Tag - rete radiè resch

Antisionismo non è antisemitismo: le motivazioni del NO al disegno di legge/bavaglio
Si avvicina il giorno della manifestazione nazionale (9 settembre 2026) a Roma davanti a Montecitorio per protestare contro il DDL (legge/bavaglio) di contrasto all’antisemitismo, approvato in prima lettura al Senato della Repubblica, che il 7 settembre andrà al voto alla Camera dei Deputati. Tanti presidi si uniranno in molte città, a cominciare dal “Presidio stabile per la Palestina” di Cagliari, in Piazza Yenne (ore 19:00). «Il dissenso non si silenzia. La solidarietà non si processa» e «Criticare Israele non è antisemitismo»”, sono scritti a caratteri ben visibile nei volantini che promuovono le manifestazioni: «Ribadire che l’antisionismo non è antisemitismo significa difendere il diritto di contestare l’ideologia sionista, le politiche dello Stato d’Israele e i sistema di occupazione e discriminazione imposto al popolo palestinese». Ho trovato illuminante quanto scritto a proposito di antisemitismo e antisionismo dalla rabbina Alissa Wise, fondatrice di Rabbis for Ceasefire in un’intervista pubblicata nel n° 49 dei Quaderni Satyāgraha[1]. La Wise risponde alle domande che molte persone si pongono: «Che cos’è l’antisemitismo? Che cos’è l’antisionismo?». Riporterò solo alcuni passaggi che ritengo più significativi. «Che cos’è l’antisemitismo? […] L’antisemitismo è discriminazione, persecuzione, violenza e stereotipi disumanizzanti rivolti agli ebrei in quanto ebrei [2]. […] Intendiamo l’antisemitismo come storicamente contestualizzato, situato in un contesto di condizioni e lotte interconnesso. Ecco perché combattiamo l’antisemitismo all’interno e come parte di lotte più ampie contro l’oppressione e per la liberazione collettiva. Ad esempio, la violenza del nazionalismo bianco è in aumento negli Stati Uniti, alimentata da manifesti, sentimenti e teorie del complotto anti-immigrati e razzisti, come la teoria della “grande sostituzione2. Gli ebrei sono tra i bersagli della violenza del nazionalismo bianco, insieme ai neri, agli immigrati, ai musulmani alle persone trans e qeer. La nostra sicurezza è legata alla sicurezza di tutti, e nessuno di noi è libero se non lo siamo tutti. Attaccare individui ebrei o spazi comunitari per il fatto di essere ebrei, o incolpare il popolo ebraico per le azioni del governo israeliano, è antisemita, inaccettabile e palesemente contrario ai valori del nostro movimento. Il nostro movimento per la giustizia in Palestina si afferma fermamente come antirazzista, il che ovviamente include l’opposizione a tutti gli atti di antisemitismo». Per avere una comprensione più esatta di che cosa sia l’antisemitismo è necessaria la disamina della risposta alla seconda domanda. «Che cos’è l’antisionismo? Essere antisionisti significa opporsi all’ideologia politica del sionismo, che ha portato all’espulsione di 750.000 palestinesi indigeni dalle loro terre e dalle loro case. Significa opporsi alla creazione di uno stato-nazione con diritti esclusivi per gli ebrei rispetto agli altri abitanti della terra. L’antisionismo sostiene la liberazione e la giustizia per il popolo palestinese, incluso il diritto al ritorno alle proprie case e alle proprie terre. Gli antisionisti credono in un futuro in cui tutti gli abitanti della terra vivano in libertà, sicurezza e uguaglianza. Il sionismo suggerisce che gli ebrei abbiano bisogno di uno stato-nazione suprematista per rispondere alla vera questione della sicurezza ebraica. Noi invece crediamo che ovunque vivano nel mondo gli ebrei debbano essere al sicuro. La vera sicurezza non nasce da armi, posti di blocco, muri e uno stato di polizia. La vera sicurezza si costruisce attraverso la solidarietà autentica con tutti coloro che lottano per un mondo più libero». Ho trovato una certa sintonia nelle affermazioni della rabbina Alissa Weis con quanto affermato dai rappresentanti di tutte le Chiese cristiane di Palestina nel documento Kairos Palestine II – «Un momento di verità: la fede in tempo di genocidio». Il documento è stato presentato il 14 novembre 2025 a Betlemme. Molto chiari alcuni passi su antisemitismo/antisionismo: «Rifiutiamo l’oppressione e l’ingiustizia prodotte dalla teologia del razzismo, del colonialismo e della supremazia etnica incarnata dal sionismo cristiano, una teologia che ha prodotto l’apartheid, la pulizia etnica e il genocidio delle popolazioni indigene …» (3.7). Con chiarezza, il documenta rifiuta l’accusa strumentale di antisemitismo: «Condanniamo tutti coloro che sfruttano e sostengono l’accusa di antisemitismo per mettere a tacere la voce palestinese della verità. Respingiamo ogni tentativo di confondere l’antisemitismo con l’opposizione all’apartheid e con la pressione esercitata affinché Israele sia chiamato a rispondere delle proprie responsabilità ai sensi del diritto internazionale […] L’uso improprio del termine antisemitismo distorce e oscura la realtà del vero antisemitismo che ancora esiste nel nostro mondo e che condanniamo con forza insieme a tutte le forme di razzismo, esclusione e pregiudizio, compresa l’islamofobia. L’ideologia sionista sostiene di rappresentare e proteggere il popolo ebraico, ma così facendo ha confuso “ebreo” e “sionista” come se fossero la stessa cosa. Non tutti gli ebrei sono sionisti e non tutti i sionisti sono ebrei. Questa confusione ha arrecato un grave danno al giudaismo stesso e alla sua immagine in tutto il mondo» (3.8). Il DDL sull’antisemitismo si prefigge espressamente di adottare la definizione di antisemitismo propagandata dall’IHRA – International Holocaust Remembrance Alliance (Alleanza Internazionale per la memoria dell’Olocausto), un’organizzazione intergovernativa che raggruppa 34 Paesi, tra cui lo stesso Stato di Israele ed il suo principale alleato, gli Stati Uniti d’America e che, per questo motivo, non può essere considerata imparziale. Riporto le conclusioni a cui giunge la Circolare Nazionale Luglio – Agosto 2026 della Rete Radié Resch, a cura di Marco Lacchin della Rete di Varese, dopo un’analisi minuziosa del disegno di legge: «È del tutto evidente che, in questo momento storico, ricondurre all’antisemitismo – e quindi stigmatizzare per legge – la richiesta che lo Stato di Israele rispetti determinati standard umanitari (ad esempio che nelle azioni belliche sia tutelata la popolazione civile) o l’equiparazione di alcune sue condotte alla politica nazista (è di questi giorni la notizia che i prigionieri vengono identificati tramite un numero scritto sulla fronte), significa di fatto imbavagliare la libertà di espressione delle migliaia di persone che, in Italia come nel resto del mondo, ritengono che a Gaza sia in atto un genocidio e che il governo israeliano si stia sempre più macchiando di crimini di guerra e contro l’Umanità. Con buona pace del vuoto richiamo al diritto costituzione di libera espressione del pensiero. Quella che inizialmente appare come una legge giusta ed equilibrata si rivela, quindi, il tentativo di delegittimare chi critica e censura tutto questo». Non potendo partecipare di persona alla manifestazione il 9 settembre davanti a Montecitorio, sarò presente al “Presidio stabile per la Palestina di Cagliari” imbavagliato con un fazzoletto bianco insieme alle compagne e ai compagni per denunciare la legge/bavaglio del DDL sull’antisemitismo. ———————— [1] Ciò che accade a Gaza non è provocato dalla religione. Un’intervista alla Rabbina Alissa Weis, in Angela Zammuto, a cura di, Gaza ferita aperta dell’umanità. Tomo 1 Il sentire palestinese, il contesto disumanizzante e la solidarietà globale, Quaderni Satyāgraha, n° 49, Centro Gandhi Edizioni, Pisa 2026. La rabbina Alissa Wise, direttrice fondatrice di  Rabbis for Ceasefire (Rabbini per il cessate il fuoco) e co-fondatrice del Jewish Diaspora Movement. È stata co-direttrice esecutiva ad interim di Jewish Voice for Peace. Cresciuta in una comunità sionista negli Stati Uniti, è stata arrestata insieme a un gruppo di altri sette rabbini mentre cercava di consegnare aiuti a Gaza, durante la Pasqua ebraica, il 26 aprile 2024. [2] Seguono alcuni esempi di violenza antisemita dei nazionalisti bianchi verificatisi negli States nell’ultimo decennio. Pierpaolo Loi
September 7, 2026
Pressenza
Continua la politica di repressione del Popolo Mapuche nell’Argentina del Governo Milei
Continua la politica di repressione del Popolo Mapuche nell’Argentina del Governo Milei. I diritti costituzionali da tempo riconosciuti sulla terra che ancestralmente le comunità indigene abitano, sono continuamente minacciati e misconosciuti, tanto da arrivare allo sfratto per dare spazio a privati, spesso stranieri. Donne, uomini, anziani e bambini vengono fatti allontanare con la forza e mandati allo sbando, senza una meta. Ultimamente è successo alle comunità Kinxikew e Melo, come viene denunciato dall’Equipe diocesana di Pastorale Aborigena della diocesi di Neuquén, che la nostra associazione accompagna nella difesa dei diritti del Popolo Mapuche. Di seguito pubblichiamo il Comunicato della diocesi (reso pubblico il 17 Agosto), insieme ad un video che documenta lo sfratto, commentato dalla Lonko (capo) della comunità che ha subito il grave sopruso. Rete Radié Resch, Associazione di solidarietà internazionale EDIPA E PASTORALE SOCIALE RIPUDIANO LO SFRATTO DELLE COMUNITA MAPUCHE KINXIKEW E MELO Le Equipe diocesane di Pastorale Aborigena (EDIPA) e Pastorale Sociale della Diocesi di Neuquén esprimono la loro profonda indignazione ed il suo ripudio più energico del recente sfratto delle comunità Mapuche Kinxikew e Melo. Queste comunità non sono occupanti dell’ultima ora né estranee in queste terre: stanno nel proprio territorio, territorio che fu rilevato come prevede la Legge Nazionale 26.160. Il rilevamento territoriale realizzato è stato approvato dallo Stato nazionale e dallo Stato provinciale. Per questo quello che è successo merita il nostro più fermo rifiuto. Tuttavia il passato 17 Agosto, durante la celebrazione dei 40 anni di EDIPA, la Pastorale Aborigena, insieme al nostro vescovo Mons. Fernando Croxatto, tornava a chiedere che questo conflitto venga risolto con il dialogo, il rispetto e la ricerca della più giusta soluzione. Invece è stata preferita la strada dello sfratto. Questo fatto apre vecchie ferite, pone a rischio la convivenza tra i diversi popoli che abitano la nostra provincia ed alimenta la sfiducia verso lo Stato che, da un lato, riconosce diritti ed approva rilevamenti e, dall’altro, permette azioni che di fatto li disconoscono. Ancora una volta si procrastina un popolo originario che ha aspettato per decenni che le parole della Costituzione Nazionale e Provinciale, come anche le convenzioni internazionali che riconoscono i loro diritti, diventino concreta realtà. Come Chiesa impegnata con i popoli originari, non possiamo restare indifferenti. Ripudiamo queste procedure e reclamiamo che si sospendano le azioni che aumentano il conflitto. Chiediamo che si riprenda urgentemente il cammino del dialogo e che lo Stato garantisca soluzioni coerenti con i diritti riconosciuti ai popoli indigeni. La pace sociale non si costruisce con gli sfratti né con l’uso della forza. La convivenza si costruisce con giustizia, rispetto, dialogo e verità. EDIPA- Equipe Diocesana di Pastorale Aborigena (Diocesi di Neuquén) F.To P. Martin Gottle 1. Fernando Acre(SDB) 2. Jorge Cloro https://www.pressenza.com/wp-content/uploads/2026/08/repressione-Mapuche-Video-2026-08-25-at-17.26.48.mp4     Redazione Italia
August 27, 2026
Pressenza