Quasi la metà del petrolio globale proviene da Paesi in guerra
Durante l’anno in corso, quasi la metà dei flussi di petrolio globali proviene
da nazioni colpite da conflitti: nello specifico, i Paesi che si trovano in
situazioni di guerra in tutto il mondo hanno prodotto quest’anno circa 45
milioni di barili di petrolio al giorno, pari a oltre il 43% dell’offerta
totale. In altre parole, la maggior parte dei Paesi produttori di petrolio si
trova in uno stato di conflitto e ciò non incide solo sul costo finale dei
carburanti e delle bollette energetiche, ma aumenta anche il rischio di
interruzione o rallentamento negli approvvigionamenti, tanto che i livelli di
stoccaggio di gas dei Paesi europei quest’anno hanno toccato un minimo storico,
attestandosi su una media di circa il 55%, in un periodo in cui i depositi
dovrebbero essere quasi pieni in vista del prossimo inverno. Inoltre, proprio
l’aumento dei prezzi dei carburanti sta contribuendo a spingere il debito
statunitense al livello record di 40 trilioni di dollari.
Secondo i calcoli dell’agenzia di stampa Reuters, basati sui dati dell’Agenzia
Internazionale dell’Energia (AIE), a incidere sulle dinamiche complessive dei
flussi petroliferi sono soprattutto il conflitto in Medio Oriente e quello tra
Russia e Ucraina, ma non solo. L’instabilità politica, le proteste e le continue
guerriglie in Libia, insieme alle restrizioni statunitensi sulle esportazioni di
petrolio venezuelano all’inizio dell’anno, hanno ulteriormente aggravato lo
scenario energetico internazionale. Quest’ultimo ha subito un brusco
peggioramento in seguito all’attacco israelo-statunitense all’Iran, che ha
innescato la più grande crisi di approvvigionamento petrolifero di sempre, senza
avere per ora una chiara prospettiva di risoluzione. In particolare, gli
attacchi ucraini alle raffinerie russe hanno comportato una carenza di
carburante nella nazione eurasiatica, la quale ha quindi vietato le esportazioni
di benzina e diesel, inasprendo i mercati globali dei carburanti. Nel dettaglio,
gli attacchi ucraini hanno fatto in modo che 6,6 milioni di barili al giorno
(BPD) di capacità di raffinazione siano esposti agli attacchi dei droni.
Inoltre, tre milioni di BPD di esportazioni dai porti del mar Baltico sono a
rischio a causa delle incursioni ucraine e altri 2,5 milioni di barili al giorno
di esportazioni attraverso il mar Nero sono minacciati dallo stesso motivo. In
Libia le proteste e gli attacchi dei droni hanno distrutto più di 380.000 barili
al giorno di produzione, mentre in Venezuela 1,16 milioni di barili al giorno
sono stati trattenuti dalle sanzioni imposte dagli Stati Uniti sulle navi
petrolifere venezuelane.
A pesare di più sulla produzione complessiva sono gli impianti in Medio Oriente,
dove 24 milioni di barili al giorno di flussi sono ora a rischio, sia per quanto
riguarda il passaggio dallo stretto di Hormuz che da quello di Bab-al-Manded.
Tuttavia, secondo le stime degli analisti, la capacità di aggirare le
restrizioni di accesso ai principali canali di esportazione ha attestato
l’attuale interruzione delle forniture di petrolio nel Golfo tra i 5 e i 7
milioni di barili al giorno: l’Arabia Saudita, ad esempio, devia i flussi
attraverso il mar Rosso, mentre gli esportatori del Golfo fanno uscire i flussi
di petrolio clandestinamente dallo stretto di Hormuz. Nonostante ciò, la
situazione energetica globale rimane critica e si stima che i conflitti nel
Golfo e in Ucraina abbiano ridotto la capacità di raffinazione globale di circa
un decimo.
Uno degli effetti più importanti dell’attuale situazione energetica è stato
l’aumento della dipendenza mondiale dalle forniture di petrolio statunitensi.
Tuttavia, anche negli Stati Uniti i prezzi del gasolio hanno raggiunto livelli
record, nonostante le raffinerie lavorino a pieno regime, per via del fatto che
le scorte nel Paese sono ancora in calo a causa della forte domanda di
esportazione. Secondo i dati pubblicati questo mese dall’Energy Information
Administration, le scorte statunitensi di combustibili si attestano a 107,1
milioni di barili al 7 agosto, il livello più basso in questo periodo dell’anno
dal 1996. L’impatto più diretto di questa situazione si ripercuote sugli
agricoltori statunitensi, ma a lungo termine, potrebbe colpire la maggior parte
degli altri settori dell’economia globale. Ma l’aumento dei prezzi dei
carburanti e la diminuzione delle scorte non sono gli unici fattori critici per
gli USA: il caro energia, infatti, ha spinto l’inflazione, contribuendo
all’aumento dei costi di finanziamento e portando il debito statunitense al
livello mai raggiunto di 40 trilioni di dollari.
A pagare maggiormente le conseguenze dell’instabilità del panorama energetico
internazionale, dovuta soprattutto alle guerre provocate e alle sanzioni imposte
dagli Stati Uniti, sono gli Stati europei, sempre più dipendenti dalle
esportazioni statunitensi e con concreti rischi di approvvigionamento. Il
prosieguo della guerra in Medio Oriente e in Ucraina non potrà far altro che
inasprire la crisi energetica, prospettando un futuro cupo per l’economia
globale.
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