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Fermi e deportazioni al Cairo contro gli attivisti internazionali per la Palestina
Da ieri sera le delegazioni olandese, canadese, italiane, spagnole e francesi che si stanno recando al Cairo per la marcia verso gaza sono state fermate all’aeroporto; non tutti, per la verità, ma molti stati fermati. Gli è stato ritirato il passaporto, il cellulare e sono stati collocati in delle stanze senza poter andare in bagno nonostante la diplomazia israeliana avesse dimostrato una sensibilità e una timida apertura nei mesi scorsi rispetto a questa Global March partita dal basso e dalla società civile. Nei vari gruppi delle diverse regioni abbiamo contezza di persone che sono bloccate, addirittura di altre che sono state prelevate con dei pullman della polizia e dell’esercito dagli alberghi e pochi minuti fa una persona che stava partendo del gruppo di Roma ha cercato di prenotare un albergo e gli è apparsa la dicitura: “The hotel is closed right now from the governement”, appunto non si possono prenotare neanche gli hotel. Inoltre un minuto fa altri membri della delegazione italiana che sono in partenza all’aeroporto di Malpensa hanno ricevuto dalla Farnesina un sms di emergenza dove si informa che sono in atto rimpatri e fermi all’aeroporto del Cairo. Questa è la situazione, del resto, l’Egitto non è un Paese democratico e non può diventare democratico solo in funzione della solidarietà ai palestinesi. Probabilmente la pressione di Israele su questo paese ha avuto questi effetti deleteri. Pochi minuti fa mi sono anche arrivati dei messaggi dei giovani ragazzi di piazza Palestina partiti ieri da Torino che sono stati bloccati e sono ancora tuttora bloccati all’aeroporto de il Cairo a cui ho inviato i contatti con i legali italiani ed egiziani. Questa e attualmente la situazione dall’ Egitto seguiranno aggiornamenti. Manfredo Pavoni Gay Redazione Italia
Popolo di margherite
Non è un problema stare qui da 20 giorni[1], abbiamo cibo, abbiamo acqua, caldo, freddo, pur dormendo in piazza rimaniamo figlie di un paese privilegiato. A Gaza non riuscirebbero nemmeno a prendere in mano una forchetta, in Palestina il popolo è stato seccato, i corpi morti lasciati nelle piazze. Abbiamo l’obbligo di denunciare questo genocidio, di andare in soccorso come privati cittadini se il governo che dovrebbe rappresentarci non fa niente. Abbiamo l’obbligo di dire basta e di garantire il rispetto d’ogni singola vita umana. Cosa succederebbe se ammazzassero il tuo di figlio? È inaccettabile che gli aiuti umanitari non vengano fatti passare, che il governo, fatto anche esso di persone voglia sterminare i suoi fratelli, le sue sorelle senza umanità, ribelliamoci. Dall’Italia abbiamo provato a mobilitarci prendendo una posizione pacifica ma statica in quanto il governo lo è. Da piazza Palestina la visione del mondo è diversa, vedi la linea del radicamento nella società con chiarezza, nessuno è contento ma nessuno fa niente, la sopravvivenza fagocita l’altruismo, la paura, la speranza. Noi tutte abbiamo paura ma non di scendere in piazza a protestare, abbiamo paura della guerra, dei potenti che ci vedono come numeri, dell’economia, del consumismo, dell’inquinamento, dello sfollamento, del ddl sicurezza, di perdere il nostro diritto ad esistere con dignità. Una battaglia, mille siamo pronte a combatterle tutte, con resistenza, rabbia, amore, andremo a Gaza, ad accertarci che gli aiuti umanitari vengano forniti o altrimenti a far pressione sul governo egiziano finché accadrà. Il mondo sta cadendo a pezzi, possiamo fare qualcosa per il genocidio a Gaza, facciamolo. Marco, Andrea, Vittoria, Susanna, Sico, Gewrai.   [1] Il Presidio Piazza Palestina è attivo da 20 giorni, ne abbiamo scritto qui (ndr) Redazione Torino