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Il confine come dispositivo
Dalla rotta balcanica a Trieste, dalle frontiere alpine di Oulx a Calais, fino alla Grecia e al Mediterraneo centrale, un percorso attraverso i luoghi e i meccanismi del controllo, tra respingimenti, sorveglianza e pratiche di solidarietà e resistenza. Un nuovo articolo ogni venerdì su Melting Pot. > «Il confine può essere una linea, ma anche una stazione, una strada, un valico > alpino, un tratto di mare o un accordo diplomatico». Che cos’è oggi una frontiera europea? Non è più soltanto una linea tracciata su una carta, né coincide necessariamente con il punto in cui termina il territorio dell’Unione. Negli ultimi anni, il confine europeo si è progressivamente trasformato in un dispositivo mobile e diffuso: può trovarsi lungo una rotta di montagna, in una stazione ferroviaria, nelle strade di una città di frontiera, nel Mediterraneo, in un centro di identificazione o molto lontano dal territorio europeo, attraverso accordi e cooperazioni con i Paesi di origine e di transito. È dentro questa trasformazione che si colloca il percorso di articoli che seguirà. Un viaggio attraverso luoghi, frontiere e storie diverse per osservare come sia cambiata la governance europea della migrazione e come questa trasformazione si rifletta concretamente sulle persone in movimento. Negli ultimi decenni, la politica migratoria europea ha conosciuto uno spostamento progressivo: dalla gestione dell’asilo e dell’accoglienza verso una crescente centralità del controllo delle frontiere, della prevenzione degli arrivi, dei rimpatri e della cooperazione con Paesi terzi. La crisi del 2015 ha accelerato processi già in corso, rafforzando una logica nella quale sicurezza, contenimento e deterrenza sono diventati elementi sempre più centrali della governance migratoria europea. Il nuovo Patto sulla migrazione e l’asilo rappresenta un ulteriore momento di consolidamento di questa trasformazione, collegando più strettamente procedure di frontiera, screening, ritorni, gestione delle crisi e cooperazione con Paesi terzi. Ma cosa significa questa trasformazione quando la si osserva dai luoghi nei quali il confine viene concretamente vissuto? Significa seguire le persone lungo rotte che attraversano più frontiere e più sistemi di controllo. Significa guardare alle frontiere terrestri e marittime, ai confini esterni dell’Unione ma anche a quelli che vengono riprodotti al suo interno. Significa osservare come il confine possa essere una linea, ma anche una stazione, una strada, un valico alpino, un tratto di mare, un campo informale, un centro di detenzione o un accordo diplomatico. Per questo, il percorso attraverserà alcuni dei luoghi nei quali questa trasformazione appare con particolare evidenza: dalla Bosnia e dalla rotta balcanica fino a Trieste, dove il confine continua a produrre effetti anche dopo l’ingresso nel territorio europeo; dalle frontiere alpine di Oulx fino a Calais, dove la frontiera franco-britannica mostra come il controllo possa essere esercitato anche attraverso una frontiera materialmente spostata e internalizzata; dalla Grecia e dalle sue frontiere terrestri e marittime fino al Mediterraneo centrale, dove il confine si configura sempre più come uno spazio di sorveglianza, intercettazione e cattura, in cui le operazioni di ricerca e soccorso vengono progressivamente subordinate alle logiche di controllo e contenimento della mobilità. Questi luoghi non saranno raccontati come episodi isolati. Il tentativo sarà quello di seguire il continuum che li attraversa: > la progressiva trasformazione del confine da linea territoriale a sistema di > governo della mobilità. Cambiano gli spazi, gli attori e gli strumenti, ma ricorrono alcune dinamiche: la securitizzazione della mobilità, la differenziazione nell’accesso alla protezione, lo spostamento del controllo attraverso territori e frontiere diverse e una crescente frammentazione della responsabilità. Ma c’è un altro elemento che emerge con forza osservando questi confini: la frontiera non è mai soltanto il luogo della chiusura. In ciascuno dei luoghi attraversati, come Officina 31021, abbiamo incontrato realtà straordinarie di resistenza. Organizzazioni, associazioni, collettivi, volontari, professionisti e singole persone che, dentro spazi segnati dal controllo e dall’esclusione, costruiscono quotidianamente pratiche alternative di cura e atto politico. A Trieste, a Oulx, a Calais, lungo la rotta balcanica e nei luoghi di frontiera del Mediterraneo, abbiamo incontrato persone che rispondono alla violenza della chiusura con forme concrete di presenza, offrendo cibo e riparo, assistenza medica, orientamento legale, soccorso, documentazione, ascolto e, prima ancora, riconoscimento della dignità di chi attraversa il confine. È in questa tensione che vogliamo leggere le frontiere europee: tra la violenza delle politiche di chiusura e la resistenza quotidiana dei movimenti dal basso. Da una parte, dispositivi sempre più sofisticati di controllo, contenimento e deterrenza; dall’altra, reti di solidarietà che cercano di riaprire spazi di protezione proprio laddove le politiche pubbliche li restringono. Il percorso si spingerà però anche oltre la frontiera geografica europea. Perché se il confine può essere spostato, può anche essere anticipato. La seconda parte del progetto guarderà quindi alla crescente esternalizzazione della politica migratoria europea e al ruolo dei Paesi di origine e di transito. In questo contesto assumono particolare rilevanza le categorie di “Paese sicuro”, utilizzate per stabilire dove una persona possa essere rimpatriata o verso quale sistema di protezione possa essere indirizzata. > Ma cosa significa realmente definire un Paese come “sicuro”? E soprattutto: > sicuro per chi? La Tunisia rappresenta, in questo senso, un caso emblematico. Negli ultimi anni il Paese è diventato un partner centrale della strategia europea di contenimento della migrazione, attraverso forme di cooperazione finanziaria, diplomatica e operativa. Il rapporto tra Unione europea e Tunisia mostra come il confine europeo possa essere governato anche attraverso accordi conclusi ben oltre il territorio dell’Unione. Ma mostra anche le contraddizioni che emergono quando una categoria politica e giuridica come quella della “sicurezza” viene confrontata con le condizioni concrete vissute dalle persone. La Tunisia sarà quindi osservata anche attraverso il tentativo di decostruire la categoria di “Paese d’origine sicuro”: non come un’etichetta astratta, ma confrontandola con le condizioni effettive di protezione, discriminazione, violenza, accesso all’asilo e rischio di respingimento. Il caso tunisino permette così di interrogarsi su cosa accade quando la cooperazione migratoria viene costruita attorno all’obiettivo di impedire alle persone di raggiungere il territorio europeo e quando una parte del controllo viene delegata ad attori esterni. È proprio qui che le diverse tappe del percorso si ricongiungono. Dalla Bosnia alla Grecia, dalla rotta balcanica a Trieste, dai valichi alpini di Oulx a Calais, dalle frontiere marittime del Mediterraneo fino alla Tunisia, il confine appare sempre meno come un luogo unico e sempre più come una rete di dispositivi di controllo. Un sistema nel quale il confine può essere fisico o amministrativo, terrestre o marittimo, europeo o esternalizzato; nel quale il controllo può essere esercitato da attori diversi; e nel quale la responsabilità può diventare altrettanto frammentata. Ma dentro questa stessa geografia esistono anche altre mappe: quelle costruite dalla solidarietà, dalla cura e dalle pratiche politiche di resistenza. Sono mappe composte da persone e organizzazioni che attraversano i confini o agiscono all’interno dei sistemi di controllo che li regolano, intervenendo direttamente nella vita delle persone in movimento. Realtà che documentano e contestano questi meccanismi e si impegnano a mitigare le conseguenze violente della chiusura dei confini.  Gli articoli che seguiranno proveranno quindi a raccontare entrambe queste dimensioni: la trasformazione del confine europeo e le persone che quella trasformazione la subiscono, la osservano e vi resistono. Comprendere la nuova frontiera europea significa anche comprendere come l’Europa abbia trasformato il modo in cui decide chi può entrare, chi può chiedere protezione, chi deve essere fermato, chi viene lasciato fuori e chi viene rispedito a casa senza nemmeno aver mai messo piede in Europa. Ma significa anche guardare a chi, proprio su quelle frontiere, continua a contrastare le politiche di chiusura attraverso pratiche concrete di solidarietà, difesa dei diritti e rispetto del diritto internazionale. Raccontare le frontiere europee significa interrogare le politiche che regolano la mobilità, denunciare le violazioni dei diritti e ricostruire le responsabilità di chi le rende possibili. Significa anche dare visibilità alle realtà che, nei luoghi di confine, contrastano le politiche di esclusione attraverso pratiche concrete di solidarietà e resistenza. > È nella tensione tra controllo e libertà di movimento, tra chiusura e > solidarietà, che si gioca oggi il significato della frontiera europea. Con questo reportage, Officina 31021 1 e Caterina Rigo attraversano luoghi e contesti diversi per ricostruire le forme assunte dal confine e osservare come agisce, dove si sposta e quali conseguenze produce sulle persone in movimento. 1. Officina 31021 è una realtà attiva sul territorio che promuove cultura, socialità e partecipazione attraverso festival, eventi e iniziative aperte alla comunità. È attenta alle persone più vulnerabili, tra cui persone senza fissa dimora e richiedenti asilo, e sostiene percorsi di inclusione e solidarietà. È presente, insieme alle diverse realtà delle zone di confine, a supporto delle persone in movimento, contribuendo a creare reti di solidarietà e assistenza. ↩︎
Oulx, dopo la chiusura del Rifugio l’accoglienza si regge sui volontari
ROSSELLA ICARDI 1, SENTIERI SOLIDALI ODV Dal 1° settembre il Rifugio Fraternità Massi di Oulx ha cambiato volto. La chiusura formale della struttura ha imposto una riorganizzazione profonda, trasformando l’accoglienza tradizionale in un presidio sul campo continuo, sostenuto in primo luogo dalla dedizione dei volontari. «Dalla chiusura del Rifugio si vive prevalentemente all’esterno, affrontando dodici ore al giorno che diventano lunghissime», racconta Susanna Torasso, volontaria e membro del direttivo dell’associazione Sentieri Solidali ODV, nata dalla spinta dei volontari per rispondere a questa nuova fase. Notizie ALTA VAL DI SUSA, IL RIFUGIO MASSI CHIUDE MA I VOLONTARI SI ORGANIZZANO Nasce una nuova associazione per non lasciare sole le persone in movimento 31 Agosto 2026 Contrariamente a quanto si potesse immaginare, la chiusura del Rifugio non ha fermato la pressione lungo la rotta alpina. I dati raccolti dai volontari registrano anzi un incremento: dal 1 settembre a oggi si contano oltre 1.000 passaggi, superando le cifre del mese di agosto. Circa il 20% dei transiti riguarda minori non accompagnati, affiancati da un flusso costante di donne con bambini. «In passato il Rifugio rappresentava un punto di accoglienza più stabile per le famiglie. Oggi dobbiamo fare i conti con una situazione diversa e decisamente più complicata», spiega Susanna. Come risposta all’emergenza logistica, la Croce Rossa ha allestito una struttura per l’accoglienza notturna dalle 20:00 alle 08:00, garantendo circa 50 posti letto. La capacità di assorbimento resta tuttavia spesso al limite. Le persone in eccedenza vengono trasferite a Bussoleno, una misura che coinvolge soprattutto i minori e che crea non pochi problemi procedurali: i minori dovrebbero infatti presentarsi al mattino presso la Polizia di Frontiera, ma i tempi di trasferimento da Bussoleno non sempre ne garantiscono la tempestività. La routine quotidiana segue una scansione serrata e coordinata in tempo reale tramite chat di gruppo. La giornata inizia alle 8:00 con la prima riunione organizzativa e l’assegnazione dei compiti: i volontari si recano presso la struttura della Croce Rossa per accompagnare al presidio le persone che hanno passato lì la notte. Si apre così il turno del mattino, il più intenso della giornata. Dopo la colazione, si effettua un briefing per spiegare alle persone i loro diritti, inclusi quelli di protezione per i minori non accompagnati, poi viene fornita l’attrezzatura necessaria ad affrontare la montagna, tra cui giacche pesanti e calzature adatte. Da lì vengono accompagnate ai pullman diretti alla frontiera. Nel pomeriggio, dalle 15:30 alle 20:00, l’attività si concentra sulla gestione dei flussi continui e sulla preparazione dei pasti. Segue poi il turno serale e notturno, attivo fino a mezzanotte, dedicato all’accoglienza di chi arriva con gli ultimi treni o di chi viene respinto dalle autorità francesi. A queste persone viene offerto un pasto caldo e prima assistenza prima di essere accompagnate alla Croce Rossa. «Se prima il Rifugio era una meta conosciuta a cui si arrivava direttamente, ora dobbiamo essere noi ad andare incontro alle persone, spesso anche solo per consegnare una giacca al loro arrivo in stazione», sottolinea Susanna. I volontari garantiscono cibo caldo anche a chi arriva in tarda sera. Questo è reso possibile anche dal sostegno di realtà come Cuoche Ribelli, Fornelli Resistenti, L’alveare di Bardonecchia, Safe House e diverse associazioni del territorio che mettono a disposizione pasti già pronti. A far funzionare questa macchina sono i tantissimi volontari, e il sostegno di No Name Kitchen e OnBorders, realtà che mettono a disposizione una presenza continuativa di 8-10 persone. «C’è tantissimo interesse da parte di volontari di tutte le età pronte a fermarsi per più giorni, ma la capacità di alloggio resta un nodo da sciogliere», aggiunge Susanna. Per chi arriva da altre regioni o dall’estero al momento si dispone di una sola camera con 6 posti letto.  Per preparare al meglio chi decide di mettersi a disposizione, è stata avviata una collaborazione con Il Pulmino Verde per fornire una formazione con cadenza mensile, utile a fornire un’adeguata preparazione sulle dinamiche di frontiera e sulle attività operative del presidio. L’incognita principale resta l’arrivo imminente dell’inverno, quando le temperature precipiteranno. Il direttivo di Sentieri Solidali ODV sta cercando con urgenza una tensostruttura o uno spazio coperto esterno per i prossimi mesi. Si sta interpellando la Prefettura e anche valutando l’acquisto diretto, un’operazione però molto onerosa. Su questo fronte si registra una prima promessa di un parziale finanziamento da parte della Città Metropolitana. Dal punto di vista economico, la solidarietà dei sostenitori ha portato a raccogliere donazioni molto elevate in un solo mese che raggiungono circa 50.000 euro. Le uscite restano tuttavia ingenti: le donazioni servirebbero a coprire i costi di riscaldamento e l’acquisto di materiale tecnico che non rientra nelle normali raccolte di abiti usati, come guanti da montagna, scaldamani e coperte isotermiche. «Soltanto lo scorso anno abbiamo speso 15.000 euro esclusivamente per questo genere di forniture, indispensabili per la sopravvivenza in quota», precisa Susanna. Per dare continuità e coesione alla rete di supporto, è stata inoltre lanciata una campagna di tesseramento con quota simbolica di 5 euro, che ha già superato le 100 adesioni e si prevede continui a crescere. L’obiettivo non è finanziario, ma civile: coinvolgere la cittadinanza e rendere le persone parte attiva di un presidio umano e sociale. 1. Ricercatrice in scienze sociali e volontaria presso il Rifugio Massi di Oulx. Unisco all’attività di ricerca l’impegno sul campo a supporto delle persone in movimento nelle aree di confine ↩︎
Alta Val di Susa, il Rifugio Massi chiude ma i volontari si organizzano
ROSSELLA ICARDI 1, SENTIERI SOLIDALI ODV Con il 1° settembre si chiude un capitolo fondamentale per l’accoglienza in Val di Susa: il Rifugio Massi di Oulx, storico punto di riferimento dal 2018 per migliaia di persone in movimento in transito verso la Francia, cesserà le proprie attività sotto la gestione della Fondazione Talità Kum. La fine dello stato di emergenza e il conseguente blocco dei fondi pubblici istituzionali hanno reso insostenibile la struttura dei costi per l’ente presieduto da Don Luigi Chiampo, portando al licenziamento degli operatori e alla chiusura dei locali. Ma sul valico la rete di solidarietà non si spegne. Per evitare il vuoto lasciato dal progressivo ridimensionamento dei servizi, i volontari storici hanno trasformato una rete informale in un soggetto strutturato, fondando ufficialmente la nuova associazione Sentieri Solidali ODV. “Svincolerei da un rapporto di causa-effetto così stretto i problemi del rifugio e la nascita dell’associazione: le difficoltà della struttura hanno agito da acceleratore, ma l’idea del nuovo ente risale a oltre un anno fa”, precisa Marco Terragno, volontario e membro del direttivo di Sentieri Solidali ODV. L’impegno sul campo non si è mai interrotto. Già dallo scorso marzo, per tamponare la riduzione degli orari del rifugio, i volontari in partnership con Rainbow4Africa e Diaconia Valdese hanno allestito un presidio temporaneo su un’area concessa da Ferrovie dello Stato, composto da due container e due gazebo smontabili. Rapporti e dossier/Confini e frontiere LA FRONTIERA DI OULX, TRA RESPINGIMENTI E NUOVI TRANSITI Il rapporto di On Borders racconta i primi sei mesi del 2026 Anna Bonzanino 19 Agosto 2026 Se un modulo ospita il supporto medico e legale fornito dalle realtà partner, l’altro è adibito a magazzino di prima necessità. Sotto i gazebo si forniscono pasti, bevande calde, informazioni salvavita e abbigliamento da montagna, passaggio cruciale per la sicurezza di chi affronta i valichi alpini in condizioni spesso estreme. L’imminente chiusura definitiva segna un punto di svolta critico per la rotta della Val di Susa. “Dal 1° settembre cambia qualcosa di molto radicale: se prima c’era un posto fisico, caldo, protetto e strutturato, ora non ci sarà più. Saremo nel pieno di un’emergenza di cui abbiamo già sperimentato parzialmente l’impatto negli scorsi mesi”, spiega Terragno. Un recente incontro con la Prefettura di Torino ha stabilito che, da settembre, la Croce Rossa allestirà strutture mobili temporanee per l’accoglienza notturna dei migranti. Si tratta di una soluzione emergenziale per gestire i bisogni immediati in vista dell’autunno e dell’inverno. La chiusura del rifugio investirà direttamente anche l’operatività dei volontari che da mesi lavorano all’esterno, con i mezzi a disposizione. Il passo decisivo è stato compiuto lo scorso 9 agosto con la firma dell’atto costitutivo dell’associazione da parte di 45 soci fondatori. La pratica è stata trasmessa al RUNTS per il riconoscimento ufficiale come Ente del Terzo Settore (ETS). Il Consiglio Direttivo provvisorio – in carica per sei mesi con il compito di lanciare la futura campagna tesseramento – lavora ora su tre fronti complessi: il fronte amministrativo, il fronte materiale-logistico e quello delle relazioni. L’associazione si sta infatti interfacciando con le forze dell’ordine, i comuni di frontiera (Bardonecchia, Cesana, Clavière, Oulx) e la rete dei partner come Croce Rossa, Rainbow4Africa e Diaconia Valdese. “L’associazione ha fondamentalmente lo scopo di continuare a esserci, di stare vicino alle persone migranti, dandosi come primo obiettivo quello dell’incolumità fisica delle persone in cammino” afferma Terragno. E poi continua “Noi siamo anche convinti che attraverso la salvaguardia dell’incolumità fisica, si possa portare avanti la difesa dei diritti di queste persone e la salvaguardia della loro dignità di esseri umani che viene messa discussione da questa situazione di indeterminatezza che le persone in movimento si trovano davanti una volta arrivati nel territorio europeo”.  Con il loro impegno, i volontari del rifugio Massi hanno scelto di restare in prima linea. La loro presenza sul confine italo-francese è una testimonianza nitida di cittadinanza attiva: una risposta ferma, organizzata e pragmatica in risposta al cedimento di canali ordinari di supporto. Questa mobilitazione dimostra come la società civile sappia farsi scudo per i più vulnerabili, trasformando l’emergenza in un presidio permanente di solidarietà e diritti.  1. Ricercatrice in scienze sociali e volontaria presso il Rifugio Massi di Oulx. Unisco all’attività di ricerca l’impegno sul campo a supporto delle persone in movimento nelle aree di confine ↩︎
La frontiera di Oulx, tra respingimenti e nuovi transiti
Oltre 4.000 persone hanno attraversato Oulx nei primi sei mesi del 2026, confermando la frontiera alpina del Nord Ovest come uno dei principali snodi di transito verso la Francia. Il rapporto di On Borders restituisce un quadro in trasformazione, segnato da rotte e nazionalità che cambiano e da una presenza crescente di minori, donne sole e famiglie con minori. Un flusso che continua mentre si riducono le possibilità di accoglienza: il Rifugio Fraternità Massi, che dal 2018 ha rappresentato un punto di riferimento per le persone in transito, chiuderà il 1° settembre. Una decisione che rende ancora più urgente interrogarsi sulle condizioni in cui viene gestita questa frontiera e sulla necessità di garantire un presidio stabile e adeguato alle persone che la attraversano. Dalla fine di marzo 2026, all’uscita dalla stazione ferroviaria di Oulx opera un presidio medico, legale e di supporto rivolto alle persone in transito verso la Francia attraverso la frontiera alpina del Nord Ovest 1. Fino a quest’anno, l’assistenza alle persone in movimento avveniva all’interno del Rifugio Fraternità Massi di Oulx, che dal 2018 garantiva alloggio, pasti caldi, assistenza sanitaria di base, consulenza legale, equipaggiamento montano e informativa sui rischi dell’attraversamento alpino. La carenza di risorse economiche ha imposto una riduzione degli orari di apertura del rifugio, oggi accessibile solo dalle 20.00 della sera alle 8.00 del mattino 2. Le attività diurne che vi si svolgevano all’interno sono così state spostate all’esterno, di fronte alla stazione, dove ogni mattina le volontarie allestiscono due gazebo che vengono poi smontati la sera. A seguito della progressiva riduzione delle risorse, la Fondazione Talità Kum ha successivamente annunciato la chiusura del Rifugio Fraternità Massi a partire dal 1° settembre 2026. Se nei mesi estivi il clima dell’alta Val di Susa rende parzialmente sostenibile questo assetto precario, la chiusura del Rifugio Fraternità Massi rende ancora più evidente la necessità di una sede stabile per il presidio. Per otto anni il Massi ha garantito accoglienza, pasti, assistenza sanitaria di base, consulenza legale e informazioni sui rischi dell’attraversamento alpino a oltre 150 mila persone in transito. La sua chiusura, determinata dalla carenza di risorse economiche, lascia aperta una questione che riguarda l’intera gestione di questa frontiera: come garantire un’accoglienza adeguata a un flusso che continua, e che vede una presenza crescente di minori, donne sole e famiglie con bambini, senza un luogo stabile in cui offrire supporto. A rendere ancora più evidente la necessità di un presidio stabile sono i dati relativi ai primi sei mesi del 2026. Le dinamiche della frontiera alpina del Nord Ovest tra gennaio e giugno sono state documentate dalle volontarie presenti sul campo e raccolte nel rapporto semestrale dell’associazione On Borders 3. I dati 4 riportano una diminuzione contenuta degli arrivi a Oulx – circa il 10,9% in meno rispetto al 2025 – ma un flusso di quattromila persone in sei mesi conferma questa frontiera come uno degli snodi principali di transito verso la Francia. Al di là dei dati aggregati – tra cui si segnala il fatto che il 30% delle persone partite da Oulx ha subito un respingimento da parte della polizia di frontiera – è necessario guardare alla composizione qualitativa dei dati. Il quadro che emerge dal report gennaio-giugno è quello di una frontiera attraversata da un flusso dinamico e complesso, che richiede condizioni materiali adeguate per garantire un supporto efficace alle persone in transito. La fluidità del flusso risulta da: 1. Un andamento non uniforme degli arrivi, con mesi di picco – come marzo, con 961 arrivi – seguito da una contrazione tra aprile e maggio e da un’ulteriore ripresa a giugno. 2. Mutamenti nella composizione delle nazionalità, con un aumento esponenziale delle persone provenienti dal Sudan (+343% rispetto al primo semestre del 2025) e una drastica diminuzione di quelle provenienti da Eritrea ed Etiopia. 3. Variazione delle rotte. Sulla base di un confronto tra gli sbarchi in Italia e gli arrivi ad Oulx e del rilevamento sul campo dei percorsi delle persone in movimento, è cresciuto il numero di chi ha percorso la rotta balcanica, mentre è diminuito quello di chi ha seguito la rotta mediterranea. 4. Forte presenza di persone in condizioni di vulnerabilità, con un numero elevato di minori stranieri non accompagnati e una crescita di donne sole e famiglie con minori. Questi elementi dimostrano la necessità di un presidio che sia in grado di rispondere a picchi improvvisi e di adattarsi ai bisogni specifici delle persone, a seconda della loro nazionalità, del percorso migratorio, del genere e dell’età. 1. Vedi anche: Oulx, l’ultimo rifugio prima della frontiera, Vita (7 agosto 2026) ↩︎ 2. Oulx: il rifugio Fraternità Massi costretto a chiudere di giorno, La Val Susa (marzo 2026) ↩︎ 3. Consulta il rapporto ↩︎ 4. Raccolta dati alle partenze: I volontari del Rifugio Fraternità Massi – Oulx Elaborazione dati: Rita Moschella. Elaborazione grafica: Sofia Pressiani. Testo di Piero Gorza ↩︎