La maledizione del Ponte: il mito che divora il Mezzogiorno. Una macchina mangiasoldi sempre attiva senza tregua
Il Ponte sullo Stretto è una maledizione. Non perché sia proibito immaginare un
collegamento stabile tra Sicilia e Calabria, ma perché da oltre un secolo il
potere trasforma una questione territoriale complessa in un oggetto magico. Il
mito promette di cancellare con una campata il divario Nord-Sud; intanto sottrae
attenzione e risorse alle ferrovie siciliane e calabresi, ai porti, alla
continuità territoriale, alla manutenzione, alla sanità e ai servizi sociali. Il
manufatto eccezionale prende il posto della politica ordinaria, meno
spettacolare ma verificabile. Il governo Meloni ha confermato 13,5 miliardi dal
2026 con il tono di chi annuncia un’opera già collaudata, non un progetto che
deve ancora dimostrare di poter essere costruito e gestito in sicurezza. Ogni
euro immobilizzato in questa scommessa non è disponibile per scuole, ospedali,
trasporto pubblico, reti idriche, difesa del suolo e adattamento climatico.
L’articolo 81 della Costituzione impone sostenibilità e responsabilità della
spesa; gli articoli 9, 41 e 97 esigono tutela ambientale, utilità sociale e buon
andamento. La propaganda della “grande opera” non sospende la Costituzione.
UN PARERE TECNICO TRASFORMATO IN COMIZIO
Il parere dell’Assemblea generale del Consiglio superiore dei lavori pubblici,
trasmesso il 6 agosto 2026 dopo il lavoro di 76 tecnici, è stato venduto da
Matteo Salvini come un “via libera”. Il dispositivo dice altro: il processo
progettuale “possa proseguire” nel rispetto delle prescrizioni, delle
considerazioni conclusive e delle raccomandazioni. Non certifica che il progetto
sia esecutivo né autorizza a considerare imminenti i cantieri dell’opera
principale. La distinzione è giuridicamente decisiva. Il Consiglio impone una
Fase A del progetto esecutivo, una verifica di ottemperanza e soltanto dopo la
valutazione delle condizioni per la Fase B. Definisce questa interfaccia
“fondamentale quanto ineludibile” e prescrive passaggi successivi e verifiche
intermedie. Il condizionale tecnico è stato trasformato in indicativo
ministeriale. Si può consentire di continuare a progettare; non si può fingere
che gli accertamenti mancanti siano stati compiuti.
SOTTO IL TITOLO E NELL PAGINA, LA FIERA DEI RENDERING, L’ATTIVITÀ A GETTO
CONTINUO CHE SFORNA SUGGESTIONI E SPRECHI
SISMA, VENTO E CORROSIONE: LA SICUREZZA ANCORA DA DIMOSTRARE
Nell’area dello Stretto sono censite 24 faglie attive e capaci, sulle quali
persistono rilevanti incertezze. Il progetto definitivo risale al 2011; gli
aggiornamenti bibliografici non apportano sufficienti dati acquisiti ad hoc. Il
Consiglio chiede nuove indagini sul terreno, moderni studi geo-sismotettonici e
simulazioni fisiche dello scuotimento. Non è accademia: dislocazioni e
variazioni altimetriche possono interessare i terreni destinati alle torri, alte
circa 399 metri, nell’area del terremoto e maremoto del 1908. Il parere rileva
inoltre che non sono esplicitati compiutamente i criteri della domanda sismica,
l’affidabilità perseguita e conseguita e il comportamento post-elastico. Chiede
nuove verifiche sugli effetti combinati di sisma, vento, temperatura e traffico;
sulla stabilità dell’impalcato e del sistema di sospensione; sulla perdita di
pendini; su incendi ed esplosioni. Manca una dimostrazione adeguata della
tolleranza a fenomeni di corrosione estesi o localizzati. Per una struttura
senza precedenti per luce della campata, la sicurezza va provata, non proclamata
sui social.
IL MARE SALE, LE NAVI CRESCONO
La Stretto di Messina aveva sostenuto di non avere studiato il futuro
innalzamento del livello medio marino perché mancherebbero dati scientifici
consolidati. Il Consiglio giudica l’affermazione “non condivisibile”: il
fenomeno è in atto, le conoscenze sono robuste e gli scenari ragionevoli devono
essere considerati lungo la vita dell’opera. Il cambiamento climatico non è
un’opinione da espellere dal progetto quando disturba il cronoprogramma. Il
problema incide sul franco navigabile: i 72 metri dichiarati valgono in
determinate condizioni e il margine operativo può ridursi, mentre aumenta il
gigantismo navale. Occorre stimare gli sviluppi delle flotte per evitare un
collo di bottiglia permanente ai traffici mercantili e crocieristici. Anche il
vento può imporre riduzioni di velocità e chiusure, come sui ponti Vestbroen e
Øresund. Senza quantificare frequenza e durata delle interruzioni, previsioni di
traffico, pedaggi e piano economico-finanziario sono costruiti solo sulla carta.
PAESAGGIO E BIODIVERSITÀ NON SONO MATERIALE DI RISULTA
Torri, cavi, svincoli, gallerie e opere di adduzione incidono su coste, fondali,
aree protette, rotte migratorie dell’avifauna e su uno dei paesaggi più
identitari del Mediterraneo. L’articolo 9 tutela ambiente, biodiversità,
ecosistemi e future generazioni: non è una clausola ornamentale da compensare a
cantiere deciso. Le osservazioni VIA avevano già segnalato impatti cumulativi e
carenze che oggi riemergono nel parere tecnico. Un governo che invoca l’identità
nazionale dovrebbe ricordare che anche lo Stretto è patrimonio nazionale, non
uno spazio vuoto consegnato al cemento.
APPROVAZIONE A SALAMINO, GARANZIE PUBBLICHE E RENDITA PRIVATA
Il punto politicamente più grave è il metodo. La possibilità di sviluppare e
approvare il progetto esecutivo per “fasi costruttive” spezza l’unità
dell’opera: si possono avviare segmenti, attività preliminari ed espropri prima
che sia dimostrata la fattibilità complessiva. È un’approvazione a salamino: una
fetta dopo l’altra, ogni decisione crea costi irrecuperabili, aspettative
contrattuali e pressioni per procedere. Quando emergerà un ostacolo decisivo, lo
Stato sentirà ripetere che fermarsi costerebbe più che continuare. È il classico
meccanismo con cui un progetto dubbio diventa inevitabile non perché sia utile,
ma perché è già costato troppo. Questa frammentazione avvantaggia la Stretto di
Messina S.p.A., che governa tempi e passaggi, e soprattutto il contraente
generale Eurolink, guidato da Webuild. Il decreto-legge n. 35 del 2023,
convertito dalla legge n. 58, ha resuscitato per via legislativa rapporti
caducati ex lege nel 2013 e derivanti dalla gara del 2005, invece di ricorrere a
una nuova procedura competitiva. L’Anac aveva segnalato i vincoli europei, i
rischi finanziari e la necessità di evitare un eccessivo rafforzamento della
parte privata. Il beneficiario non è emerso da una gara aggiornata ai costi,
alle tecnologie e alle condizioni di oggi: è stato rimesso in sella dalla legge.
È capitalismo senza mercato, con il rischio pubblico e la posizione contrattuale
privata protetta. Gli espropri possono intanto colpire centinaia di famiglie e
attività, mentre la realizzabilità dell’intero ponte resta da provare. Il
cittadino perde casa, terreno o prospettiva; il contraente consolida la
commessa. Questa asimmetria è socialmente intollerabile e giuridicamente
pericolosa, perché converte l’incertezza progettuale in danno certo per i
territori.
Le mappe predisposte dalla società hanno coinvolto almeno 450 famiglie, circa
300 sul versante siciliano e 150 su quello calabrese, oltre a terreni e
fabbricati produttivi. Non sono numeri astratti: sono comunità sospese, immobili
svalutati, progetti di vita congelati. L’“urgenza” proclamata dal governo opera,
dunque, in una sola direzione: è rapidissima quando deve comprimere diritti ed
espropriare; diventa elastica quando occorre fornire dati sismici, verifiche
strutturali e garanzie economiche. Ai cittadini si chiede certezza del
sacrificio; alla società e al contraente si concede il beneficio del dubbio,
contro cui ha annunciato un ricorso alla Corte di giustizia europea, Angelo
Bonelli, di Avs, denunciando che si stanno forzando regole e procedure proprio
attraverso questa autorizzazione per fasi costruttive, che consente di procedere
a pezzi senza attendere la certezza sulla realizzabilità dell’opera.
COSTI CERTI, BENEFICI IPOTETICI
Un’analisi costi-benefici è attendibile solo se include ritardi, varianti,
extracosti, manutenzione, limitazioni operative, domanda reale e alternative. Se
il traffico è sovrastimato e i costi sottostimati, il beneficio attualizzato
evapora. Pedaggi elevati riducono gli utenti; pedaggi bassi non coprono gestione
e capitale. In entrambi i casi il rischio torna allo Stato. I contribuenti
pagano società, progettazione e apparato amministrativo; potrebbero poi pagare
revisioni dei prezzi, contenziosi, varianti e deficit di esercizio. La macchina
produce costi certi mentre l’opera e i benefici restano eventuali. La Corte dei
conti, con la deliberazione n. 19/2025, ha negato visto e registrazione alla
delibera Cipess n. 41/2025, contestando passaggi rilevanti sotto i profili
europeo, ambientale e procedurale. Il controllo contabile non invade la
politica: ricorda che la politica è soggetta alla legge. Il principio di
precauzione, l’obbligo di motivazione e la valutazione ambientale effettiva non
sono intralci burocratici da aggirare per decreto. Il danno sociale comincia
oggi: il Ponte assorbe anche risorse di coesione destinate a ridurre i divari,
mentre prestazioni essenziali e infrastrutture diffuse restano indietro.
SPEZZARE LA MALEDIZIONE
L’alternativa non è tra Ponte e isolamento, ma tra politica simbolica e politica
territoriale. Una frazione dei 13,5 miliardi consentirebbe di completare doppio
binario ed elettrificazione, rinnovare il trasporto regionale, modernizzare
porti e traghetti a basse emissioni, mettere in sicurezza strade e versanti,
rafforzare reti idriche, ospedali, scuole e servizi di cura. Interventi meno
fotogenici, ma capaci di distribuire accessibilità, lavoro e diritti. Il Ponte è
il dispositivo con cui il centro promette al Sud una scorciatoia e rinvia
l’eguaglianza sostanziale. La sua maledizione consiste nel far credere che al
Mezzogiorno manchi una campata, quando mancano investimenti continui, servizi
universali e manutenzione. Fermare l’approvazione a salamino non significa
rifiutare la modernità: significa impedire che l’incertezza privata diventi
debito pubblico e danno sociale. Prima si dimostrino sicurezza, utilità,
sostenibilità e compatibilità paesaggistica; soltanto dopo si decida se
costruire. Il resto non è politico infrastrutturale: è un azzardo di Stato.
Aurelio Angelini