Intervista con Abundia Alvarado: “Diffondere le reti dell’abbondanza”
Sta per iniziare (28 e 29 agosto al Parco Falcone di Catania) il tour di Abundia
Alvarado, attivista ambientale, donna trans, oltre che nativa delle comunità
Nahuatl e Apache. Originaria del Messico, vive da tempo nel Sud degli Stati
Uniti ad Atlanta, dove ha partecipato a lotte ambientaliste, per la causa
lgbtq+, per la restituzione della terra alle comunità native, per i diritti dei
lavoratori e degli animali e nel movimento Stop Cop City, che tra il 2021 e il
2024 ha tentato di impedire la costruzione di un enorme Centro di Addestramento
antisommossa, che ha comportato la devastazione di una magnifica foresta.
Abundia sarà in Italia fino al 13 settembre, dalla Sicilia fino alla Val Susa,
nell’ambito di un tour europeo che sta svolgendo insieme al regista Lev
Omelchenko e altri attivisti, per promuovere il progetto The Autonomous Kitchen
Councils (Consigli Autonomi di Cucina) nato durante quei tre anni di
mobilitazioni (tutte le date sono alla fine dell’intervista).
Qui a seguire alcuni stralci della lunga chiacchierata che abbiamo avuto con
lei.
Raccontaci innanzitutto di te e del tuo percorso come attivista
Sono nata a Monterrey, città industriale nel Nord del Messico. La mia era una
famiglia numerosa (ho sei fratelli e sei sorelle) e quando nacqui mia madre
guidava un gruppo di donne nell’occupazione del quartiere doveva vivevamo,
Canteras. La polizia la arrestò, minacciando di separarci poco dopo il parto,
finché non la rilasciarono.
Ma intanto io venivo allattata collettivamente da un gruppo di donne che non
tolleravano intrusioni dai poliziotti: ogni volta che salivano la collina,
venivano accolti da una pioggia di pietre e le loro camionette venivano spinte
giù da un dirupo. Erano gli anni ‘60, questa difesa con le unghie e con i denti
coinvolgeva gente di etnie diverse e richiedeva molto lavoro di mediazione.
Già prima che arrivassero gli allacci per l’acqua, la corrente e il gas, le
persone si erano unite per scavare i primi gradini nella montagna, sorsero le
prime case di cartone e uno spazio per il trattamento del mais: tutti al lavoro
nelle cucine che, diversamente da quelle dei bianchi, erano spazi comunitari. Io
passavo un sacco di tempo con le donne a cucinare e portavo i capelli lunghi, il
che rinforzava in me e negli altri la percezione che fossi più femmina che
maschio: in cucina non mi sentivo disforica.
Il nome che porto e che ho scelto quando ho cominciato la transizione di genere
è quello di mia nonna Abundia. Non l’ho mai conosciuta, di lei non mi rimane
neanche una foto. So che era una guaritrice Apache Chiricahua. Oltre a gestire
una cantina, cosa non facile per una donna sola, aiutava le donne ad abortire
quando in Messico era ancora illegale.
Da bambina amavo esplorare la montagna presso Canteras, prima che diventasse un
quartiere di lusso. Cercavo un posto solo per me, dove costruire altari per le
divinità femminili della montagna. Fiori, piante, cascate, piccoli laghi dove
facevo il bagno, persino i serpenti velenosi mi affascinavano (non a caso alcune
divinità atzeche come Coatlicue hanno attributi serpentini). Anche con le
formiche rosse avevo un rapporto di rispettosa coesistenza: a volte per
impressionare i turisti sedevo su un formicaio e mi lasciavo coprire dagli
insetti, del tutto incolume.
Finché non diventai grande, non mi accorsi della mia povertà, grazie alle mamme
nel vicinato che di nascosto mi nutrivano (mantenni un rapporto con loro anche
dopo lo svezzamento) e grazie ai frutti di cui era ricca la montagna: è da lì
che nasce l’idea della Rete dell’Abbondanza che mi vede attualmente impegnata, a
partire dal nostro rapporto comunitario con la terra, in contrapposizione al
regime di scarsità imposto dalla società capitalista.
Mio padre era stato un sindacalista importante negli anni ‘50 durante lo
sciopero contro la Hilados de México, che produceva fibre sintetiche. Fu uno
degli scioperi più grandi nella storia del Messico e terminò con l’accoglimento
di tutte le richieste de3 lavorator3. Ma dopo si demoralizzò, cominciò a bere.
Quando compii diciotto anni mi avviò agli studi seminariali, per liberarsi del
figlio queer che non voleva in casa.
Come me, più di metà dei seminaristi era queer: per un ragazzo indigeno di umili
origini studiare da prete era un modo per migliorare il proprio status sociale,
oltre al fatto di uscire dal quartiere e magari viaggiare all’estero. In quattro
anni mi laureai infatti in filosofia e negli anni successivi ebbi l’opportunità
di venire spesso in Europa.
Nel 1994, tornata in Messico, partecipai ai negoziati con l’Esercito Zapatista
di Liberazione Nazionale. In tantissimi, soprattutto indigen3, si erano
trasferiti nel Sud del Messico per unirsi al movimento, accettando di
condividere i propri beni e mezzi di produzione, come presa di coscienza della
propria identità: per la prima volta si discuteva di cosa significasse essere
indigen3 e non solo messican3.
Lavorando nell’ambito dell’associazionismo (con student3 internazionali o
operai3 sottopagat3) e spostandomi spesso tra Messico e Stati Uniti, riuscii ad
ottenere la cittadinanza statunitense. Molt3 amic3 che vivono negli Stati Uniti
continuano ad attraversare il confine di nascosto per far visita alle loro
famiglie.
Nel 2015 ho fondato FaunAcción, un gruppo antispecista che si è molto impegnato
in Messico per sostenere progetti educativi su diversi ambiti dell’animalismo,
anche all’interno delle Università, perché gli/le student3 capissero chi
approfitta della sperimentazione sugli animali. Dopo la pandemia abbiamo ripreso
con El Molcajete, un furgoncino di volontar3 che, mediante la distribuzione di
cibo vegano nelle aree più povere di Città del Messico informano sulla giustizia
alimentare e sulla cucina messicana pre-ispanica, in ottica anticolonialista.
Nel 2021 ho contribuito a fondare Mariposas Rebeldes, un collettivo di persone
queer e trans indigene e latino americane che a partire dalla creazione di orti
comunitari organizzano iniziative sull’identità di genere e di razza nella città
di Atlanta. Il nome significa Farfalle Ribelli, come le farfalle monarca che
migrano tra il Messico e il Canada. Come icona abbiamo scelto la dea atzeca
Itzpapalotl, che può assumere sembianze di donna, ma anche di farfalla
guerriera.
Nell’estate del 2021, durante la pandemia, abbiamo organizzato il Dendalion
Fest secondo l’esempio zapatista di scambio gratuito di cibo e risorse, ma anche
di ricette, rituali, arti, conoscenze. Sia ad Atlanta che altrove siamo riusciti
a coinvolgere molta gente della comunità latina, che normalmente non avrebbe
partecipato. Anche piantare nopales (fichi d’india) in un parco pubblico, una
pianta considerata inadatta a crescere in un clima umido, ha per me il
significato di Land Back: non solo come restituzione delle terre strappate alle
popolazioni indigene, ma come più profondo rapporto con la terra.
Raccontaci del movimento “Stop Cop City” e del contributo che hai dato
Atlanta è una citta che sta crescendo molto, forte degli investimenti di
industrie multinazionali, ma vanta anche una forte tradizione di attivismo che
risale al movimento per i diritti civili di Martin Luther King. È anche la città
più ricca di foreste degli Stati Uniti. Nel 2021 una di queste foreste, in
un’area a sud della città, è stata destinata alla costruzione della più grande
base di addestramento della polizia negli Stati Uniti, che il movimento
chiamò “Cop City”.
Oltre alla devastazione ambientale, senza alcuna consultazione popolare, in
continuità con la storia razzista e coloniale della città (la foresta era stata
infatti una piantagione e una fattoria-prigione), questa mossa è stata vista
come un oltraggio dal movimento Black Lives Matter, che nel 2020 si era
affermato a livello nazionale con un’ondata di rivolte contro le violenze della
polizia. Black Lives Matter chiedeva che quei fondi per l’addestramento delle
forze di polizia a tecniche militari antisommossa (tra l’altro in collaborazione
con i servizi d’ordine israeliani nell’ambito del programma GILEE) venissero
piuttosto investiti in servizi sociali.
L’immediata risposta a quel progetto fu Stop Cop City, un vasto movimento
ambientalista con una forte presenza Muscogee (la tribù che originariamente
abitava nel territorio di Atlanta e che era stata dislocata nel lontano Oklahoma
due secoli fa) e delle comunità trans e queer. Non a caso la foresta venne
rinominata Weelaunee (“Acque Limacciose” in lingua Muscogee) e per tre anni è
stata occupata dagli attivisti, con l’obiettivo di ritardare l’inizio dei lavori
in tutti i modi possibili, compreso il sabotaggio dei macchinari.
In tutti gli Stati Uniti si è cercato di fare pressione sulle grandi
corporazioni coinvolte nel progetto perché rescindessero il contratto con Cop
City, mentre a livello locale il movimento godeva del crescente sostegno della
popolazione, dalle scuole alle associazioni di quartiere: nel 2023 sono state
raccolte 116.000 firme perché fosse la città a pronunciarsi mediante referendum
circa il proseguimento del progetto, ma l’iniziativa è stata ignorata in quanto
fuori tempo massimo!
L’occupazione è terminata nel 2023 con lo sgombero degli accampamenti da parte
della polizia e negli scontri ha perso la vita Manuel Esteban Paez Terán, not3
come Tortugita, attivista venezuelan3 al3 quale ero molto legata. Nel corso di
un anno più di settanta attivist3 sono stat3 arrestat3, con accuse di terrorismo
e cospirazione a delinquere. Dal 2025 Cop City può dirsi completata e la polizia
che era stata addestrata lì dentro è stata subito impiegata per reprimere le
rivolte contro l’ICE della popolazione messicana in California.
Nell’inaugurazione di Cop City e nella distruzione della foresta di Atlanta
riconosco un piano di annientamento sociale e ambientale che avanza da secoli:
la foresta era un tempo la casa del popolo Muscogee, divenne poi latifondo, con
gli abitanti originari deportati dall’altra parte degli Stati Uniti. Diventò poi
piantagione, con lavoratori neri impiegati come schiavi e, dopo l’abolizione
della schiavitù, come condannati ai lavori forzati. Dopo decenni di abbandono,
durante i quali era ridiventata parco pubblico, la foresta è ora di nuovo
inglobata nel progetto coloniale americano.
Stop Cop City protests in Atlanta on 22/01/2023 | By Tatsoi – Own work, CC BY-SA
4.0, Link
Abitando ad Atlanta a pochi chilometri dalla foresta Weelaunee, ho partecipato
al movimento Stop Cop City sin dall’inizio; il mio contributo è stato ribadire
la centralità delle comunità nere e Muscogee. Per la prima volta da quando vivo
negli Stati Uniti mi sono sentita parte di una comunità, soprattutto durante le
cerimonie per risacralizzare la foresta. Ritengo importante portare questo
elemento di spiritualità nelle lotte di stampo occidentale, troppo legate a un
razionalismo che compartimentalizza il mondo. Dobbiamo restituire importanza ai
miti e alle cosmogonie: a Weelaunee ci sono state cerimonie indigene, cristiane,
ebraiche e persino inventate.
È in questo contesto di lotta anti-coloniale che sono arrivata a elaborare
insieme ad altr3 il concetto di abbondanza, in quanto rete vivificante di
rapporti con le persone, con l’ambiente e con gli animali. Non possiamo
costruire il socialismo senza riconsiderare il nostro rapporto con la natura. Se
non viene infranta, parcellizzata e privatizzata, questa rete procura ricchezza
a sufficienza per il mantenimento e la prosperità di tutt3. Si tratta di un
processo costante di guarigione, su cui costruire comunità libere e autonome.
Seppur danneggiata, questa rete esiste già: è stata tessuta continuamente e
collettivamente per miliardi di anni da piante, funghi, animali, dagli elementi
come da3 nostr3 antenat3. Si tratta di re-imparare come connetterci.
Parlaci del progetto AKC (Autonomous Kitchen Council – Consigli Autonomi di
Cucina) che stai presentando in tutta Europa: anche loro nascono dal contesto
della lotta per la foresta di Atlanta
Negli ultimi due anni mi sono concentrata su questo progetto di “liberazione”
della cucina dalle tradizioni patriarcali e coloniali: gli Autonomous Kitchen
Councils definiscono una rete internazionale di associazioni di quartiere,
gruppi di vicinato o spontanei, che cucinando insieme sperimentano nuove forme
di socialità. Durante il tour presenteremo anche la traduzione italiana di una
“zine” (rivista, abbreviazione di magazine) che racconta questo progetto e
terremo qualche laboratorio di cucina precolombiana.
Dalla mobilitazione di Atlanta ho capito che bisogna coniare nuove forme di
aggregazione che portino gioia e vita nelle nostre comunità, che migliorino il
nostro modo di stare insieme per meglio affrontare i momenti di crisi. Mentre si
intensificano le minacce derivanti dall’estrattivismo, dal fascismo, dal
colonialismo e dal cambiamento climatico a livello globale, le nostre lotte sono
sempre più intrecciate e diventa quindi fondamentale elaborare modelli
organizzativi che mettano al centro comunità storicamente emarginate, in ruoli
anche di leadership: donne trans e cis, persone senza documenti, migranti, ner3,
indigen3, in condizioni di povertà, queer, con disabilità.
Credo che il progetto AKC (Autonomous Kitchen Council) possa assolvere a
problemi di burnout, eccesso di potere o individualismo che vediamo in tanti
gruppi, promuovendo una cultura di cura e connessione profonda, offrendo nuovi
modi di relazionarci con la terra e con tutti gli esseri viventi, con gli spazi
che abitiamo, con il cibo, i medicinali e le altre risorse. Questa etica di cura
e condivisione è nata dalla teoria dell’abbondanza e dalla comunità che si è
formata all’interno di Weelaunee, la foresta di Atlanta.
Le date del tour italiano di Abundia Alvarado e degli altri attivisti di Stop
Cop City:
* Catania, 28 e 29 agosto al Parco Falcone,
* Palermo, 31 agosto a Eglise, con Scuola Restanza e Futuro,
* Verona, 2 settembre a Sobilla con Non Una di Meno,
* Milano, 4 settembre in occasione del festival anti-razzista di Cantiere Abba
Vive,
* Val Susa, 5 e il 6 settembre, rispettivamente a VisRabbia di Avigliana e a La
Credenza di Bussoleno,
* Pisa, 8 settembre con L3 Reiett3 e Spazio Sociale Apuano,
* Napoli, 10 settembre presso la Mensa Occupata dell’Università Federico II,
* Roma, l’11 e 12 settembre al CSOA exSNIA in collaborazione con Collettivo
Blocco Decoloniale e Vivèro – luogo di quartiere.
Per contribuire alle spese di viaggio potete donare su Produzioni dal Basso
Centro Sereno Regis