E’ possibile un nuovo “municipalismo” quale processo partecipato per la democrazia di base?
La notizia che a ottobre una sentenza del Tar potrebbe portare al
commissariamento degli organi elettivi della città di Messina ha rianimato un
dibattito politico che sembrava annichilito dalla netta vittoria di Basile alle
recenti elezioni amministrative. A ben guardare si tratta di un riflesso
condizionato comprensibile. Come quando ti riesce un gol che ti rimette in
gioco. Da tifoso del Messina penso alla rete segnata da Ragusa contro la
Gelbison a tre minuti dalla fine nello spareggio che alcuni anni fa ci tenne in
serie C. Nulla sembrava annunciarla, ma avvenne. Sembrava poco, allora. Oggi
faremmo carte false.
Ecco, dunque, che forze politiche e coalizioni sconfitte politicamente, prima
ancora che elettoralmente, sperano di avere un’altra chance. Ma che chance ci si
può dare se non si hanno idee? Sì, perché la questione fondamentale è questa:
dal punto di vista della visione politica Cateno De Luca, che guida col piglio
del comando, le azioni di Sud chiama Nord, rappresenta l’unica espressione che
abbia una densità politico-amministrativa di un certo rilievo nella nostra
città. Non dico che sia bella. Dico che è l’unica. Il resto è, per quello che si
è visto alle passate elezioni, mera amministrazione degli equilibri politici e
di consenso pre-esistenti. Con qualche piccola eccezione, certo, ma le eccezioni
fanno, appunto, la regola.
E’, dunque, la domanda giusta quella di chiedersi se il Tar darà ragione ai
ricorrenti? No, non è la domanda giusta. La domanda giusta è: la prospettiva
politico-amministrativa proposta da De Luca va bene o può essercene un’altra
migliore, più evoluta? Si possono negare le trasformazioni avvenute negli ultimi
anni? Io penso di no. Nel 2013, quando entrai in Consiglio Comunale, in città
circolavano meno di 20 autobus e ora (dopo tre amministrazioni) più di 100, la
differenziata era al 3% e ora al 60%. Tutto merito della compagine di De Luca?
No, naturalmente. Alcune attività, ad esempio, erano già state attivate e,
soprattutto, De Luca e Basile hanno avuto a disposizione i flussi finanziari
derivanti dal Covid le cui dimensioni prima ce le si poteva scordare.
Ma questi sono argomenti da convegno. Non hanno a che fare con la percezione che
hanno gli abitanti di Messina. Chiunque voglia aspirare a contendere la guida
politica della città o anche semplicemente ad esistere politicamente a Messina
deve partire da questo: dalle trasformazioni avvenute. Soprattutto, chi vuole
contendere un discorso politico pubblico a De Luca deve sapere cosa siano oggi i
Comuni. E su questo, a me pare, ci siano stati enormi errori di valutazione nel
passato. Per esempio, non si è capito cosa volesse dire amministrare nella
crisi. Solo per fare un esempio, statisticamente il 70% dei sindaci viene
rieletto al secondo giro. Non è stato così per chi passava dal vertice delle
città intorno al 2013, gli anni dell’austerità, di Monti, degli indirizzi della
Troika.
Un discorso a parte meriterebbero i piani di riequilibrio, dispositivi che chi
si occupa delle cose dei Comuni ha sancito ormai come fallimentari. Non era
difficile capire, quando vennero introdotti, che si trattava di un metodo per
disimpegnare lo Stato dalla crisi finanziaria dei Comuni e taglieggiarli. Oggi è
troppo tardi. Stanno già pensando a cambiare metodo. Allo stesso modo, era
evidente che la modifica dei sistemi di bilancio avvenuta nel 2015 avrebbe
massacrato i Comuni del Sud, ma, presi dai tecnicismi, pochi degli attori
politici del tempo hanno affrontato il problema. A capirlo fu De Luca che
scommesse tutto sui fondi extra-bilancio. E’ su questo che si è fondata la sua
narrazione del Salva Messina: tagli e fondi extra-bilancio. L’ha raccontata come
lui sa fare e secondo me in parte non è, ma ha vinto politicamente su questo.
Possono, dunque, oggi i partiti rifarsi su De Luca? A me pare di no. Di sicuro
non da soli. Per il fatto semplice che i partiti di centrodestra sono un
qualcosa che assomiglia a dei notabilati, gruppi di consenso costruiti intorno a
una persona, e quelli di centrosinistra hanno ormai dimensioni molto ridotte. E
come competere, poi, con un uno che sta 24 ore al giorno sul pezzo. De Luca in
questo è imbattibile per la mole di discorso pubblico che genera. Trovarne uno
uguale e contrario è pressoché impossibile. L’unica cosa che potrebbe aspirare a
competere con la macchina politico-mediatica di De Luca sarebbe qualcosa di
completamente diverso: un soggetto collettivo, civico, una comunità, qualcosa
che metta insieme la ricchezza di tanti percorsi diversi, un processo
istituzionale che nasca prima nella società che dentro una campagna elettorale.
Ciò per cui varrebbe la pena di battersi oggi sarebbe un nuovo “municipalismo”,
un processo che opponga la democrazia di base a una prassi politica e
amministrativa fondata sul comando di uno. Non sfugge, evidentemente, che il
comando di uno sia una tentazione cui le comunità a volte cedono. La
semplificazione dei processi decisionali rende tutto più facile. Il problema è
che rende anche tutto più involuto. Sì, perché ciò su cui bisogna porre
l’attenzione non è se il corso a guida De Luca sia migliore dei precedenti, ma
se sia quello preferibile o se non sia preferibile una politica in cui tutti (o
almeno tutti quelli che hanno voglia di farlo) possano dire la propria,
partecipare alle decisioni che li riguardano. Con De Luca questo non è
possibile. Non è possibile neanche all’interno del suo partito, dove anche i
margini di autonomia dei singoli soggetti sono quelli che lui concede.
I tempi che vengono non sono certo i tempi migliori. I soldi del PNRR sono
finiti e ai Comuni verranno chiesti nuovamente sacrifici. Non è un caso se il
Rapporto 2025 dell’Università Ca’ Foscari sui Comuni italiani s’intitola: I
Comuni nel tunnel dell’austerità. E’ per questa ragione che tutto il patrimonio
teorico sui Beni Comuni inventato ai tempi della prima austerità, quella causata
dalla crisi del 2008, verrà buono. Si tratterà di aprire una nuova fase, che sia
creativa, competente e partecipata. Senza questi tre requisiti si soccomberà
alle nuove condizioni. Certo, uno la può raccontare, come spesso viene fatto, ma
la realtà, poi ti si sbatte in faccia. Di sicuro si tratterà di riaprire una
discussione pubblica con i centri decisionali. Non è possibile vivere in un
paese spaccato in due in cui i Comuni in dissesto o predissesto stanno tutti da
una parte. In questo De Luca ha avuto ragione a dire che le decisioni su Messina
non possono venire da Roma, ma certo non possono venire neanche da Fiumedinisi.
Redazione Sicilia