Lottare contro la vendetta è lottare contro il sistema e la sua struttura totale
Salviamo l’uomo dalla vendetta, per preparare il cammino della nuova umanità che
si sta avvicinando
Silo
Le parole di Silo1 rappresentano il punto di partenza di una ricerca
approfondita che si interroga su uno dei meccanismi più profondi e persistenti
della cultura occidentale attuale: la vendetta. Un tema antico, ma tutt’altro
che superato, che attraversa le relazioni tra individui e popoli.
La domanda è radicale: la violenza può davvero essere superata attraverso altra
violenza?
Il canale YouTube Dalla vendetta alla nonviolenza nasce per portare questa
riflessione a un pubblico più ampio, attraverso approfondimenti e contenuti
dedicati a un tema che riguarda tutti: come reagiamo quando subiamo un torto,
un’offesa, un’ingiustizia o una perdita?
La risposta più comune, nella storia degli esseri umani, in particolare nella
cosiddetta cultura occidentale, è stata spesso quella della restituzione: “Mi
hai fatto soffrire, quindi devi soffrire”. Una logica apparentemente naturale,
considerata necessaria per ristabilire un equilibrio. Ma è proprio questo il
cuore del problema.
La logica della vendetta
Quando una persona o un gruppo subisce una violenza, si produce una frattura.
Qualcosa viene vissuto come perduto, minacciato o violato: la sicurezza, la
dignità, la fiducia, l’identità.
La sofferenza cerca allora un modo di alleviare questo stato e la vendetta offre
una risposta immediata: individuare un colpevole e punirlo.
Si crea così una struttura composta da tre elementi: l’offeso, il colpevole e il
giustiziere. L’offeso percepisce una rottura dell’equilibrio su cui aveva
costruito la propria esistenza; il colpevole diventa colui al quale attribuire
la causa della sofferenza; il giustiziere ha il compito di ristabilire
l’equilibrio attraverso la punizione.
Il meccanismo può sembrare naturale: se qualcuno mi ha fatto del male, deve
ricevere lo stesso male. Ma è proprio questa equivalenza a rappresentare il
problema.
La convinzione che la sofferenza dell’altro possa compensare la propria porta
infatti a riprodurre la violenza invece di superarla. Alla violenza subita si
risponde con altra violenza, creando nuove sofferenze e, spesso, nuove ragioni
per continuare il conflitto.
La vendetta promette quindi di chiudere una ferita, ma in realtà la mantiene
aperta.
Una cultura della punizione
La ricerca del Centro Studi Umanista “Salvatore Puledda” ha cercato di
comprendere perché questo meccanismo sia così profondamente radicato, in
particolare nella cultura occidentale.
Lo studio ha attraversato la psicologia, la filosofia, la religione, la storia e
gli ordinamenti giudiziari, cercando di comprendere come si siano formati
concetti come colpa, punizione, debito, onore e identità.
L’offesa, infatti, non riguarda sempre soltanto ciò che è concretamente
accaduto. Può essere vissuta come una minaccia alla propria identità. Una
persona o un gruppo che si sente umiliato, disonorato o privato di qualcosa di
fondamentale può avvertire la necessità di ristabilire il proprio equilibrio
attraverso la punizione di chi considera responsabile.
In questo senso, la vendetta non è soltanto un gesto impulsivo. È sostenuta da
una credenza profonda: che far soffrire l’altro possa risolvere la propria
sofferenza.
Ed è proprio questa credenza che la ricerca invita a mettere in discussione.
Il paradosso della vendetta
Se la violenza iniziale genera sofferenza, perché pensare che altra violenza
possa eliminarla?
La punizione può dare una sensazione immediata di compensazione, ma non
necessariamente risolve il senso di perdita, di mancanza o di squilibrio che ha
originato il desiderio di vendetta. Può anzi produrre nuova contraddizione e
nuova sofferenza.
Il problema diventa ancora più evidente quando la logica vendicativa passa
dall’individuo alla collettività. Un’offesa subita da un gruppo può essere
trasmessa attraverso le generazioni, diventando parte della memoria e
dell’identità collettiva. Il conflitto non riguarda più soltanto ciò che è
accaduto, ma ciò che si ritiene di essere.
È così che la vendetta può trasformarsi in un sistema culturale.
Comprendere questo meccanismo significa allora chiedersi se sia possibile
interromperlo.
Dalla vendetta alla riconciliazione
Superare la vendetta non significa negare l’ingiustizia, dimenticare il dolore o
giustificare chi ha commesso una violenza. Significa cercare una risposta capace
di non riprodurre la stessa violenza.
Nel percorso di ricerca sono state considerate diverse risposte alla sofferenza
provocata dall’offesa: dalla disperazione alla vendetta, dal perdono alla
riconciliazione, fino all’azione trasformativa.
Tra queste possibilità, la nonviolenza rappresenta una scelta particolarmente
significativa perché mette in discussione alla radice la logica della
restituzione. Nonviolenza non significa passività. Significa rifiutare l’idea
che per fermare la violenza sia necessario esercitare altra violenza.
È possibile riconoscere il torto, difendere la propria dignità e cercare
giustizia senza trasformare l’altro in un nemico da distruggere?
Comprendere la vendetta significa anche comprendere il sistema culturale nel
quale viviamo. Se la violenza è sostenuta da credenze e modelli di
comportamento, modificare quei modelli può aprire la strada a una
trasformazione.
Un canale per diffondere la ricerca
È in questo spazio che si colloca il canale YouTube Dalla vendetta alla
nonviolenza: uno strumento per far conoscere questa ricerca e offrire a un
pubblico più ampio materiali, riflessioni e approfondimenti sul rapporto tra
vendetta, violenza, riconciliazione e nonviolenza.
L’obiettivo non è semplicemente parlare della vendetta, ma comprenderne il
funzionamento per poter immaginare una risposta diversa.
Il punto di partenza può essere una domanda personale:
Che cosa succede dentro di me quando subisco un’offesa?
Perché siamo portati a pensare che la sofferenza dell’altro possa compensare la
nostra?
Possiamo costruire relazioni e società nelle quali la giustizia non abbia
bisogno della vendetta?
La sfida è dunque passare dalla necessità di restituire il dolore alla
possibilità di interromperlo.
Perché lottare contro la vendetta significa anche lottare contro il sistema
culturale che continua ad alimentarla.
1 Silo, “Incontro con gruppo di studio” (Grotte Santo Stefano (Italia), 6 maggio
2008), Parte 2, materiale inedito:
https://youtu.be/O8U7ti9Q6NY?si=Pg4BnUSNCKu9nrTQ
Fulvio De Vita