Un risultato annunciato
Solo poco più del 30% degli aventi diritto al voto si è recato alle urne l’8 e
il 9 giugno per i referendum sul lavoro e sulla cittadinanza, non raggiungendo
la soglia del 50%+1, condizione essenziale per validare la tornata elettorale.
Non è credibile pensare che la CGIL di Landini non sapesse che i Referendum
soffrono di “mal di quorum”. Da 30 anni solo una volta è stata raggiunta la
soglia del 50% + 1. La sola eccezione fu il 2011, con una affluenza del 54,8%,
per il referendum sul nucleare (che trascinò quello contro la privatizzazione
dell’acqua pubblica) sulla scia dell’enorme emozione suscitata dal disastro
nucleare di Fukushima (storia già vista nel 1987, sempre per il referendum sul
nucleare vinto dopo il disastro atomico di Černobyl’).
Il fatto più grave è che il maggiore sindacato italiano ha promosso un
referendum su tematiche del lavoro, sapendo bene che nel lontano 1985 il
referendum sul taglio della contingenza, dove votò ben il 77,9% degli aventi
diritto, fu perso e i Sì raccolsero solo il 45,68. É notorio che a votare per i
referendum vanno, oltre ai lavoratori dipendenti, anche gli imprenditori, i
lavoratori autonomi, i pensionati, i professionisti. Categorie di elettori che
certamente non sostengono le richieste dei lavoratori dipendenti del settore
privato.
Va anche messo in evidenza che la CGIL, che ha proposto i 4 referendum sul
lavoro, negli scorsi anni ha subito supinamente le scelte politiche sul lavoro
dei governi di centrodestra e di centrosinistra, senza alcuna concreta reazione.
Basti pensare alle controriforme che hanno pesantemente inciso su lavoratori e
lavoratrici (diritti, occupazione, precarizzazione, esternalizzazioni di
servizi/produzioni, pensioni).
Già la “concertazione”, introdotta con gli accordi del 23 luglio 1993 fra
Governo e sindacati, è stata una pratica per superare il conflitto tra
sindacati, padronato e governo, con l’obiettivo di accantonare la storica
contrattazione fra le parti, eliminare lo scontro capitale/lavoro, e instaurare
la pace sociale. Con la concertazione è stato ridotto il conflitto sindacale,
esponendo lavoratori e lavoratrici ai ricatti padronali e impedendo di fatto
reali mobilitazioni e l’opposizione alle politiche iper-liberiste.
La CGIL non si è opposta ai “governi amici” di centrosinistra che hanno
pesantemente attaccato lo Statuto dei Lavoratori (Legge 300/70), con il
ridimensionamento dell’articolo 18 che consente ai padroni di licenziare
impunemente, con l’introduzione di contratti iper-precari e il progressivo
indebolimento dei contratti nazionali, con lo smantellamento delle tutele
previsto dal Jobs Act di matrice PD/Renzi, con il ricorso alle pensioni
integrative con appositi fondi gestiti dalle maggiori organizzazioni sindacali
di categoria appoggiandosi a fondi finanziari.
I referendum proposti dalla CGIL, che prevedevano l’abolizione di alcuni dei
peggiori aspetti legislativi del nuovo regime sul lavoro, hanno reso palese
l’assenza di una marcata opposizione sindacale al governo Meloni.
Ma la cosa più grave è che la sconfitta referendaria potrà essere usata come un
boomerang e dare fiato alle trombe della destra di governo, con un conseguente
ulteriore passo indietro in materia di difesa dei diritti dei lavoratori.
Leggo molto negativamente il risultato del quinto quesito sulla cittadinanza
dove il 35% dei votanti ha espresso giudizio contrario, palesando chiaramente il
“sentimento” di una maggioranza che crede fermamente nella “invasione” dei
migranti con la conseguente perdita della “identità” nazionale. L’aspetto più
inquietante di quel voto è che a palesare il diffuso sentimento di rifiuto del
migrante sia anche quella parte dell’elettorato che la Schlein vuole cooptare
alla causa della “sinistra di governo”. Risultato ben più grave dell’astensione
globale registrata di 7 italiani su 10.
Nonostante le perplessità espresse, in tantissimi siamo andati a votare e
abbiamo fatto propaganda per i cinque Sì, consapevoli che, nostro malgrado, le
conseguenze di una clamorosa sconfitta potranno ricadere in modo violento su
tutto il mondo del lavoro e sui cittadini che aspirano ad ottenere dopo tanti
anni la cittadinanza italiana.
La responsabilità delle probabili conseguenze negative ricade però su chi in
modo avventurista ha promosso i referendum, contando forse su una maggiore
affluenza a traino dei referendum sulla Autonomia Differenziata, che però sono
stati dichiarati inammissibili dalla Corte Costituzionale.
La sconfitta referendaria si inserisce nel periodo buio che sta attraversando il
Paese e l’intera Europa, con la guerra alle porte di casa e la stretta sociale.
Occorre fare tesoro anche delle sconfitte e fare quadrato unendo il più
possibile le forze del mondo del lavoro e della società civile che non vogliono
far precipitare il Paese in un buio periodo di controriforme con un Governo che
si è ben attrezzato con il DL sicurezza per contenere e cercare di annullare
l’opposizione sociale di piazza.
Renato Franzitta