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SUL REFERENDUM E OLTRE IL REFERENDUM SULLA GIUSTIZIA
“Sul referendum: oltre il voto, per la nostra autonomia” è il titolo che racchiude l’intento del comunicato di Immigrital, realtà di giovani di origine migrante e operaia che si mobilita contro il razzismo sistemico, istituzionale e relazionale, da cui siamo partiti per ragionare sul contesto sociale e istituzionale Italiano che precede e persiste il referendum sulla giustizia. Il No popolare, schiacciante con due milioni di elettori in più per il no, ha visto un’affluenza al 59%, un picco nuovo di attivazione che ha bocciato la campagna elettorale governativa ancora più che la riforma. È un duro colpo contro il governo Meloni, ma è difficile definirlo una vittoria sociale su tutti i fronti. La parzialità di un discorso che incentri tutto il focus sulla difesa della giustizia fa acqua da tutte le parti: l’evidenza della differenza di partecipazione che ha interessato questo quesito referendario va messa a confronto invece con l’affossamento del referendum abrogativo sulla cittadinanza, sia per mancato raggiungimento del quorum, sia perché molti dei voti positivi sui quesiti sul lavoro avevano invece risposto no al quesito sulla cittadinanza. Lascia quindi ragionamenti aperti su chi si è mobilitato per andare a votare a fronte dell’eveidente limite di un voto che esclude tutta la popolazione senza cittadinanza, così come parte della popolazione carceraria. Se questa sconfitta referendaria non ha a suo tempo permesso l’accesso alla cittadinanza a molti, così che tanti giovani continueranno a dover conoscere le questure italiane fin dall’infanzia e la segregazione interna allo stato delle prime e seconde generazioni. Allo stesso modo, sottolinea una giustizia a due velocità, dove i quartieri popolari si configurano come laboratori di sperimentazione repressiva e mostrano plasticamente la parzialità della giustizia italiana e il volto di quella magistratura che, a questi microfoni, l’avvocato Novaro definiva “avvocatura di polizia”. Ne parliamo con Elon di Immigrital:
March 25, 2026
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Un risultato annunciato
Solo poco più del 30% degli aventi diritto al voto si è recato alle urne l’8 e il 9 giugno per i referendum sul lavoro e sulla cittadinanza, non raggiungendo la soglia del 50%+1, condizione essenziale per validare la tornata elettorale. Non è credibile pensare che la CGIL di Landini non sapesse che i Referendum soffrono di “mal di quorum”. Da 30 anni solo una volta è stata raggiunta la soglia del 50% + 1. La sola eccezione fu il 2011, con una affluenza del 54,8%, per il referendum sul nucleare (che trascinò quello contro la privatizzazione dell’acqua pubblica) sulla scia dell’enorme emozione suscitata dal disastro nucleare di Fukushima (storia già vista nel 1987, sempre per il referendum sul nucleare vinto dopo il disastro atomico di Černobyl’). Il fatto più grave è che il maggiore sindacato italiano ha promosso un referendum su tematiche del lavoro, sapendo bene che nel lontano 1985 il referendum sul taglio della contingenza, dove votò ben il 77,9% degli aventi diritto, fu perso e i Sì raccolsero solo il 45,68. É notorio che a votare per i referendum vanno, oltre ai lavoratori dipendenti, anche gli imprenditori, i lavoratori autonomi, i pensionati, i professionisti. Categorie di elettori che certamente non sostengono le richieste dei lavoratori dipendenti del settore privato. Va anche messo in evidenza che la CGIL, che ha proposto i 4 referendum sul lavoro, negli scorsi anni ha subito supinamente le scelte politiche sul lavoro dei governi di centrodestra e di centrosinistra, senza alcuna concreta reazione. Basti pensare alle controriforme che hanno pesantemente inciso su lavoratori e lavoratrici (diritti, occupazione, precarizzazione, esternalizzazioni di servizi/produzioni, pensioni). Già la “concertazione”, introdotta con gli accordi del 23 luglio 1993 fra Governo e sindacati, è stata una pratica per superare il conflitto tra sindacati, padronato e governo, con l’obiettivo di accantonare la storica contrattazione fra le parti, eliminare lo scontro capitale/lavoro, e instaurare la pace sociale. Con la concertazione è stato ridotto il conflitto sindacale, esponendo lavoratori e lavoratrici ai ricatti padronali e impedendo di fatto reali mobilitazioni e l’opposizione alle politiche iper-liberiste. La CGIL non si è opposta ai “governi amici” di centrosinistra che hanno pesantemente attaccato lo Statuto dei Lavoratori (Legge 300/70), con il ridimensionamento dell’articolo 18 che consente ai padroni di licenziare impunemente, con l’introduzione di contratti iper-precari e il progressivo indebolimento dei contratti nazionali, con lo smantellamento delle tutele previsto dal Jobs Act di matrice PD/Renzi, con il ricorso alle pensioni integrative con appositi fondi gestiti dalle maggiori organizzazioni sindacali di categoria appoggiandosi a fondi finanziari. I referendum proposti dalla CGIL, che prevedevano l’abolizione di alcuni dei peggiori aspetti legislativi del nuovo regime sul lavoro, hanno reso palese l’assenza di una marcata opposizione sindacale al governo Meloni. Ma la cosa più grave è che la sconfitta referendaria potrà essere usata come un boomerang e dare fiato alle trombe della destra di governo, con un conseguente ulteriore passo indietro in materia di difesa dei diritti dei lavoratori. Leggo molto negativamente il risultato del quinto quesito sulla cittadinanza dove il 35% dei votanti ha espresso giudizio contrario, palesando chiaramente il “sentimento” di una maggioranza che crede fermamente nella “invasione” dei migranti con la conseguente perdita della “identità” nazionale. L’aspetto più inquietante di quel voto è che a palesare il diffuso sentimento di rifiuto del migrante sia anche quella parte dell’elettorato che la Schlein vuole cooptare alla causa della “sinistra di governo”. Risultato ben più grave dell’astensione globale registrata di 7 italiani su 10. Nonostante le perplessità espresse, in tantissimi siamo andati a votare e abbiamo fatto propaganda per i cinque Sì, consapevoli che, nostro malgrado, le conseguenze di una clamorosa sconfitta potranno ricadere in modo violento su tutto il mondo del lavoro e sui cittadini che aspirano ad ottenere dopo tanti anni la cittadinanza italiana. La responsabilità delle probabili conseguenze negative ricade però su chi in modo avventurista ha promosso i referendum, contando forse su una maggiore affluenza a traino dei referendum sulla Autonomia Differenziata, che però sono stati dichiarati inammissibili dalla Corte Costituzionale. La sconfitta referendaria si inserisce nel periodo buio che sta attraversando il Paese e l’intera Europa, con la guerra alle porte di casa e la stretta sociale. Occorre fare tesoro anche delle sconfitte e fare quadrato unendo il più possibile le forze del mondo del lavoro e della società civile che non vogliono far precipitare il Paese in un buio periodo di controriforme con un Governo che si è ben attrezzato con il DL sicurezza per contenere e cercare di annullare l’opposizione sociale di piazza.     Renato Franzitta
June 10, 2025
Pressenza