L’Italia ha dato quasi 300 miliardi di aiuti pubblici alle imprese in 25 anniIn venticinque anni l’Italia ha erogato quasi 300 miliardi di euro alle aziende,
in media 12 miliardi l’anno, senza però riuscire a ottenere miglioramenti
significativi sul principale punto debole del sistema economico. Lo ha reso noto
il rapporto “Sostenere chi crea valore” del Teha Club, evidenziando infatti come
dai dati non emerga una correlazione positiva tra aiuti pubblici, produttività e
valore aggiunto. Nel 2024 gli incentivi hanno raggiunto 18,3 miliardi, ma il 39%
è stato assorbito da misure emergenziali, mentre ricerca e innovazione hanno
ricevuto appena 1,6 miliardi Intanto, dal 2007 la produzione industriale
italiana è calata del 25% e nel 2024 le acquisizioni straniere hanno coinvolto
429 imprese, per oltre 36 miliardi, alimentando il rischio di delocalizzazioni.
Presentata il 5 settembre a Cernobbio da Marcella Panucci, la ricerca del Teha
Club – realizzata con il contributo della sua CEO community – ha preso in esame
l’intero sistema degli aiuti pubblici. Il dato di partenza è impressionante: 299
miliardi di euro erogati complessivamente in un quarto di secolo. Eppure, il
verdetto è senza appello. A guardare la composizione della spesa, emergono le
ragioni profonde di questa inefficacia. Il sistema italiano degli aiuti si è
sviluppato attraverso una progressiva stratificazione di misure: oltre 10 nuovi
strumenti sono stati introdotti solo negli ultimi 10 anni e più del 50% ha
natura trasversale e non selettiva. A ciò si aggiungono una limitata
consultazione strutturata delle imprese, obiettivi e impatti non sempre
misurabili e un disallineamento tra durata degli incentivi e tempi degli
investimenti industriali. Nel 2024, il 39% delle risorse è stato destinato a
misure emergenziali e di stabilizzazione economica, mentre solo 2,9 miliardi
sono andati allo sviluppo territoriale, 2,5 miliardi a energia e ambiente e
appena 1,6 miliardi a ricerca e innovazione. Il rischio, come sottolinea il
rapporto, è che «un sistema frammentato e complesso finisca per premiare non
necessariamente i progetti con il maggiore potenziale di creare valore, ma le
imprese più attrezzate per intercettare le agevolazioni».
Impietoso è peraltro il raffronto con i principali Paesi europei. La Germania
nel 2024 ha indirizzato il 74% dei propri fondi verso la transizione energetica
e l’ambiente, riservando l’11% a innovazione e ricerca; la Francia ha destinato
il 31% della spesa a energia e ambiente, il 27% a progetti territoriali e di
settore e il 15% a ricerca e sviluppo. Al contrario, nel nostro Paese
l’allocazione risulta frammentata e priva di una chiara gerarchia di priorità.
Alla contrazione dell’attività industriale si accompagna una crescente presenza
del capitale straniero: nell’ultimo triennio, infatti, la quota di fatturato
delle imprese medio-grandi riconducibile a società controllate dall’estero è
salita dal 29,7% al 34,5%.
L’analisi rivela come a rappresentare un nodo cruciale sia anche la complessità
amministrativa. Ministeri, Regioni, enti locali, agenzie, certificatori e
organismi di controllo compongono, secondo gli autori del rapporto, un
ecosistema farraginoso che genera costi indiretti inquadrati in una cifra di
circa 3,9 miliardi di euro l’anno. Secondo le stime del Teha Club, che assumono
prudenzialmente una sola domanda per impresa e il ricorso a consulenti esterni
da parte del 65% delle imprese richiedenti, la spesa media ponderata per pratica
ammonta a circa 3.650 euro. Si indica inoltre come, nel nostro Paese, la
realizzazione di un investimento pubblico richieda «mediamente 4 anni e 10 mesi»
e, per un progetto di 5 milioni di Euro, possa arrivare «fino a 11 anni». In
ultimo, il rapporto richiama i dati della Banca europea per gli investimenti: il
costo complessivo della regolamentazione incide mediamente per circa l’1,8% del
fatturato delle imprese, raggiungendo il 2,5% per le PMI. Nel frattempo, la
Francia «concentra gli interventi sulle priorità del piano France 2030»,
disponendo di strumenti consolidati come il Crédit d’Impôt Recherche, e la
Germania «integra incentivi e semplificazione amministrativa attraverso misure
fiscali e programmi pluriennali». Differenze non da poco.
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