scienza contro
il sapere tradizionale, ma l’una al servizio dell’altro.
A Otago la scommessa dovrà ora reggere alla prova dei fatti, per capire se le
riserve co-gestite funzionano meglio – o semplicemente diversamente – di quelle
a gestione unica.
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