Spagna, la vittoria del mondiale riaccende l’indipendentismo: fischi a Bilbao e Barcellona
È trascorso ormai più di un mese dalla fine dei Mondiali di calcio americani e
le polemiche non accennano a fermarsi. Questa volta, però, non riguardano la
consolidata asse Trump-Infantino, compiendo piuttosto un viaggio oltreoceano, a
casa dei campioni spagnoli. Le cerimonie organizzate dai vari club per omaggiare
i propri calciatori protagonisti del trionfo americano sono state accompagnate
da fischi e tensioni, rivelandosi benzina per il mai sopito sentimento
indipendentista che infiamma soprattutto i Paesi Baschi e la Catalogna.
L’inizio della stagione 2026/2027 de LaLiga avrebbe dovuto essere — almeno nelle
intenzioni della federazione spagnola e dei club che hanno acconsentito
all’organizzazione delle cerimonie — un tripudio per la seconda stella
conquistata nel New Jersey contro l’Argentina. Lo scontro con la realtà è stato
però frontale nelle comunità storicamente ostili al potere centrale di Madrid. I
fischi hanno inondato il San Mamés, lo stadio dell’Athletic Bilbao, uno dei club
baschi più rappresentativi, prima del match contro il Siviglia. Sul campo,
muniti di Coppa, si erano presentati i tre tesserati che avevano preso parte
alla spedizione americana: Nico Williams, Aymeric Laporte, Unai Simon —
quest’ultimo leader dello spogliatoio basco. Di fronte a un trofeo simbolo di
unità nazionale, i tifosi del Bilbao hanno risposto con fischi e cori,
rifiutando il nazionalismo di stampo castigliano e rilanciando le istanze
indipendentiste. Sul campo da gioco si traducono nel riconoscimento, da parte
della FIFA e delle altre istituzioni calcistiche, della Euskal Selekzioa, la
selezione dei Paesi Baschi.
La estelada catalana.
Da Bilbao a Barcellona il passo è breve quando si tratta di proteste
anti-Madrid. Il caso ha voluto che la prima partita casalinga del Barcelona
fosse proprio contro l’Athletic Bilbao, disputata pochi giorni dopo i fatti del
San Mamés. Allo Spotify (sic!) Camp Nou, era in programma un omaggio agli undici
campioni del mondo presenti, 8 tra le fila blaugrana e 3 per i leoni baschi,
annullato dalla società a poche ore dall’inizio. Il motivo? Il pestaggio, da
parte della polizia, di un ragazzino tifoso del Barcelona, che prima del match
in trasferta con l’Elche stava sventolando vicino a degli agenti la estelada
catalana, bandiera simbolo della Comunità autonoma. Le manganellate al minorenne
hanno fatto il giro del Paese, diventando ben presto un caso politico. Ieri
Francesc-Marc Álvaro, deputato di Esquerra Republicana de Catalunya (ERC), ha
mostrato la estelada al ministro dell’Interno, Fernando Grande-Marlaska, durante
un intervento al Congresso.
Al posto della celebrazione annunciata, la società catalana ha distribuito
10mila bandiere stellate ai propri tifosi, sventolate con orgoglio sugli spalti,
a riprova — se mai ce ne fosse bisogno — del forte sentimento identitario che si
respira da queste parti contro il nazionalismo castigliano. Un sentimento che
passa anche per il calcio, rivitalizzando la sua intrinseca funzione sociale.
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